Motorpsycho • Child of the Future (2009)

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Nel 2009 ricorrono i venti anni dalla formazione dei Motorpsycho, evento che il terzetto norvegese ha deciso di festeggiare con Child of the Future, un contenitore di sette brani disponibile solo in vinile e accompagnato da un curato artwork, per la gioia dei collezionisti. In più, a suscitare interesse e curiosità, il sigillo di Steve Albini in fase di registrazione (non di produzione, a cura invece del bassista Bent Sæther). Non si tratta quindi di un vero e proprio album, alla prossima uscita ufficiale stanno ancora lavorando e non potremo ascoltarla prima di qualche mese, anche se dichiarano di essere a buon punto. In questo disco, puramente celebrativo per sua stessa natura, i Motorpsycho continuano a muoversi nella scia di revival nella quale si portano avanti da un po’, seppur in modo molto diverso rispetto a Let Them Eat Cake e, in misura minore, a Little Lucid Moments dello scorso anno. Di quello hanno purtroppo mantenuto la rinunciabilissima prolissità di certi passaggi, cosa che dovrebbero invece evitare almeno per quanto riguarda il lavoro in studio, mentre il riferimento principale stavolta sono chiaramente i Led Zeppelin.

Tanto ritmo, qualche buon ritornello alternato ad altri completamente insapori, inodori e incolori, delirio chitarristico retrò e stereotipi vari che fanno tanto rock’n’roll o, in alternativa, addormentare, stesso copione utilizzato in quasi tutte le canzoni (fa eccezione la coppia di brani finali). Tutto estremamente già sentito, oltre la soglia del normalmente accettabile persino per i fanatici della rievocazione del passato. Se poi si vuole credere che siano infallibili, esaltandosi per qualsiasi (ma proprio qualsiasi) cosa producano, nessuno lo vieta, però in generale si tratta di un disco trascurabilissimo per chiunque altro.

Il punto è che fare revival di questo tipo, nel 2009, ha relativamente poco senso, ma bisogna dire che lo stile dei Motorpsycho è questo, per cui quando si buttano nella mischia non si può pretendere che riescano ad uscirne con qualcosa di troppo diverso, per quanto possa fare eccezione il già citato (e ormai già lontano nel tempo) Let Them Eat Cake. Recentemente abbiamo avuto esempi di gruppi – di cui non faremo il nome per non far andare in escandescenza i fan oltranzisti dei norvegesi – che, a differenza loro, sono riusciti a rendere decisamente più fresco lo stampo 60s/70s dei propri lavori. Qui abbiamo soltanto un pugno di tracce che possono risultare allo stesso modo godibili o noiose, sicuramente fini a loro stesse, in ogni caso niente di memorabile, in grado di fare la differenza o rimanere nel tempo. Certo, in loro difesa va necessariamente ribadito che non era questo lo scopo di Child of the Future, per cui potremmo anche passarci sopra e prenderlo per quello che effettivamente è, senza starci a pensare troppo.

Vedremo se per quando avremo tra le mani la vera uscita ufficiale (che potrebbe avere un concept spaziale, stando alle indiscrezioni che circolano) saranno riusciti a correggere il tiro e a tornare all’ispirazione dei grandi dischi che riuscirono a scrivere negli anni ’90, perché a quanto pare non è questa la loro dimensione ideale. O almeno, non lo è nel caso in cui abbiano la pretesa di creare ancora qualcosa che sia valido sul serio (possibile, ma dall’ultimo vero centro in questo senso ormai son passati dieci anni), mentre se l’intenzione è quella di suonare e basta per puro divertimento e far contenti i fan che li seguono nelle loro esibizioni dal vivo, beh, difficilmente potremo aspettarci qualcosa di meglio nel prossimo futuro.

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Motorpsycho (2009) Child of the Future

Motorpsycho

Child of the Future

2009 • indie prog rock

55
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo