Autolux • Pussy's Dead (2016)

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Chi alla lettura aspettava con buona fede il terzo album degli Autolux condivide almeno una di queste posizioni, se non tutte e tre: I) Future Perfect è stato un esordio intrigante, e ha messo l’acquolina in bocca per qualcosa di più importante che non è mai arrivato; II) Magari non dei fenomeni, ma i Failure – in cui militava Greg Edwards – sono ancora oggi una delle band più sottovalutate dell’indie americano anni Novanta; III) Carla Azar è un mezzo fenomeno seduta dietro le pelli. Esatto? Esatto. Ma non solo. Maynard Keenan prima, Trent Reznor poi, ovvero due referenze di quelle che possono o potevano dividere le acque del Mar Rosso, hanno sponsorizzato questo trio così stiloso eppure apparentemente non ancora in grado di raggiungere uno status superiore a quello di eterna promessa. Niente da fare, neanche Pussy’s Dead riuscirà nell’impresa di conquistare quella fetta di pubblico in più che permetterebbe ai non più giovani protagonisti di continuare ad andare su e giù per i palchi dei festival americani ed europei per un altro ultimo lustro. Perché va bene la figosità del suono, d’accordo il video montato con originalità e il taglio di capelli fresco e ancora arrogante nonostante l’età che avanza, ma in casi come questo non basta aver trovato la formula sonora giusta per passare la prova a pieni voti. Servono canzoni migliori e una poetica più profonda per entrare nei cuori dell’alternativo sensibile cresciuto o affascinato tardivamente da quel rock sonico e rumoroso cui fanno riferimento le deragliate delle chitarre di Edwards. Dispiace smorzare gli entusiasmi con un voto che nei nostri standard non lascia spazio a interpretazioni diverse rispetto al “discreto, ma tutto sommato se ne può fare facilmente a meno”, perché davvero non ce la sentiamo di accendere falsi entusiasmi. E no, la produzione di Boots (ovvero questo personaggio presunto emergente dalla scena rap che ha curato l’omonimo di Beyoncé) non ci pare questo grande argomento di interesse da valutare approfonditamente. Se aggiungi che il disco esce per la nuovissima etichetta di Danger Mouse – altro fenomeno che ha incassato un mucchio di dollari per produrre una carrellata di album di cui se ne salvano 3-4 al massimo), ecco che l’antipatia si fa compromettente. Pazienza.

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Autolux (2016) Pussy’s Dead

Autolux

Pussy's Dead

2016 • new noise pop

63
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo