Current 93 • Aleph at Hallucinatory Mountain (2009)

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Molti verranno nel mio nome, dicendo:

“Io sono il Cristo”. E trarranno molti in inganno.
(Matteo, XXIV:5)

Ai discepoli che domandarono chiarimenti in merito all’avvenire futuro fu data la profezia dell’intera distruzione del tempio, dell’avvento di nuovi falsi seduttori e di mali necessari, la stessa profezia che si può leggere tra le righe di Aleph nel suo lungo percorso per soddisfare la sua bramosia di verità, un percorso intrapreso con il suo alter ego Adam, partendo dal giardino dell’Eden tra letti di fiori e ruscelli che si schiantano tra le rocce, fino a trappole per sogni, incubi di desolazione e fantasmi di nebbia. La profezia scritta in lingua copta recita l’Apocalisse imminente. Aleph at Hallucinatory Mountain è la nuova fatica di Anok Pe / David Tibet, costata tre anni di lavorazione e sperimentazione sonora, conducendo come risultato finale ad un lavoro che nella lunga discografia dei Current 93 non vanta altri precedenti. L’EP Birth Canal Blues aveva già rivelato qualche segnale del cambio di rotta, aveva rappresentato l’embrione che ha portato Tibet a compiere il suo ultimo passo nel suo tortuoso cammino. Aleph musicalmente prende lunghe distanze dal precedente ed appassionato Black Ships Ate the Sky e si riscopre più elettrico e noise, quasi più sperimentale. Per questo potrebbe venir più facilmente accostato ad episodi più o meno remoti, anche se difficilmente replicabili: episodi quali l’estrema e lugubre sperimentazione di Dogs Blood Rising, o la riproduzione delle stesse atmosfere cupe e desolate di Imperium, o ancora gli accenni di incursioni rock già avvistati in passato in casi forse più unici che rari, come in Lucifer Over London, per fare un esempio.

Eppure il patriarca del folk apocalittico a suo modo riesce a reinventarsi in Aleph. Il gran numero di chitarre distorte e noise stupiscono, in una litania ossessiva che si ripete a partire da “Invocation of Almost” per molti punti dell’album, assieme ad un’orchestrazione quanto mai ricca e complessa che stride con le produzioni appena precedenti e le sorpassa, ormai accantonandole. Forse è anche la consapevolezza della folta schiera di collaboratori che fa evidenziare questa atmosfera quasi da jam session, collaboratori che comprendono anche gli ex-membri dei Coil Ossian Brown (sintetizzatori) e l’occultista William Breeze, ma anche alcune nuove leve come il rocker Andrew W.K. che qui presta il suo aiuto con basso, piano e voce. Preziosi anche gli inserti percussionistici, forse una delle maggiori novità in casa Current 93, ad opera di Alex Neilson e la voce suadente di Sasha Grey che arricchisce, con una performance molto differente rispetto a quelle a cui è solita cimentarsi, “As Real as Rainbows” accompagnata dall’Hammond di Baby Dee. Non mancano la chitarra a 12 corde di James Blackshaw, che impreziosisce “Poppyskins” e “UrShadow”, o ancora i violoncelli di John Contreras di “On Docetic Mountain”, così come il lavoro di mix eseguito dallo stesso Tibet assieme ai fedeli componenti di Nurse With Wound, Stapleton e Liles, che creano un fittissimo tappeto sonoro, denso ed allucinato, il quale molto spesso unito ai sermoni di David è complice nella trasfigurazione di stralci di poesie anestetizzanti (“26 April 2007”).

“Ehi, ma i Current 93 hanno fatto un disco psichedelico!”. Anche i colori interni del booklet potrebbero indurre ad affermazioni del genere, ma di certo se David potesse incenerirvi con uno sguardo lo farebbe. Questo lavoro trascende dalla psichedelia, sconfinandosi in territori ben più distanti, e pur sempre ragionati: non si tratta di libere improvvisazioni né di rivisitazione free o jam session tra un gruppo di amici che si ritrovano in un garage con i propri strumenti a portata di mano; si tratta, invece, di un lavoro di estrema e meticolosa ricerca tanto sonora quanto spirituale.Nonostante l’apparente allontanamento dalle ultime produzioni neo-folk non si può nemmeno affermare che Aleph rappresenti un tentativo di ritorno al passato in chiave più elettrica: I am no longer who I wasn’t, David non tornerà più indietro a cose che mai più gli apparterranno. Aleph at Hallucinatory Mountain è molto più vicino a Black Ships Ate the Sky di quanto si possa pensare, in quanto rappresenta il naturale proseguimento del percorso interiore intrapreso da Tibet, il passo successivo nei contenuti e negli intenti. La sua voce declama sermoni e recita versi senza tempo dove si incontrano e si scontrano, non senza conseguenze, riferimenti biblici, cultura egiziana e greca, storie di martiri e di miti pagani, la ricerca di redenzione di Caino – the murderer, il tentativo disperato di incastrare divinità arcaiche in scatole di plastica Tapperware©, la difficoltosa motivazione per arrivare alla vetta (My teeth are possessed by demons and devils). Uno straziante cammino interiore che forse ancora non trova pace. Cosa manca dunque a questo Aleph? Assolutamente niente, anzi, forse l’unico difetto che si potrebbe imputargli è il fatto di essere davvero molto ricco e denso, talvolta anche troppo. Ricordiamo che tale lavoro è stato originariamente pensato come una trilogia per poi essere condensato in un unico album, ed è proprio la sua pienezza che lo rende più ambizioso anche del precedente Black Ships, nonostante quest’ultimo contenesse ben 21 tracce e durasse almeno una ventina di minuti in più. Tanta roba insomma, e talvolta talmente sopra le righe che rende difficile immaginare quale potrebbe essere la prossima mossa del profeta Mr. Tibet.
 

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Current 93 (2009) Aleph at Hallucinatory Mountain

Current 93

Aleph at Hallucinatory Mountain

2009 • apocalyptic folk

78
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo