The Flaming Lips • Embryonic (2009)

articolo di
Quali sono gli ingredienti di una grande canzone? Potremmo discuterne per mesi, eppure crediamo che, tutto sommato, se ne possano indicare tre principali, dai quali tutto deriva: una melodia memorabile, un bell’arrangiamento, ma soprattutto l’idea, la scintilla, l’anima. Ragionando in questi termini, i Flaming Lips sono sempre stati e sempre saranno un grande gruppo, anche (seppur non solo) per la capacità di calibrare alla perfezione questi tre elementi, sottraendo o aggiungendo a piacere dall’amalgama. Hanno composto dischi che vanno da Zaireeka – grande idea, per quanto pretenziosa, grandi arrangiamenti, melodie non sempre all’altezza – a Yoshimi Battles the Pink Robots, dove a spiccare sono alcuni ritornelli da urlo. Hanno sempre giocato con la forma-canzone, maneggiando fino allo stupro la discendenza partorita da Beach Boys e Beatles, da Velvet Underground e Sonic Youth. Oggi, anno domini 2009, Wayne Coyne e compagni ritornano sulle scene con Embryonic, e l’orgia ricomincia, estrema come non lo era da anni. Gli invitati vanno dai soliti Beatles (“Evil”) a creature mostruose e più moderne come Oneida e Liars: l’opener “Convinced of the Hex” potrebbe appartere al songbook di una qualsiasi di queste due band, con la sua circolarità ossessiva e gli arrangiamenti torridi e sporchi. Basso e batteria, in particolare, costituiscono la vera spina dorsale di Embryonic, il fil rouge su cui i Flaming Lips ricamano e delirano, edificano e arabescano.

Non c’è particolare ricerca strutturale, i pezzi sono semplici, tendenzialmente brevi, lineari. Quello che li distingue, che li fa davvero spiccare, è la quantità di cose che succedono, sommate e aggregate con gusto sopraffino.
altE poi, ovviamente, le melodie; perché i Flaming Lips sono pur sempre un gruppo dal grande gusto pop, capace di scrivere quel ritornello che non ti esce più di testa, di trasformare una marcetta claustrofobica in un’esplosione di cori celestiali, come dei Beach Boys portati nel deserto e nutriti di acidi. Anche quando le atmosfere si fanno più rarefatte (“Your Bats”) c’è sempre qualcosa, due note di pianoforte, una melodia accennata, che rendono il pezzo accessibile e memorizzabile, annullando la distanza tra musicista e ascoltatore.

Distanza che, comunque, resta presente qui e là nel corso dei settanta (!) minuti di Embryonic. Che, in effetti, non è un disco perfetto, né un lavoro facile da digerire. Il confine tra legittima ambizione e pretenziosità è labile, e qualche volta Coyne lo valica. L’assenza (per fortuna, aggiungiamo noi, ma è un parere personale) di quella cheesiness che caratterizzava dischi come Yoshimi…, sostituita da una sana attitudine da drogati terminali, tende comunque a far dimenticare che siamo di fronte a un doppio CD che si presenta con titoli marsvoltiani come “Gemini Syringes” e “Aquarius Sabotage”. L’effetto, riprendendo il discorso dell’inizio, è lo stesso di un disco dei Liars: persino le potenziali menate intellettualoidi sono così sgangheratamente sincere – pur essendo tutto tranne che ignoranti o sempliciotte, anzi – che è facile farsi catturare dal flusso continuo di suoni e visioni. Degna di nota la collaborazione con gli MGMT, band da considerare come l’unica musicalmente erede o aspirante tale, per “Worm Mountain”, ondeggiante calderone di suoni ed esplosioni, ritratto fedele della personalità di entrambi i gruppi.

C’è una missione a fare da motore dell’attività dei Flaming Lips, quella quasi improponibile di spingersi con razionalità scientifica ai limiti dello scibile pop, di reinventare, ristrutturare e alimentare d’energie alternative le loro composizioni. Alla vigilia della pubblicazione di Embryonic non nascondiamo di aver provato un po’ di paura leggendo le dichiarazioni di Coyne, quasi preoccupato di non essere riuscito a sbizzarrire la ancor viva vena melodico-compositiva del gruppo entro limiti accettabili, e di non aver valicato irreparabilmente la soglia del cattivo gusto: insomma, di avere esagerato. La risposta, come spesso accade con i grandi dischi, la si può avere solo dopo diversi ed attenti ascolti. Ed è negativa; i Flaming Lips hanno aggiunto alla loro già strepitosa discografia un altro grande tassello.
alt

“I Can Be a Frog” è il primo singolo e rappresenta perfettamente il messaggio contenuto nel disco, il principale motivo d’apprezzamento di Embryonic: é uno scherzo, apparentemente disimpegnato, una filastrocca per bambini cui sotto è costruita una struttura magistrale, fatta della sovrapposizione di tastiere e violini sintetizzati. L’esempio più facile per comprendere l’attitudine scientificamente folle contenuta nel disco e in ultima analisi nell’intera discografia del gruppo.

Embryonic è un’opera difficile, coraggiosa, a modo suo monocromatica, acido e travolgente. Di fronte a tanta grazia, ci si dimentica facilmente dei (pochi) difetti, e ci si limita a godere. Tra i dischi dell’anno, senza dubbio.

Social
Info
Flaming Lips (2009) Embryonic

The Flaming Lips

Embryonic

2009 • psychedelic rock

83
/100

Archivio:

Links
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo