Wovenhand • Refractory Obdurate (2014)

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Wovenhand (2014) Refractory Obdurate

La lana punge, la lana è calore, la lana è naturale, la lana è per la gente di paese, la lana sia con voi. Eppure arrivano la primavera, quasi l’estate, e pure il nuovo appuntamento con David Eugene Edwards, americano d’America, rock’n’folk songwriter molto noto nei bassifondi dell’ascolto a stelle e strisce. Quasi un ossimoro. Oppure una parabola, di quelle tanto care alla sua creatura Wovenhand, figlia della voglia di avventura del nostro al di fuori dell’esperienza totale con i 16 Horsepower e a sua volta diventata adulta come la scrittura. E la voglia di sputare fuori il rospo: ecco, questo monolite che porta il nome, intellettualmente elaborato, di Refractory Obdurate sa tanto di viscere. Di qualcosa che viene da dentro, dal profondo, dribblando alla perfezione lo steccato della nostalgia, approdo classico di tanti autori che arrivano a superare la soglia dell’entusiasmo singhiozzando. Per Edwards invece la vita continua, è un progresso, è quella di stare sempre più come un soldatino davanti al microfono, con una chitarra in braccio, strumento dal quale questa volta più di tutte le altre l’essenza di quell benedetto rospo. E pur trattandosi di un tipo profondamente cristiano anche questa volta non c’è il rischio di cadere nella predica. Piuttosto volume due tacche più su, partiture scarne e recitate forse come mai prima (la lezione di Peter Gabriel, la teatralità di David Bowie) per un patchwork, anche di copertina, che ha confini ben precisi: la direzione è il rock americano di frontiera, la highway è quella folk, è tutto come fosse tardo pomeriggio e la notte non portasse buone notizie. Perché comunque vale l’istinto, perfettamente raccontato nel ritornello elettrico (non l’avevate capito? Elettrico, molto elettrico…) di “Masonic Youth” (Questa oscurità non mi vuole / Si rifiuta proprio di prendermi). Sono state però già sufficienti le prime due tracce esposte da questo nuovo Wovenhand, ancora di casa Glitterhouse ma questa volta con l’atipico sostegno di un’etichetta estrema come la Deathwish, per arrivare al dunque. “The Refractory” ha la verve del riassunto di tutto ciò che è stato prima, “Good Shepherd” ha il dna quasi sorprendente di chi avrebbe davvero potuto fare ancora più strada nei cuori dell’ascoltatore che vuol godere di una forma canzone convenzionale proposta con stilemi anticonvenzionali. Poi, alla fine della fiera, è sempre una questione di gusti personali, tanto più al cospetto di un disco che usa bastone e carota. Bastonate per chi cerca suoni nuovi a tutti i costi, carote per chi ha la pazienza di sedersi e accoglierlo dall’inizio alla fine. “Corsicana Clip” introduce in questo nuovo mondo più estremo di Wovenhand, “Salome” nel mezzo raggiunge il massimo climax espressivo, “Hiss” verso la chiusura mette a nudo l’hard folk descritto sopra. Chiamiamolo così. Intanto oggi ne sappiamo di più: Wovenhand punge, Wovenhand è calore, Wovenhand è naturale, Wovenhand è anche un po’ per la gente di paese, quella tipicamente curiosa. Dunque Wovenhand sia con voi, anche e soprattutto nella sua versione più scarna e cruda.

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Wovenhand (2014) Refractory Obdurate

Wovenhand

Refractory Obdurate

2014 • alt'n'hard folk

83
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo