Okkervil River • The Silver Gymnasium (2013)

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Okkervil River (2013) The Silver Gymnasium

Non si può certo dire che le canzoni degli Okkervil River siano anonime. Anzi, con Will Sheff si va spesso a finire sul personale. Ne sa qualcosa chi negli anni si è lasciato affascinare dalla poetica da folk short story della band originaria di Meriden, un paesino di circa 500 anime nel freddo New Hampshire. Stavolta, però, quelle che abbiamo di fronte sono autentiche pagine del diario del singer songwriter, per quello che è al 100% un album autobiografico e una storia tipicamente americana, ambientata nel 1986. L’avesse scritto Sufjan Stevens, che un tempo scherzava nel voler dedicare un disco per ciascuno dei 50 stati americani, si sarebbe certamente intitolato New Hampshire. Invece si chiama The Silver Gymnasium, ed è il disco che può segnare l’autunno 2013.

Fosse solo per il corredo di ricordi nostalgici che lo staff che ne ha curato la comunicazione ha messo in giro in queste ultime settimane, varrebbe la pena approfondire questo settimo capitolo. E in quest’occasione William Schaff – che disegna gli inquietanti artwork della band con lo stile che gli è noto sin dai tempi di GY!BE e Songs: Ohia – s’è davvero superato, arrivando a mappare il paesino della Sullivan County dove avvengono le vicende delle canzoni. Ma non solo! Oltre a performance filmate tornando in quei luoghi, c’è anche un videogioco stile Commodore 64 che riassume in tre quadri un po’ tutto ciò che accade nell’album, e anche ciò che non c’è, ma che Will vuole condividere con chi è disposto a conoscerlo meglio, stavolta per davvero.

Laddove I Am Very Far suonava artificioso, mascherato e anche un po’ stanco di esistere, The Silver Gymnasium si veste coi pantaloncini corti e la t-shirt multicolore sviluppando quella springsteenizzazione già latente in passato e ora ben domata grazie – oltre al proverbiale buon gusto in fatto di arrangiamenti – alla mano di John Agnello, già produttore di Kurt Vile, Mark Lanegan e recenti Dinosaur Jr., ma che appunto vanta nel resumé anche una collaborazione con il Boss in era Born in the U.S.A.; ecco allora da dove proviene “Down Down the Deep River”, in cui gli Okkervil River superano gli Arcade Fire nel ripetere a voce alta la lezione del maestro.

“Il nostro obiettivo era quello di lavorare velocemente e diretti al punto, in modo da creare il disco di una band, e non il meticoloso prodotto di uno studio di registrazione”, confida Sheff; e appare subito chiaro dal suono dei pezzi che risulteranno portanti, come per esempio la magnifica “Lido Pier Suicide Car” – che rimanda ai fasti di Down the River of Golden Dreams, e che vede il ritorno di Jonathan Meiburg nel gran finale – o il singolo “It Was My Season”, in cui c’è ancora quella festosità un po’ contadina da sempre sottilmente presente nel percorso dei ragazzi, che a parte Will, vanno e tornano alla sponda del fiume. Ci piace il moog di Pat nel rock un po’ retrò di “Pink-Slips”, il classico mandolino di Zach e i corni e i fiati di Mike sparsi un po’ in tutte le undici tracce, e la batteria di Cully, i sintetizzatori di Lauren, il clavicémbalo di Justin… sono tornati tutti a dare una mano, per questo che forse non sarà il vertice del catalogo del gruppo – perché una volta fatti, dischi come Down the River e Black Sheep Boy non possono essere superati, soprattutto dopo tanti anni – ma che ritrova non più lost in the plot una delle band (e delle storie) più belle che ci ha regalato il mondo del rock indipendente americano dallo scorso decennio ad oggi. “Non me ne sto in cima al monte, urlando che la mia infanzia è stata fantastica e tutti dovrebbero prestarvi attenzione,” Sheff conclude. Non è questo il punto. “Sono fermamente convinto che se fai la tua parte in modo onesto e personale, allora diventerà qualcosa di significativo anche per qualcuno lontano che non magari non è come te, ma che alla fine prova gli stessi sentimenti”.

Down Down the Okkervil River
220px-Don't_Fall_in_Love_with_Everyone_You_SeeDon’t Fall in Love With Everyone You See (2002) A tre anni dagli EP di gioventù, il songwriting di Sheff è finalmente sbocciato, e si realizza in questo esordio per la Jagjaguwar di cui diventano la band di punta, fino alla scoperta di Bon Iver. Se l’etichetta di Bloomington è riuscita a pubblicare gente come Black Mountain e Dinosaur Jr. è stato soprattutto grazie alla credibilità che gli Okkervil River le hanno saputo dare e costruire intorno. Il primo vero LP è ancora un po’ involuto nelle strutture, ma mostra già melodie e suoni che ribaltano il finto country da classifica di quegli anni in qualcosa di campestre, alcolico e apparentemente fuori moda, i cui arrangiamenti rimandano ai Neutral Milk Hotel e Songs: Ohia. È l’inizio di una serie di racconti folk rock che segnano il decennio, e “Westfall” è il primo da inserire nella raccolta finale. 74/100
220px-Down_the_river_of_golden_dreamsDown the River of Golden Dreams (2003) In un’annata transitoria per le sorti del rock del decennio, qualcuno si accorge di questa piccola gemma del sottosuolo americano. La generazione cresciuta nei Novanta, delusa dall’involuzione di quasi tutti i suoi idoli, ma anche disgustata dalla piega che ormai hanno preso i canali musicali più famosi, scopre nei forum e nelle chat dei peer-to-peer una delle band fondamentali per entrare nella nuova mentalità indie dei Duemila. I – relativamente – pochi che si portano a casa una copia di Down the River of Golden Dreams si trovano di fronte un disco pieno zeppo di motivi per voler approfondire anche in futuro. Artwork curatissimo, testi che sono fiumi in piena di confessioni, ricordi, riflessioni, un sound che è tanto ricco di elementi – si contano 19 diversi strumenti – quanto vero nel senso che sembra suonato dal vivo davanti a te, e non in uno studio professionale, una voce finalmente diversa e che trasuda sincerità, e soprattutto canzoni davvero eccezionali, sia quando essenziali (“The Velocity of Saul at the Time of His Conversion”, “Yellow”), che quando volutamente tronfie e isteriche (“The War Criminal Rises and Speaks”, “For the Enemy”), sia quando si tratta di ballate demoralizzate che quando il ritmo va più veloce (“Song About a Star”, “It Ends with a Fall”). Trasferitisi a San Francisco per registrare gli undici brani in due diversi studi, Will e compagni mettono al mondo il loro primo grande classico. DISCO CHIAVE.
220px-Sleep_and_wake-up_songsSleep and Wake-Up Songs EP (2004) Una volta recuperati e memorizzati tutti i capitoli principali, fra tutti gli EP, appendici e mixtape pubblicati, questa è l’uscita che vale la pena cercare. D’altronde esce a cavallo fra quelli che riteniamo i due migliori tomi della band, di cui le cinque canzoni in questione non sono altro che scarti. Spesso, però, i randagi sanno dare amore incondizionato. Per fan assiderati, completisti, e innamorati. 65/100
220px-Jag80hiresBlack Sheep Boy (2005) La critica ha finalmente puntato tutti i fari, e inevitabilmente arriva il disco ground-breaking, quello che può elevare questi raffinati sognatori nella nuova sensazione dell’indie rock, e che finisce in molte delle classifiche di fine decennio. Ballate country, soliloqui folk, riff pronti ad esplodere in cori ed assoli, corni, wurlitzer, mandolini e perfino sintetizzatori: ci sono tutti gli ingredienti per accompagnare le vicende del tormentato ragazzo pecoranera (che al di là della citazione di Tim Hardin, non può che essere Will Sheff stesso), mantenendo il suono autentico e stupendamente bilanciato, anche in fatto di alternanza fra acustico ed elettrico, nuovo e tradizionale, timido sottovoce e forte fortissimo liberatorio. Il resto, come in ogni grande album, lo fanno le canzoni. E roba come “For Real”, “A King and a Queen”, o “The Latest Thoughs” ce l’hanno davvero in pochi. In caso non l’abbiate già consumato, la versione integrata dall’appendice è quella che deve fare fiero capolino nella vostra discoteca. 89/100
220px-ThestagenamesThe Stage Names (2007) Quando il ferro è caldo, Will porta i ragazzi in studio per registrare le canzoni più dirette e puramente rock – anche nei contenuti – del suo repertorio. Dal pubblico dell’osteria fumosa si passa a quello che si raduna downstage ai festival estivi che propongono il meglio del pop indipendente. Solo 9 nove tracce dirette al punto, in cui si alza il volume, si canta, si riflette e addirittura si balla a tempo. All’epoca ritenuto il disco della svolta cheerful folk, sembrava dover garantire il botto commerciale agli Okkervil River, ma il successo parallelo di Arcade Fire e Beirut – roba per lo stesso identico pubblico – oscura i buoni propositi, tanto che a fine tour, la band subisce una serie di cambi di formazione all’epoca sottovalutati, ma che certo hanno portato a differenze concrete nel suono finale delle prove successive. Ascoltandolo con distacco oggi, il primo lato di The Stage Names è davvero impressionante. 80/100
220px-Okkervil_River_-_The_Stand_Ins_coverThe Stand Ins (2008) È la controfigura, il lato B un po’ sfacciato di The Stage Names. Si continua con i racconti di vita sulle strade del rock, con tutti i suoi risvolti curiosi e negativi, raccontati con una sponteaneità tanto ingenua quanto anche un pochino auto-indulgente (“Starry Stairs” in particolare), come se i ragazzi si sentissero celebri rockstar inseguite ovunque dai supporter. Basta leggere i titoli delle canzoni e metterli assieme a quelli del disco precedente per avere una big picture più nitida, che riflette in tempi moderni – e indie – la lezione di Ziggy Stardust, e forse anche certe immagini provenienti dal Bob Dylan del periodo Blonde on Blonde e dintorni (“Calling and Not Calling My Ex” lo chiama in causa ancor più direttamente). Tra i momenti più coinvolgenti ecco “Lost Coastlines” in duetto con Meiburg, il racconto on the road di “On Tour with Zykos”, e il singolo “Pop Lie”, che pure dice qualche bugia sulla vera natura della band, e presagisce la definitiva perdita di innocenza del capitolo successivo. 72/100
roky-erickson-okkervil-river-true-lTrue Love Cast Out All Evil (2010) Roky è un personaggio la cui storia offre tante chiavi di lettura. Problemi di droga, di salute mentale, di solitudine, non gli hanno impedito di rappresentare un ideale di spirito libero, un Syd Barrett a stelle e strisce se vogliamo. Quando si parla dei 13th Floor Elevators da Austin, Texas, si parla di una delle leggende del rock psichedelico americano. Prima dei Grateful Dead, prima che Jim Morrison leggesse Aldous Huxley, prima che la scoperta di Albert Hofmann fosse bandita negli Stati Uniti, Roky Erickson era già in pista. In True Love Cast Out All Evil abbiamo una collaborazione nel segno di un blues rock nient’affatto prevedibile, in cui gli Okkervil River mostrano una versalità forse non così ovvia, specie in brani come “John Lawman”, tirata al punto di tendere al noise, oppure “Bring Back the Past”, che sembra suonata dal plettro di Jeff Tweedy. Se siete mai stati affascinati dal rock americano più profondo e cantautorale, specie se farcito di un mix di folk e sferzate soniche, ripescate queste canzoni. 74/100
220px-I_Am_Very_Far_album_coverI Am Very Far (2011) Jonathan Meiburg ha deciso di concentrarsi esclusivamente al progetto Shearwater quando Will sente che c’è bisogno di un’evoluzione. Chiaro, le vecchie ricette non sono rinnegate, ma gli elementi springsteeniani – così come sta accadendo ai canadesi Arcade Fire – cominciano a farsi prominenti: il singolo “Rider” sembra uscito da Born in the U.S.A., mentre in “Piratess” e “White Shadow Waltz” fa addirittura capolino David Bowie, figurarsi. Gli arrangiamenti, il suono, l’interpretazione vocale, la resa finale… tutto sembra meno spontaneo, e anche un po’ in disguise, anche quando le cose vanno particolarmente bene (“Your Past Life as a Blast”). Un cambiamento o almeno un tentativo di sorprendere, a questo punto della storia, era davvero necessario. Tuttavia, nonostante lo sforzo che mostra ancora una volta buon gusto e conoscenze, ci sentiamo di bocciare questa direzione, e di continuare a preferire lo Sheff più nudo e confessionale. 62/100
Okkervil-River-The-Silver-GymnasiumThe Silver Gymnasium (2013) Non si può certo dire che le canzoni degli Okkervil River siano anonime. Anzi, con Will Sheff si va spesso a finire sul personale. Ne sa qualcosa chi negli anni si è lasciato affascinare dalla poetica da folk short story della band originaria di Meriden, un paesino di circa 500 anime nel freddo New Hampshire. Stavolta, però, quelle che abbiamo di fronte sono autentiche pagine del diario del singer songwriter, per quello che è al 100% un album autobiografico e una storia tipicamente americana, ambientata nel 1986. Forse non sarà il vertice del catalogo del gruppo – perché una volta fatti, dischi come Down the River e Black Sheep Boy non possono essere superati, soprattutto dopo tanti anni – ma che ritrova non più lost in the plot una delle band (e delle storie) più belle che ci ha regalato il mondo del rock indipendente americano dallo scorso decennio ad oggi. 80/100

 

Retrospettiva a cura di Daniele Sassi

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Okkervil River (2013) The Silver Gymnasium

Okkervil River

The Silver Gymnasium

2013 • folk rock memories

80
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo