The Antlers • Familiars (2014)

articolo di
The Antlers (2014) Familiars

Familiars non è un disco semplice. A primo impatto ne esci un po’ disorientato, quasi deluso. Poi va bè, un altro ascolto glielo concedi, facciamo due, anzi tre. In fondo si tratta degli Antlers. Già perché da quando a Peter Silberman si sono uniti Michael Lerner e Darby Cicci, tutto ha cominciato girare per il verso giusto. Hospice ha spiazzato la critica nel 2009 col suo pathòs, le note malate, le inquietudini profumate di un amore destinato al capolinea della morte. Nel 2011 è arrivato Burst Apart, più disteso, dotato di un’aura quasi positiva, peraltro confermata dall’ottimo EP Undersea (2012). La svolta pop del trio sembrava a quel punto quasi inarrestabile, verso un format canzone più convenzionale. E invece no, se proprio dovessimo accostare uno dei due precedenti gioiellini a Familiars, non avremmo dubbi tirando in ballo l’album del 2009, col quale condivide almeno l’estensione dei brani. La copertina d’altronde condiziona questo processo di associazione. Lo sfondo granulare richiama quello di Burst Apart, ma al centro torna la componente umana, le due mani di Hospice diventano qui due corpi, uniti e quasi inerti, pietrificati in quella che sembra essere una riconciliazione dolorosa. 

Dunque ci riprovi, cominci a far girare il disco con una certa continuità. E lui ti ripaga, mostrando piano piano le 9 stanze di quel posto che dalla porta d’ingresso sembrava un monolocale immenso e freddo. La delusione e lo straniamento lasciano spazio ad un senso di sicurezza appagante. “Palace”, il singolo che ha anticipato l’uscita, comincia in punta di piedi e mette a nudo le forme eleganti di Familiars. Un piano, un drumming lento e ritardatario e soprattutto l’odore di ottone dei fiati, che dominano e caratterizzano indelebilmente l’intero lotto di brani. “Hotel” è un altro luogo chiave del disco: un movimento trip hop prende per mano la voce di Silberman e la narrazione della solitudine di una stanza d’albergo assume le sembianze di una creatura fiabesca. “Director” è un piacevole momento di frattura: una chitarra guida la voce verso una luce dream pop tappezzata di tastiere profonde e campionature liquide. Questi dunque alcuni dei momenti salienti, ma la tensione generale si mantiene sempre su livelli importanti. E allora possiamo citare “Revisited” – di un lirismo che è quasi una sorta di jazz contemporaneo al rallentatore – e la conclusiva “Refuge”, che chiude il sipario con un elegante movimento ascendente. 

Lo abbiamo detto in apertura ed è giusto ribadirlo ancora. Familiars è un lavoro che va compreso, seguito, esplorato. L’eccessiva uniformità può trarre in inganno. L’unità nasconde un sostrato capace di rivelare la soggettività dei singoli momenti, una soggettività che si svela progressivamente col susseguirsi degli ascolti. L’impronta generale resta comunque attaccata a ciascun frammento, ma ciò non costituisce un difetto, ma al contrario un pregio. L’album prende dal resto della discografia ma brilla di luce propria, e se è vero che il confronto coi due precedenti lavori sminuisce (di misura) queste nove tracce, è altrettanto doveroso sottolineare che gli Antlers sono ancora in splendida forma. 

Social
Info
The Antlers (2014) Familiars

The Antlers

Familiars

2014 • delicate rock

79
/100

Archivio:

Links
Media
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo