Stephen Malkmus & The Jicks • Wig Out at Jagbags (2014)

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Stephen Malkmus & The Jicks (2014) Wig Out at Jagbags

La vita è strana. Deviata e incantevole. Un giorno ti svegli, la prima persona che incontri ti dice che sei uguale a Stephen Malkmus e un po’ ti incazzi. Pensi a quando mamma da piccolo ti raccontava la storia di quella giovane ragazza, bellissima, sfortunata e maltrattata: un giorno si vestì di tutto punto e trovò il successo, il principe, l’oro e, segreto mai svelato, il potere. Hai sempre pensato potesse essere come te, invece era un’arrivista come tante altre. Alla faccia di tutto e tutti. Se c’era da tagliarsi i capelli, li tagliava. Se serviva, si faceva. Punto. Il pubblico giudizio e la fama, possibilmente. L’immagine, la cura patinata, lo status di principessa in alta fedeltà.
Poi adesso arriva questo qui e ti dice che sei una persona quasi al contrario. O ha ragione lui o aveva torto la mamma a propinare modelli preconfezionati. Che poi di questo Malkmus ciò che ti innervosisce di più sono questi 20 e più anni di parole al vento, quel sorriso stampato a metà di chi riesce sempre a viversela, la sua vita. In maniera indipendente. Infischiandosene tout-court, mai una provocazione fine a se stessa, mai un maglioncino troppo in linea con la rivista Vogue, ma assolutamente dentro la sua generazione. Perché poi il nervoso sale ancora, se pensi che essere diversi non è questione di rompere gli schemi. Questo Malkmus ha poi soltanto messo in piazza i suoi, di schemi. Che farà mai nella vita… Canticchia, talora canta, scrive e suona, o se gli frulla fischietta, adesso ci mette pure i tromboni. Si diverte come un matto, se la gode. E tu invece no.
È una presa di coscienza che ti tortura, ma che ti può far ancora sognare qualcosa di diverso. Insomma, si può cambiare rimanendo uguali, senza gli stessi amici delle superiori sempre al fianco, quelli che si lamentano sempre (tu invece stai zitto e rimugini in silenzio) e quelli che non si sono mai sposati. E neppure fidanzati. Gente pesante a lungo andare. Ma pensaci bene: questo SM (nato pure a Santa Monica! e pure gran cazzaro di buona famiglia!) una volta nella vita si sarà anche innamorato, no? Lascia stare poi cosa ne sia venuto. Sbandato ha sbandato, pensando di poter essere per un momento nella vita l’incrocio definitivo tra Jimi Hendrix e Tom Verlaine. La stoffa non c’era. S’è mantenuto però l’acume. Tutto lì. L’elemento che fa la differenza. È sempre importante valorizzare il meglio di ciò che possiedi. Non lo imparerai mai. Forse non sono cose che si imparano.
Hai una penna bizzarra? Allora sei come Malkmus. Hai i capelli a fontana, troppo pettinati per essere una rockstar? Allora sei come Malkmus. Hai una faccia che passa inosservata? Allora sei come Malkmus. Poi scopri che nel 2014 esce il sesto album solista (già, vero, è un musicista e per registrarlo ha trovato un buco isolato sull’altopiano delle Ardenne) e suona come il riassunto dei cinque precedenti e ti viene la depressione. Come cribbio gli sarà mai venuto in mente? Lasciamo stare ciò che ancora trapela come venisse dalla band di prima, sennò ti butti dal balcone.
C’è chi può e chi non può, lui può. È che tu non lo capisci. Hai sbagliato sito, hai sbagliato un click, è stato tutto un sogno. Non hai in realtà la più pallida idea di come possa portarti via un pezzo come “J Smoov”. Non sei il chitarrista dei Radiohead che ci sbava dietro. Non puoi capire il rinascimento bislacco di “Houston Hades” o peggio ancora quello rielaborato in “Chartjunk”. No. Hai poco da incazzarti allora. “Lariat”, “Cinnamon & Lesbians” (wow! Tutti sul vocabolario…) e “Shibboleth” sono per chi non ha le basi, ma almeno vuol provarci partendo da zero. Fattene una ragione, quelli che sono uguali a Stephen Malkmus non esistono, e se non hai ancora capito esattamente di chi si tratta, mastichi l’inglese e credi davvero di essere sull’articolo giusto allora leggi qui. Dodici anni fa era già tutto così beffardamente chiaro…

Stephen Malkmus: Retrospettiva
StephenmalkmusalbumStephen Malkmus (2001) Doveva essere soltanto “The Jicks” e invece l’ex Pavement, attesissimo, finisce per metterci il faccione. Come mai in precedenza. Fan vecchi e fan nuovi possono consolarsi: “Black Book” scalda i motori, cadenzata, “Phantasies” è il concentrato della natura indie-smile, “Jo Jo’s Jacket” il culmine insieme a “Discrection Grove” a “Jenny and the Ess-Dog” (che tiro!). Non è più tempo di diamanti grezzi. Addirittura SM prova la ballata capolavoro con “Trojan Curfew” (scritta pensando all’idolo Lou Reed) e addirittura un riuscitissimo pezzo autobiografico, il primo in assoluto, come “Church on White”. 80/100
PiglibPig Lib (2003) C’era il rischio di non avere ancora granché da scrivere dentro il cliché tipico dell’ex Silver Jews diventato il Piccolo Principe dell’indie lo-fi. Un rischio ben dribblato, anche se i temi tendono a ripetersi. Chi cerca rimasugli del passato si può aggrappare al trittico “Ramp of Death”-“(Do Not Feed the) Oyster”-“Vanessa from Queens”. I nuovi orizzonti sono le mezze digressioni in chiave cavalcata psichedelica tipo “Animal Midnight” e più ancora “1% of One”. La coerenza è comunque salva. Malkmus from Stockton vince ancora… .77/100
FacethetruthFace the Truth (2005) La terza fatica è per fedelissimi. La cerchia si stringe. Le uscite iniziano a passare inosservate. Gli anni passano e si sente anche nella composizione, divenuta meno sfacciata, più intima. Dev’esser stato un periodo così. Gli occhi non brillano e allora Malkmus prova a smarcarsi dalle etichette di sempre (solo “I’ve Hardly Been” avrebbe potuto stare in Crooked Rain, Crooked Rain per dire…). I primi fiati, che ritorneranno, sono qui. Il country fluidificato è ancora più mellifluo (“Freeze the Saints”). E’ una sensazione generale. Dopo, non a caso, ci saranno per la prima volta tre anni di silenzio.. 70/100
Real_emotional_trashReal Emotional Trash (2008) Il lavoro più individuale di tutti. Ovvero il momento in cui il nostro prova a metter da parte i classici colpi al cuore di matrice Pavement. Chitarra solista protagonista, un bridge dietro l’altro, reiterazioni, canzoni stirate e prolungate. Ballate. Tante. Un disco uniforme che cede però il fianco a qualche lungaggine di troppo rispetto alla quantità di colpi di genio irridenti che il pubblico si aspetta. Il meglio? “Hopscotch Willie”, “Out of Reaches” e “Cold Son” non a caso a tratti quasi inaspettatamente malinconiche. Decisamente minore il contributo dei pezzi dell’ipotetico Lato B. 71/100
600px-Stephen-Malkmus-And-The-Jicks-Mirror-TrafficMirror Traffic (2011) Altri tre anni per cambiare tutto e infine non cambiare niente. Il cantautorato prende sentieri più folk, ci si getta nella normalità pur suonando alla sua maniera. I brani tornano più corti. Sono tanti. Ma anche piuttosto confusionari. Una ricerca nella tradizione, forse. Pop come “Tigers”, blues come “Brain Gallop” e tanti abbozzi per smarcarsi definitivamente (ma magari non consapevolmente) dall’idea del Malkmus-quello-dei-Pavement. L’operazione nel complesso non riesce, anche se è sempre un discreto piacere… E i ripetuti ascolti possono anche in parte dargli ragione nonostante l’etichetta di “nuovo Jonathan Richman” è lì, dietro l’angolo. Appunto poi la reazione con “Wig Out At Jagbags” sarà un brillantissimo ritorno allo spirito primordiale. 66/100

 

Retrospettiva a cura di Luca Momblano

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Stephen Malkmus & The Jicks (2014) Wig Out at Jagbags

Stephen Malkmus & The Jicks

Wig Out at Jagbags

2014 • indiewriting

78
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo