The Warlocks • Skull Worship (2013)

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La forma del mosaico di racconti che costituiscono l’intreccio di un’unica storia è tema e argomento di questo periodo. Lo è in letteratura con i vari Egan e Cognetti ma lo è anche in musica, con i Warlocks che ritornano dopo un lungo e travagliato periodo di cambiamenti. Un ritorno frammentato, spigoloso, costruito su muri di suono e psichedelia. Ipnotici, rock e misurati, vibranti e pieni di aspettative. Per certi versi un ritorno al passato, proprio come piace a Bobby Hecksher; rumore sì, ma languido, sibilato e a tratti strozzato. Bobby – che è stato l’unico punto fisso dei Warlocks negli ultimi anni di attività – ha preso la sua voce e le ha fatto affrontare le zone più lugubri della musica, riscontrando che ha saputo uscirne più cupa e profonda di prima. Skull Worship lascia un sibilo in testa, come quello procurato da casse con il volume troppo alto. Un album costruito in due anni che la band di Los Angeles ha voluto approcciare con un taglio rock sperimentale guardando – per certi aspetti – all’evoluzione di Tame Impala, Dead Meadow, True Widow e Black Angels. Brani imperdibili: il singolo “Dead Generation” e “Silver & Plastic”.

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The Warlocks (2013) Skull Worship

The Warlocks

Skull Worship

2013 • hypno rock

80
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo