Arctic Monkeys • AM (2013)

Arctic Monkeys (2013) AM

AM. Come le iniziali del nome della band; come la modulazione analogica cui la copertina fa riferimento; ma anche come Ante Meridiem, a voler sottolineare la connotazione notturna delle canzoni e delle storie raccontate da Alex Turner. Giunti al quinto album all’apice del successo e dell’ispirazione, quei 4 ragazzi di Sheffield, sempre meno indie nei numeri che muovono e nella proposta musicale, mettono assieme un LP che va oltre il discorso psichedelico e dall’accento americano del sottovalutato Humbug, e ancora più lontano dalle atmosfere brit e innodiche del godibilissimo Suck it and See. Alle spalle però ci sono anche quattro anni di vita on the road, di concerti, di cambiamenti, di esperienze di vita… tanto che quegli ingredienti di cui sopra – mescolati con metriche al confine con l’hip hop e suggestioni RnB – danno alla luce AM. È naturale per loro sperimentare nuove strade e approcci da applicare alle idee musicali, lasciando però in evidenza il marchio di fabbrica Arctic Monkeys in modo da far sembrare tutto facile e scontato. O forse sta proprio in questo la loro grandezza, quel tratto distintivo che li rende una delle band di maggior successo commerciale e di critica dei nostri anni: il non volersi mai ripetere, il provare a suonare diversi album dopo album senza snaturarsi ma anzi tratteggiando un comune filo conduttore, un percorso coerente di crescita che dall’acclamatissimo esordio Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not si snoda fino a questo AM. Crescita si diceva, non soltanto come musicisti ma prima ancora come persone, ed ecco che quelle storie di ragazzini imberbi pronti ad uscire il sabato sera alla ricerca di una ragazza con la quale divertirsi, raccontate con una buona dose di entusiasmo e forse di innocente ingenuità nell’esordio, assumono qui un filtro fotografico più scuro, più torbido, sicuramente più confuso e disilluso. I fan della prima ora, mi capita di leggerne spesso nei commenti in Rete, nostalgici dell’epoca Whatever probabilmente non hanno considerato questo percorso o forse non sono cresciuti insieme ad Alex e compagni, continuando a desiderare Whatever pt.2. Per chi, come chi scrive, li ha amati a partire da Humbug, questo AM è l’ennesimo grande album di una band che forse più di qualunque altra nel Regno Unito ha saputo rappresentare lo spirito più genuinamente rock di questo inizio di XXI secolo.

di Antonio Pagano

 

Do I Wanna Know?“Are there some aces up your sleeve?” chiede Alex Turner nell’opener di AM alla sua amata. 7 anni e 4 album dopo (5 e mezzo se consideriamo anche The Age of Understatement e Submarine) lo sbarbatello di Sheffield sembra ancora avercene senza bisogno di barare. Il suo riff, dall’incedere lento e marziale, alla Vox 12 corde introduce alle atmosfere notturne di AM (un po’ più distanti da quelle di Suck it and See, e in questo caso più vicine a Humbug) e lo fa nel modo più sensuale possibile come il suo cantato e le backing vocals del fido Matt Helders.

Are You Mine? _ È la gemellina più spinta e irruenta della precedente, nonché la traccia che, per prima, a sorpresa nel 2012 ci ha presentato AM. La tensione aumenta e il riff portante accelera, mentre è la struttura a stop&go della sezione ritmica a dettare le danze. Il tiro è quello di Humbug, con un evidente retrogusto Zeppelin-Sabbath (o comunque hard rock dei Seventies) sul quale Turner, manipolando sapientemente la metrica, declama un uragano di parole sulle sue pene amorose.

One for the Road _ Dopo due tracce che ormai in molti conoscono a memoria, ecco la nuova via. Ci piace il basso di Nick O’Malley – protagonista aggiunto di AM – che guida l’interpretazione al sapore di RnB bianco di Alex. Dopo un LP più classicamente brit pop come Suck It and See (il loro Morning Glory?) e uno più filo-psych rock americano quale era Humbug, il percorso porta verso un rhythm and blues da garage come quello suonato in questo pezzo.

Arabella _ È il nome dell’affascinante protagonista della canzone che è emblematica del nuovo corso della band: l’intro RnB lascia presto spazio a un’esplosione di riff troppo sfacciatamente sabbathiani per essere considerati casuali. Turner stende un affresco onirico e visionario di Arabella (“And her lips are like the galaxy’s edge And her kiss the color of a constellation falling into place” e ancora “Arabella’ s got some interstellar gator skin boots, and a helter skelter and a little finger and I ride it endlessly”) e le sue pennellate hanno quel tocco lennoniano a cui recentemente ha dichiarato di volersi ispirare. Non solo per il taglio di capelli.

I Want It All _ Chiamare in causa i Muse non è un insulto. D’altronde è da un po’ che il trio del Devon prova a domare le proprie esuberanze con ritmi ballabili da arena-stadio. Il gusto degli Arctic Monkeys è chiaramente differente, meno esagerato e non per forza legato ai classici dei ’70. Oddio, un po’ di Queen, a parte il titolo di questa canzone, ce li sentiamo anche in AM, ma semmai sono quelli dell’incompreso Hot Space (1982). Col quel falsetto poi, Turner getta la maschera. Tutti in pista!

No. 1 Party Anthem _ È la ballatona che dopo l’avvio hard rock e glam delle prime 4 tracce interviene a dare respiro all’ascoltatore e a spezzare il ritmo. Ma è tutt’altro che un riempitivo strategico, anzi, per chi scrive si candida ad essere una delle tracce più belle della loro intera carriera. Ci sono i Beatles di Abbey Road passati al setaccio attraverso l’intima delicatezza dell’EP Submarine, c’è l’istinto conquistatore del playboy e la malinconia della serata e dei bagordi appena conclusi e suona maestosamente turneriana e autobiografica (pare riguardi alcune esperienze notturne della vita a Los Angeles). Iniziate a tirar fuori gli accendini per le esecuzioni dal vivo.

Mad Sounds _ Alex Turner si trasforma in Lou Reed (altra fonte di ispirazione esplicitamente dichiarata nelle interviste) e tira fuori una dolce e sognante ballata dagli echi velvetundergroundiani che fanno capolino nel suono di basso e chitarra soprattutto. È il momento più dolce e rilassato di AM.

Fireside _ Siamo a bordo di una Chevrolet Bel Air anni ’50 lanciata sulla Route 66 in Arizona, c’è il sole che picchia e del whiskey ad innaffiare la gola arsa. Ha il sapore e le atmosfere del deserto questa “Fireside” e un colore vagamente Sixties e psichedelico. Parla della fine di un rapporto e della difficoltà a riconoscere nell’altra quella che era stata, nonostante sia difficile il distacco.

Why’d You Only Call Me When You’re High? _ Non che ci aspettassimo Justin Timberlake, ma quando dopo due battute di basso e battiti entra la voce di Alex Turner, il primo impatto è una sorpresa. E si rivela la canzone che identifica meglio il concetto musicale che vuole esprimere AM, con la mentalità rock che si piega ai ritmi RnB, senza rinunciare alla poetica originale della band: se ci si pensa, Whatever People Say I Am non è così lontano. Il resto lo racconta il video.

Snap Out of It _ Beatles, Kinks, Pulp, ma anche Queens of the Stone Age più giocosi. La storia dei ragazzi di Sheffield in un brano al cui ritmo tu resistere non puoi. Divertimento e sing-along assicurati. Difficile credere che non diventi un singolo da rotazione radio continuata. Chiaro, non ci speriamo di trovarlo sulle frequenze italiane…

Knee Socks _ Poteva essere discendente diretta di Humbug, invece quel basso pulsante al limite del funk e del boom bap della costa Est riesce a fare la differenza – assieme ai cori femminili che proprio sono una novità – trasformando del tutto il passo della canzone. Mettici la voce di Black Thought, e diventa un pezzo dei Roots. Chiama Frank Ocean, e ci si diverte sopra anche lui. Yo.

I Wanna Be Yours _ Il numero finale sa di già sentito perché affidato a quello che sembra il seguito di “505”. Questa però è una canzone d’amore dal testo così dolcemente pop che chissà quante ragazze si staranno chiedendo per chi l’avrà messa in musica il buon Alex. E invece l’ha scritta John Cooper Clark, poeta inglese attivo durante l’esplosione della scena punk. Non sarà una novità, ma chiude il quinto disco degli Arctic Monkeys con eleganza e quel pizzico di senso di incompiutezza che lascia ben sperare per il futuro: la storia non finisce qui. To Be Continued.

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Arctic Monkeys (2013) AM

Arctic Monkeys

AM

2013 • garage rhythm & blues

83
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo