Sufjan Stevens • Carrie & Lowell (2015)

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Sufjan Stevens (2015) Carrie & Lowell

Il racconto prima di tutto. Che si tratti di una scelta minuziosamente ponderata o di un’innata attitudine, la narrazione costituisce da sempre il fulcro ideale delle creazioni di Sufjan Stevens. Ed è questo forse a fare veramente la differenza. La voce e insieme la metrica mettono insieme luoghi e vicende con una forza espressiva che forse non ha eguali nella storia più recente del cantautorato americano. Per esempio, l’empatia, la commiserazione, l’identificazione sono alla base della vicenda dell’ormai classico “John Wayne Gacy Jr.”, in cui le vittime e il carnefice si confondono in quel triste angolo dell’Illinois.

Per descrivere almeno in superficie il nuovo album di Sufjan è sufficiente dare uno sguardo alla copertina. In una fotografia sbiadita e un po’ stropicciata – uno di quegli scatti che magari hai dimenticato di avere e che improvvisamente spunta fuori in una giornata qualsiasi – un uomo abbraccia una donna e fissa l’obiettivo della Polaroid. Lei accenna un sorriso forzato, i suoi occhi socchiusi esplorano mondi per noi indecifrabili. L’artwork ci svela l’identità della strana coppia: Carrie e Lowell. Lui è il patrigno di Sufjan, insieme i due hanno fondato la Asthmatic Kitty. Carrie è la madre di Sufjan, scomparsa nel 2012 a causa di un cancro allo stomaco, ha combattuto una guerra fatta di alcool, psicofarmaci, disturbo bipolare e schizofrenia. Nel corso di una vita tormentata ha abbandonato Sufjan e suo fratello svariate volte; la prima risale addirittura a quando il nostro aveva solo un anno. Una diapositiva di questi abbandoni viene dalla straziante “Should Have Known Better”, dove il cantautore racconta: “When I was three, three maybe four, she left us at that video store”, e ancora “When I was three, and free to explore, I saw her face on the back of the door”.  Dunque, è ancora una volta il racconto a farla da padrone.

C’è tuttavia qualcosa di profondamente diverso rispetto al passato. Le grandi narrazioni collettive che hanno segnato Illinoise e Michigan qui subiscono un processo di trasposizione su scala ridotta. Le vicende altrui lasciano spazio alla voce interiore, un po’ come accadeva in alcuni tratti dell’ultimo Stevens (particolarmente “Futile Devices” e “Justice Delivers Its Death”). Carrie & Lowell non vuole essere semiautobiografismo filtrato da personaggi tipo dell’immaginario americano contemporaneo, ma autobiografismo allo stato più puro. Il fruitore ideale di queste nuove canzoni è prima di tutto l’autore stesso, che tira fuori lo scatolone dei ricordi e prova a confrontarsi con un passato doloroso. La geografia viene messa un po’ da parte per la lasciare spazio alla storia. E allora gli squarci dell’Oregon citati in alcuni passaggi non fanno la storia, ma semplicemente la caratterizzano, disegnando uno sfondo che deve essere poco invadente. Lo stesso si può dire degli elementi sacri, di quelli mitologici e anche della musica. La psichedelìa di The Age of Adz è momentaneamente archiviata, l’approccio barocco che segna Illinoise si fa da parte. Il punto di riferimento di Carrie & Lowell è senza ombra di dubbio Seven Swans, con il quale il nuovo condivide l’approccio minimalista. La differenza rispetto al modello la fa l’esperienza accumulata in questi undici anni. Impossibile non riconoscere all’interno di queste nuove creazioni una maggiore attenzione verso il dettaglio, il colore, le dinamiche.
Lo spartito autobiografico trascina inevitabilmente con sé una serie di tematiche con le quali anche l’ascoltatore può e deve fare i conti. L’inizio è tutto nel finale già scritto, la traccia di apertura è incentrata sull’abbandono definitivo e inevitabile, quello segnato dalla morte. L’arpeggio folk di “Death with Dignity” batte sull’impossibilità di ricongiungersi, su un amore indissolubile che va al di là degli errori del vissuto: “I forgive you, mother, I can hear you, and I long to be near you. But every road leads to an end, yes, every road leads to an end”. La malattia, il perdono e l’amore incondizionato dominano anche “Fourth of July”. Nel pezzo che possiamo definire uno degli apici assoluti della carriera del cantautore americano, Sufjan è al capezzale della madre morente – ma ancora cosciente – e i due sentono uno smisurato desiderio di esprimere il loro incondizionato amore reciproco. Gli altri due personaggi che abitano queste undici straordinarie canzoni sono Lowell e il fratello di Stevens. L’ambientazione dell’Oregon non è casuale ma è stato il luogo di vacanza (e di ricongiungimento) dei quattro. L’Oregon e questi due personaggi giocano un ruolo importante nell’economia del disco e nella vita di Sufjan, ma il fulcro è indubbiamente costituito dal tormentato rapporto con la madre, dal tema della morte, dal superamento di traumi infantili e dal perdono che scaturisce da questo superamento.
Carrie & Lowell è già diventato un pilastro fondamentale della discografia di Sufjan Stevens e segnerà indiscutibilmente il 2015. Questi quarantacinque minuti vanno affrontati con dedizione ed empatia. Inutile dire che anche i testi giocano un ruolo fondamentale. La delicatezza, l’intimismo e la sensibilità che trasudano da Carrie & Lowell hanno già commosso migliaia di ascoltatori.

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Sufjan Stevens (2015) Carrie & Lowell

Sufjan Stevens

Carrie & Lowell

2015 • confessional folk rock

86
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo