Deftones • Gore (2016)

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Deftones (2016) Gore

Dopo il clamoroso e inatteso di colpo di coda di Koi No Yokan, ecco Gore, l’ottavo album in studio dei Deftones, una delle poche band dei Novanta che se non si può più definire di riferimento per il proprio genere, perché il genere o la scena non esistono neanche più, si deve quantomeno annoverare tra le poche nate in quegli anni che ancora attirano la nostra attenzione e su cui poggiamo alte aspettative. In questo senso le nuove canzoni deludono parzialmente chi li aveva ritrovati in grande forma dopo la tragedia occorsa al bassista Chi Cheng, ma allo stesso tempo, anticipando il giudizio finale, consolidano il brand dei ragazzotti di Sacramento: anche questa volta si tratta di materiale serio e ruvido il giusto, ben distante dallo sputtanamento accaduto ad altri loro noti colleghi coetanei.

Sebbene lo stile sia come al solito riconoscibilissimo, la sensazione è quella di un songwriting ancora creativo nella forma – grazie a riff e power chords tutto sommato freschi, o quantomeno non riciclati – ma indebolito nella sostanza da una produzione confusa negli intenti, che offusca le armonie vocali. Ancora dopo alcuni ascolti completi non si riesce a valutare con ragionevole certezza la performance di Chino Moreno, e quando si tratta di un artista che conosci da una vita, non è detto che si tratti di un buon segnale. Troppi pieni, pochi vuoti, che arrivati a questo punto del percorso invece avrebbero dato un calore umano più profondo. Invece, un po’ come accadeva ai tempi dell’omonimo, c’è una testardaggine di fondo che appiattisce quelle che invece potevano essere canzoni più avvincenti.
A questi livelli, e con l’esperienza da veterani che ormai si ritrovano, è difficile pensare che questo non sia il risultato cercato in studio: Matt Hyde ha certamente svolto il compito che gli è stato assegnato, ma è altrettanto vero che le differenze con Koi No Yokan e anche Diamond Eyes sono piuttosto evidenti a chi quei dischi li ha sviscerati. Magari verrà fuori alla lunga distanza, eppure ciò che di solito è registrato come tratto distintivo o addirittura poetica della band, qui comincia a puzzare di cliché, di melodramma, di vulnerabilità fine a se stessa. Insomma, un pianto addosso senza possibile riscatto, nonostante la rabbia e il suono metal.

Non ci è chiaro quale aspetto di queste undici canzoni possa aver creato le tensioni – reali o romanzate per dare qualcosa da scrivere ai giornalisti – fra Stephen Carpenter e il resto della band, perché tutto si può dire tranne che questo non sia un disco 100% Deftones, sotto ogni punto di vista. Anzi, il rubicondo chitarrista è più che mai sugli scudi, tanto che non puoi fare a meno di notare quanto si sia dato da fare per tentare pattern ed effetti in grado di dare figosità alle canzoni che altrimenti diciamocelo, sono sempre quelle. Gli unici momenti un po’ diversi dagli standard, quelli in cui si trovano trasformazioni in qualche modo più osé, sono quelli che suonano early 90s metal – con tutte le accezioni positive e negative del caso – ovvero “Acid Hologram”, che grazie all’effettistica riesce spaventare il giusto, e soprattutto “Phantom Bride”, in cui interviene Jerry Cantrell degli Alice in Chains, invero la band di Seattle più vicina al suono early 90s metal di Megadeth e Metallica (altro che Nirvana e grunge). In questo pezzo, oltre al riconoscibilissimo stile del chitarrista, riesce ad emergere meglio che in altri la melodia vocale di Moreno. Non un capolavoro la titletrack “Gore”, che prova a rinnovare la lezione di “Elite” o “Hexagram” senza arrivare a una soluzione, e tutto sommato già sentite meglio altrove le due super heavy ballad “Hearts/Wires” e “(L)MIRL”.

Ora, quale posizione occuperà Gore all’interno della discografia dei Deftones? Forse non è necessario discuterlo. A fronte di una discografia che conta otto full lenght in studio, fra cui ne contiamo almeno due ascrivibili alla categoria “capolavoro”, si può tranquillamente accettare di avere un nuovo capitolo che non ti sconvolge la vita di ascoltatore, ma che consolida con ulteriore quantità il tracciato e la poetica della band. Quando esce Koi No Yokan si dice che è un grandissimo album e si usano paroloni e toni entusiastici, quando esce Gore si dice che non è un capolavoro ma un disco solo discreto. Tutto qui, è solo cronaca e critica. Tanto poi va a finire che ci si affeziona anche agli album discreti…

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Deftones (2016) Gore

Deftones

Gore

2016 • nu metal core

72
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo