The National • Trouble Will Find Me (2013)

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The National (2013) Trouble Will Find Me

In questo 2013 a dir poco prolifico c’è spazio anche per i National, ovviamente. E ce ne sarebbe stato anche nel caso in cui Matt Berninger non avesse calato il poker. Già, perché è di un poker che si tratta. Alligator, Boxer, High Violet e Trouble Will Find Me: quattro assi dello stesso mazzo ma di colori differenti. Avevamo spiato i contorni di questo corpo seducente attraverso la serratura di trasmissioni radiofoniche e televisive a stelle e strisce e avevamo intuito attraverso quei flash che qualcosa di buono stava per giungere. Eppure fare i conti con queste tredici tracce non è proprio una passeggiata. Trouble Will Find Me è più lungo rispetto agli standard della band di Cincinnati, e bisogna prendergli le misure per benino. Un paio di sveltine disordinate potrebbero condurre verso conclusioni affrettate. Col susseguirsi degli ascolti, invece, spuntano fuori tutti i suoi valori. Vengono a galla le identità plurime di questi pezzi, molti dei quali potranno certamente costituire dei tasselli pregiati di un ipotetico best of (lungo un km!). A ben vedere, i National non potevano fare altrimenti: maturazione, evoluzione artistica e anagrafica coincidono perfettamente in questo 2013. Trouble porta la stessa barba dell’attore che lo interpreta sul palcoscenico, mentre incarna nient’altro che se stesso. Le due coppie di gemelli poi pensano al resto, con una serie di soluzioni che suonano ormai paradigmatiche, ma che allo stesso tempo trascinano nel disco e nella storia del quintetto un accenno di renovatio stilistica che attinge da High Violet per raggiungere altri lidi. Un album a più marce che trova, attraverso una certa solennità di fondo, il proprio minimo comune denominatore.

Come ormai da tradizione, quasi a voler seguire un format consolidato, “I Should Live in Salt” esce in punta di piedi per poi aprirsi nella seconda metà con un cantato meno introspettivo e arrangiamenti progressivamente barocchi: il marchio di fabbrica, la sigla The National è straordinariamente inconfondibile. “Demons”, che ha anticipato di un mese l’uscita del disco, è la rappresentazione criptica dei fantasmi di Matt. Lo sfondo opprimente della metropoli – tracciato magnificamente da fiati introspettivi – diventa il contenitore ideale di sguardi enigmatici proiettati all’indietro. Segue “Don’t Swallow the Cap”, colorata dai synth (una delle poche novità) e cadenzata dai ritmi puntellati della batteria di Bryan Devenford e insieme da una voce cantilenante che vuole imprimere la lotta fra luoghi domestici e spazi esterni: «Everything I love is on the table / Everything I love is out to see», canta Berninger. È ancora il drumming a scrivere lo spartito di “Sea of Love”. La marcia, che dà il titolo all’album, è la storia di un naufragio amoroso che sembra attingere dal mood strumentale di certi Arcade Fire. Del resto il polistrumentista Richard Parry (colonna della band canadese) ha partecipato alle registrazioni, colorando in sprazzi isolati le tinte tipicamente lunari del sound dei National: come in “Sea of Love” così in “Graceless”, uno dei culmini del disco. L’altra faccia di Trouble Will Find Me è fatta di (tanti) lenti che danno al tutto un’atmosfera narrativa e insieme solenne. Dagli arpeggi folkeggianti di “Fireproof” e “I Need My Girl”, alle tastate di “Heavenfaced”, passando per “Slipped” traspare la maturità di un uomo che ha dichiarato di voler cercare di smentire le proprie insicurezze attraverso queste canzoni. Come la coppia conclusiva “Pink Rabbits”-“Hard to Find”, in cui il quintetto ha ormai cristallizzato la capacità compositiva distribuendola su due fronti. Da un lato il dinamismo di certi episodi, dall’altro la magnificenza nei toni riflessivi.
La cristallizzazione non si lega però a riferimenti obbligatori con la vecchia produzione. Il suono si contraddistingue comunque per una certa distensione, un senso di rilassatezza che è lo specchio della definitiva maturazione della band (e non è ancora un difetto quello di saper usare una formula vincente con profitto: le canzoni belle non mancano, e quelle contano alla fine). Da segnalare anche il prezioso apporto delle numerose ospitate. Oltre al già citato Richard Parry, hanno contribuito fra gli altri Sufjan Stevens, St. Vincent e Sharon Van Etten. Il parallelo con gli Interpol – che qualche anno fa, all’uscita di Alligator, andava per la maggiore – è una volta per tutte archiviato: stiamo parlando dei National, del loro stile, fine della storia. Quattro album come gli ultimi quattro ce li hanno davvero in pochi. Neanche gli Interpol.

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The National (2013) Trouble Will Find Me

The National

Trouble Will Find Me

2013 • alt. standard rock

81
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo