Soulsavers • Broken (2009)

Il nome Soulsavers aveva iniziato a girare sulla bocca di tutti dopo l’applauditissima prova It’s Not How Far You Fall, It’s the Way You Land (2007), per tale motivo tutte le aspettative su questo Broken erano oltremodo lecite. Anche per questa volta Rich Machin e Ian Glover si sono accaparrati la presenza di Mark Lanegan, ormai designato non più come semplice ospite ma come intervento fisso nel lavoro del duo inglese. Abbiamo Lanegan dalla nostra parte? Non ci basta, vogliamo davvero esagerare. Questo devono aver pensato i due mentre ingaggiavano anche gente come Mike Patton, Bonnie “Prince” Billy, Jason Pierce (Spiritualized), Richard Hawley, e Gibby Haynes (Butthole Surfers). Se davvero le aspettative sono così alte allora troviamo il modo per aggiungere carne al fuoco.

Tuttavia i risultati tradiscono un po’ la gran pomposità e decisamente non sono proporzionali alla quantità dei nomi in ballo. E nonostante il calibro di tutti queste personalità, l’impressione generale è che sia solamente il solito Lanegan a farne davvero la differenza, con il suo timbro e la sua voce che sembra incastrarsi perfettamente tra gli inserti sonori creati dai Soulsavers. D’altro canto, It’s Not How Far.. ha lasciato un’eredità importante, con la sua maestosità e i suoi avvolgenti toni caldi. Sembra ancora un ricordo dietro l’angolo, ma a quanto pare difficilmente replicabile da questo Broken.

Dopo una bella apertura strumentale che fa prospettare sonorità vintage da film noir (“The Seventh Proof”), come minimo ci si aspetta impazienti un’opener del peso della struggente “Revival”, ma l’attacco di “Death Bells” fa cadere tutto il palco. Non che una delle canzoni più rockettare e garage del disco sia anche tra le meno riuscite, ma è il caso di dire che avrebbe rischiato di passare inosservata senza l’accompagnamento della voce alcolica di Lanegan. E purtroppo non è l’unico brano a rischiare la stessa sorte: su “Can’t Catch the Train” e “All the Way Down”, giusto per citare due esempi, potrebbe abbattersi imperioso il pericolo dell’anonimato. Strano connubio invece l’esperimento di “Unbalanced Pieces” che unisce la voce del nostro Lanegan a quella di Patton, su una base ritmica ipnotica e incalzante, tanto da renderla inaspettatamente uno degli episodi più riusciti. Ci mette del suo “You Will Miss Me When I Burn”, questo sì, uno dei momenti più emotivi e sentiti di Broken, dove Lanegan risulta essere ancora il perfetto interprete per queste atmosfere tormentate, questa volta sulle note scritte da Bonnie “Prince” Billy. Broken prosegue ancora tra alti e bassi, la seconda parte del disco cambia ancora direzione e se possibile si incupisce amplificando l’ambiente noir, a volte rallentando il ritmo, o intercambiando le voci al microfono (in particolare va segnalata una bella interpretazione del duetto Lanegan-Red Ghost in “Rolling Sky”), ma senza riuscire a raggiungere altri picchi espressivi. Morale della favola? C’è qualcuno qui che sa fare bene il suo mestiere, ma altri a cui forse manca un po’ l’ispirazione. Broken non riesce a raggiungere la maestosità di It’s Not How Far.. nonostante la presenza di buoni momenti regalati soprattutto da quella voce che ormai ben conosciamo. Può quindi una voce e una personalità come quella di Mark Lanegan fare davvero la differenza?
In tanti se lo sono chiesti, anche al momento del passaggio live dei Soulsavers in Italia.
E la risposta è: sì. Eravamo presenti mercoledì 2 settembre alla serata di apertura della Magnolia Parade, al circolo Magnolia di Milano, per assistere allo spettacolo del duo inglese accompagnati dalla figura imponente del cantante americano, che presta la sua voce per tutte le date del tour. La fama di Lanegan non si smentisce: sale sul palco senza dire una parola e guarda fisso davanti a sè, e intanto la band (che in veste live diventa un bel quartetto molto rock) attacca uno dei brani di quel gran disco che è It’s Not How Far You Fall, It’s the Way You Land, “Ghosts of You & Me”. Il pubblico sembra quasi intimorito e ascolta rapito quella che è diventata di diritto una delle voci più rilevanti del rock degli anni ’90. I musicisti sanno il fatto loro, e si sente. Il suono è corposo, blues e profondo, tanto da sembrare quasi americano, ma forse è la voce di Lanegan a farcelo pensare. Sarà un set non lungo, di un’ora, ma molto intenso. La scaletta pesca pezzi dall’ultimo full lenght e dal disco precedente (senza dimenticare una cover degli ZZ Top), e per concludere, la splendida “Revival”, sicuramente il pezzo simbolo di questo fruttuoso connubio. Gli arrangiamenti più scarni, meno altisonanti e molto più rock di questo live mettono ancora più in risalto quello a cui già avevamo accennato in precedenza, ovvero il maggior spessore e la migliore qualità delle canzoni dell’album precedente rispetto a questo Broken.
Durante lo show ci è venuto spontanteo chiedersi se questi pezzi sarebbero stati altrettanto emozionanti e magnetici senza il vecchio leader degli Screaming Trees. E la risposta è: probabilmente no.

 

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Soulsavers (2009) Broken

Soulsavers

Broken

2009 • neo blues rock

64
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo