Sharon Van Etten • Are We There (2014)

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Sharon Van Etten (2014) Are We There

È dal 2009 che Sharon Van Etten canta le sue paure. Tutto comincia con quel debutto, Because I Was in Love, realizzato dopo aver incantato molti avventori dei bar di Brooklyn – e in particolare uno, Kyp Malone dei TV on the Radio, suo primo fan. Disco dopo disco la formula si è lentamente rinnovata, in un percorso di crescita costante – passato anche per la collaborazione-amicizia con Matt e gli altri dei National – che nel precedente Tramp aveva arricchito gli arrangiamenti e mostrato un carattere compositivo deciso e maturo.  

La copertina di Are We There  cattura un momento di piena libertà: la foto scattata dalla Van Etten ritrae una sua amica che sporgendosi dal finestrino della macchina urla: “Are We There?”. Lo stesso sentimento di sollievo e risolutezza, seppur accompagnato dal solito velo di malinconia, sembra trasparire netto in tutte le canzoni. La consapevolezza di dover andare avanti e lasciare qualcosa alle spalle, farlo con decisione prendersi i graffi del cammino, ma alla fine guardare il sole che nasce, con la coscienza che ogni volta che il sole sorge iniziano i guai, come canta in “Every Times the Sun Comes Out”. Ma l’importante è che la luce arrivi. 

La luce di Sharon Van Etten brilla pura, questa volta rivelando una varietà di sfumature come mai aveva fatto in passato. Già guardando i credits ci si accorge di come nel tempo si sia aperta alla collaborazione di altri musicisti, una lista di nomi che dal primo disco realizzato quasi in solitaria, per il terzo e questo quarto si è decisamente ampliata. Per la prima volta si è presa la briga di autoprodursi, mentre tra gli altri al suo fianco ritroviamo l’ormai inseparabile Heather Woods Broderick e David Hartley dei War On Drugs. 
Sono ricchi e aperti gli arrangiamenti di pezzi come “Afraid of Nothing”, “Tarifa” o “Break Me” nei quali insieme a pianoforte e chitarre suonano archi, legni e sintetizzatori. Ritmicamente più complesso e vario rispetto ai lavori precedenti, a tratti si fa forte e fiero come nel singolo “Taking Chances” nel quale il basso di Hartley pulsa in primo piano e dialoga con la chitarra elettrica e la voce, mentre Sharon si diverte imbracciando l’omnichord. Le tonalità cambiano anche nettamente ma sempre in modo organico, come quando la tensione del cuore ferito e sanguinante di “Your Love Is Killing Me” si stempera poi nella seguente e opposta “Our Love” languida e delicata. 
Sharon sa come dare peso ad ogni parola che canta e ad ogni tocco che danno le sue dita agli strumenti. E così quando si siede al pianoforte ecco che libera la tensione emotiva più forte e riesce a toccare l’apice di intensità: “I love You but I’m Lost” e “I Know” sono cariche di sensibilità ed il modo in cui la voce e le note modulano i volumi, fanno vibrare le parole di sincerità estrema. 

Se si dovesse collocare su una linea di successione, senza alcun dubbio la Van Etten raccoglie il testimone di Cat Power. Non tanto, o non solo, per le sonorità proposte, ma soprattutto per il suo modo di essere, inscindibile più che in altri casi dalla personalità della sua musica: candida fino al midollo. E se a volte può sembrare ruvida, al limite dello scontroso, è solo uno scudo per la timidezza – quel che deve dire lo dice magnificamente nei suoi brani nei quali si apre completamente, senza paura di mostrarsi a pezzi, ferita oppure all’opposto risoluta, sprezzante. Le poche parole che a volte pronuncia sul palco spesso le vengono fuori nel modo meno opportuno, ma sta imparando a comportarsi, come canta e assicura lei stessa: “You know I’m better every day”.

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Sharon Van Etten (2014) Are We There

Sharon Van Etten

Are We There

2014 • folk rock

81
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo