Arctic Monkeys • Suck It and See (2011)

Suck It and See è il quarto album in studio della miglior rock band inglese in circolazione. Esce ancora per la Domino e promette di aggiungere dodici pezzi di ottima fattura a un repertorio che in poco tempo risulta già piuttosto cospicuo. Di questi dodici, almeno la metà, forse di più, sono potenziali singoli spaccaplaylist di youtube. Quindi non si parla di un brano o due, no, qui siamo di fronte ad un’autentica macchina da singoli che in poco tempo è riuscita anche a risolvere quello che poteva essere l’unico punto debole di Humbug, ovvero l’alterna capacità innodica delle sue dieci tracce. Più in generale, valutandone l’intero percorso, un gruppo così costante mancava da quando non ci sono più Blur, Oasis, Radiohead, o nemmeno Green Day e U2 a infestare chart e radio di loro canzoni. E hanno appena venticinque anni di media.

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La sensazione è che i quattro abbiano ormai trovato la configurazione ideale e che con i suoni prescelti possano forgiare chissà quanti album di canzoni come queste, almeno fin quando la vena compositiva di Alex Turner rimarrà su

questi livelli di eccellenza. In Suck It and See sono gli stessi Arctic Monkeys l’influenza maggiore dunque: “Cornerstone” che faceva la differenza in Humbug è ora modello di songwriting, a prescindere dal fatto che poi il brano diventi acustico o elettrico, uptempo o ballata. Non sono più i riff intrecciati a sostenere le melodie, ma sono gli accordi di chitarra a rendere più fluido e canticchiabile ogni pezzo. E molto in fretta (perché questo è il quarto album in sei anni, più i tantissimi singoli/EP e il progetto Last Shadow Puppets), le tanto antipatiche scimmie stanno convincendo tutti, anche quelli che le vedevano con un mero fenomeno hype del momento. In tanti, anche illustri, se l’erano presa con loro, forse invidiosi di un successo così spontaneo e chiacchierato in UK; poi però se ne sono quasi tutti fatti una ragione: i quattro del South Yorkshire sanno scrivere, e ormai hanno migliorato esponenzialmente anche la capacità interpretativa. Rispetto ai loro coetanei, gli Arctic Monke

ys non solo appaiono più maturi e consapevoli, ma sembrano esserci da sempre; sono nel mondo del pop da prima che questo nascesse, e lo dominano dall’alto, con fare distaccato eppure così espressivo da coinvolgere già un paio di generazioni. La terza è dietro l’angolo, e non è quella dei nuovi maggiorenni, ma quella di chi i 30 li ha passati da un po’ e si lascerà convincere dell’indiscutibile bontà di questo gruppo.

altSi parte subito forte con “She’s Thunderstorms” e “Black Treacle”, canzoni in grado di entusiasmare fin dal primo ascolto e con delle chitarre degne dei migliori pezzi della band. Se l’apertura sembra l’anello di congiunzione con Humbug, la seconda è un’irresistibile pop song che fa impallidire gli attuali Strokes, figuriamoci la moltitudine di attori minori di questo filone. Seguono i due brani usciti in anteprima rispetto all’album e l’ammaliante “The Hellcat Spangled Shalala”, inevitabilmente uno dei prossimi singoli. Se a marzo “Brick by Brick” ci aveva fatto storcere un po’ il naso, scopriamo che nel contesto di Suck It and See acquista molto più significato col suo omaggiare certo rock in bilico fra i Sessanta e i Settanta. Anche “Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair” non sarà il loro singolo più sconvolgente ma si dimostra comunque in grado di centrare il bersaglio, che forse è il pubblico nord-americano: megariff da movimento su e giù con la testa, e una melodia che se non fosse interpretata da Alex Turner – con la sua pronuncia marcatamente sheffeildiana – accosteremmo facilmente alla penna di Noel Gallagher.
alt Typically Oasis dunque, ma in senso buono: ci sono tracce di Definitely Maybe qua e là anche nei precedenti capitoli della band, adesso l’influenza pare leggermente più marcata. La sezione centrale del disco è anche quella più eterogenea, o forse dovremmo dire schizofrenica: “Library Pictures” riesce ad unire in un colpo solo l’irruente spontaneità degli esordi con i ritmi statici e pseudopsichedelici di Humbug; la stessa “Reckless Serenade” ricorda i racconti adolescenziali di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not. L’ultima parte dell’album riparte da “Piledriver Waltz”, già ascoltata qualche settimana fa in versione desnuda nello splendido EP di Alex Turner per la colonna sonora di Submarine. Più corposa, risulta anche più affascinante in abito da sera, risaltando maggiormente il sillabare profondo ed erotico di Turner, sempre allungato fino all’ultimo fonema: quasi indispettisce per la calma con cui doma le melodie. Statica e seducente risulta “Love Is a Laserquest”, mentre la titletrack ha un’armonia ancor più innodica perché non ti permette di chiamarti fuori dal coro: “Suck it and see you never … knoooow. Sit next to me before I … goooo”. Chiude “That’s Where You’re Wrong”, una midtempo in cui la vera protagonista è la chitarra solista e che in qualche modo appare rappresentativa delle atmosfere dell’album.

Le canzoni hanno più o meno tutte strutture molto semplici e pochi di quei soliti riff di chitarra che hanno reso celebri gli Arctic Monkeys: questo non è un disco da club, ma una colonna sonora per i ritorni a casa in tarda notte, o per una seratina di “ti ricordi quella volta” sul divano di casa, a luci basse e con del cioccolato fondente accompagnato da un bicchiere di vino rosso. Suck It and See mette in luce le doti melodiche di una band matura, consapevole del proprio fascino e soprattutto con un grande senso del gusto. E’ ancora una volta centro pieno, con buona pace dei più superficiali detrattori. Please believe the hype.

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Arctic Monkeys (2011) Suck It and See

Arctic Monkeys

Suck It and See

2011 • indie rock

84
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo