PJ Harvey • Let England Shake (2011)

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PJ Harvey (2011) Let England Shake
Di titoli per questo articolo se ne potevano tirar fuori parecchi: Shine England Shine, Polly Wants a Riot, Salvate il soldato Polly Jean, Patriot Polly, Goddamn Europeans, SHEkermarer… tutti buoni a descrivere Let England Shake come l’album politico della cantante inglese. E’ stato registrato in una chiesa del XIX secolo nel Dorset, e da qualsiasi punto di vista lo si osservi, non permette indifferenza. L’avevamo lasciata da sola di bianco vestita al lume di candela, la ritroviamo coi capelli nero corvino a fare la Giovanna D’Arco nelle campagne inglesi, idealmente in testa ad un plotone di ribelli… Oppure in groppa ad un cavallo nero sopra alle macerie da cui canta il bisogno di rialzarsi, paladina naïf come la bambina di un celebre dipinto di Rousseau.
Due anni per scrivere i versi delle canzoni, neanche cinque settimane per registrare il contorno sonoro: questa la gestazione di un lavoro compatto, immediato ma non privo di sfumature, che vede il ritorno sulle scene di un’artista capace di mantenere fascino ancora oggi, vent’anni dopo i suoi esordi. Prodotto anche stavolta assieme a Parish e Flood, dal lato musicale Let England Shake è un album che da lei ti potevi aspettare, ma che di fatto non era ancora arrivato: è diverso da tutti i precedenti, eppure non lo senti come una sorpresa o qualcosa di imprevisto nel suo percorso. Da quello dei testi, si tratta di una specie di incitamento alla presa di coscienza e quindi alla rivolta diretto ai giovani intellettuali di Inghilterra, affinché quella che è la sua amata terra ritorni ad essere altil punto di riferimento dell’Occidente. Un disco socio-politico, isterico e forse anche un po’ pretenzioso nell’intento lirico, con tanto di slogan antieuropeista “Maledetti Europei, riportatemi nella bella Inghilterra”, che cara PJ fa tanto Tory Party. Scuote l’Inghilterra perchè è la sua terra ed è l’unica per la quale si sente di poter essere portavoce, ma il messaggio di fondo pare applicabile a ciascun ascoltatore che provi gli stessi sentimenti rispetto alla sua patria (chissà cos’avrebbe cantato fosse stata italiana…). Se fino ad ora si era raccontata sviscerando il proprio inland empire, questa è la prima volta che presta la voce a tematiche sociali, forse perchè per sua ammissione non si è mai sentita in grado di affrontarle adeguatamente (e da qui la concentrazione lunga e scrupolosa sui testi). Il senso liturgico che viene fuori dall’interpretazione invasata delle melodie riporta inevitabilmente alla mente Nick Cave, e dopo un album intimo come White Chalk, lo stacco è davvero notevole. Le nuove canzoni sono state scritte e soprattutto arrangiate in modo che spingano l’ascoltatore a cantarle, a unirsi al coro, un po’ come degli inni popolari, a partire dalla marcetta del singolo “The Words That Maketh Murder” e dell’altro pezzo di punta “The Last Living Rose”. Alcuni apici di un album molto omogeneo anche nella qualità dei brani sono certamente il sali e scendi di “All and Everyone” e il salmo rock di “In the Dark Places”, forse il più accostabile alla Harvey dei Novanta. Ma i momenti di pathos si susseguono dal primo all’ultimo minuto, seppure in modo meno toccante e certamente più convulso rispetto al precedente capitolo. Un folk elettroacustico – in cui è l’autoharp lo strumento assoluto protagonista – che tuttavia più che straniare cerca di coinvolgere, particolarmente nei ritornelli innodici e antimilitaristi di “The Glorious Land” (feat. trombetta del Settimo Cavalleggeri) e “Written on the Forehead”, mentre “Hanging in the Wire” rappresenta l’unico brano che poteva ben mimetizzarsi nel capitolo precedente.Contestualizzato al 2011, è un album che può anche vedersi sconfitto nel confronto diretto con quello di Anna Calvi – al quale per altro ha messo mano proprio Rob Ellis, da sempre collaboratore di PJ – ma che eventualmente esce a testa altissima, forte della sua chiarezza d’intenti e di un’ispirazione che non viene mai a mancare lungo le dodici canzoni che lo compongono. Let England Shake ha tutte le carte in regola per farsi applaudire da chi segue da tempo la Harvey, tanto da risultare in linea con la media qualitativa di una discografia che se per qualcuno manca di capolavori assoluti, per molti altri è del tutto priva di opere di scarso valore artistico.
PJ Harvey: Polly Wants a Riot
altDry (1992) Difficile pensare che dietro un album di debutto così provocatorio ci sia una semplice ventiduenne proveniente dalla tranquilla campagna inglese. Eppure Dry appare proprio così eccessivo, femminista, sgraziato everamente rock, tanto da portare all’attenzione di tutti il talento di una giovanissima e schiva Polly Jean Harvey. Nonostante l’immagine reale strida con quella ricreata artificialmente nel disco, la giovane del Dorset non solo dimostra una precoce abilità nello scrivere testi spesso tormentati e ambigui, ma canta con una voce già matura e malleabile a suo piacimento. Tra i brani più incisivi svetta “Sheela-Na-Gig”, sicuramente tra le più rappresentative del debutto, assieme a “O Stella” e al singolo “Dress”, contrapposte ad altri momenti carichi di pathos (come “Water” e “Plants and Rags”) che rendono giustizia ad un talento così intelligente. I riff rimangono in testa, le liriche sono pregne di humor nero, il suono è diretto come un pugno in faccia… questi sono alcuni degli ingredienti che fanno di Dry un trampolino di lancio tanto genuino. (S.P.)
altRid of Me (1993) Rid of Me è ancora una volta il volto e l’anima di una ragazza irrequieta, indomabile e al tempo stesso fragile. Riparte dal sound convulso dell’esordio, ma con una maturità e una consapevolezza decisamente superiori.Trova qualche attimo di pace in più, e pare calmarsi e ritrovarsi, eppure la tensione nella sua voce è costante e viene rilasciata proprio mentre l’ascoltatore era sicuro che PJ ormai non avesse niente per cui soffrire. Nell’impeto che travolge ogni pezzo, Albini arricchisce e cura con meticolosità la produzione, i suoni ne escono più levigati ed eleganti. Ogni canzone ha il suo tratto distintivo: vuoi una linea di basso fluida e più in evidenza, vuoi un inserto di archi, vuoi la puntuale distorsione di chitarra che esplode insieme alla voce di Polly, vuoi il risalto alla batteria di Rob Ellis. Tocchi sapienti e precisi che portano Rid of Me più lontano della foga con cui ci investe, donandogli eleganza senza rinunciare al furore punk tanto caro all’autrice. (M.U.)
altTo Bring You My Love (1995) A due anni di distanza dalla raccolta di 4-Track Demos (interessante, ma solo per fan appassionati e potenzialmente pericolosi), la Harvey si lascia alle spalle le missive post punk degli esordi e siabbandona, disillusa, nel mare delle emozioni più dolorose. Lo fa con il blues distorto di To Bring You My Love – co-prodotto da Flood che in quel periodo diceva la sua nei migliori Smashing Pumpkins e Nine Inch Nails, per non parlare degli U2 – che costituisce, come l’evocativa immagine della copertina lascia supporre, l’immersione in un gioco di odio/amore terribilmente seducente, la tragedia privata di una Harvey che mai come in questo album mette a nudo le molteplici facce della sua femminilità. Accompagnata dal compositore John Parish e da Mick Harvey (Nick Cave & The Bad Seeds), il terzo album della reginetta del Dorset è quello del dolore e dell’incomunicabilità, nonché per molti dei suoi fan addirittura il migliore che abbia mai scritto. Magari esagerando. (M.U./D.S.)
altIs This Desire? (1998) Probabilmente il disco meno immediato nella discografia di Polly Jean, in effetti quello che più raramente viene menzionato, eppure quello che più di tutti merita una rivalutazione. Is This Desire? nasce in un periodo difficile nella vita della cantante che come sempre traduce il suo stato d’animo in ispirazione musicale. Nei testi appaiono diversi personaggi, molte figure femminili, tutte con una forte connessione con gli elementi della natura, la protagonista centrale del disco. E’ nella parte musicale che si traduce la sua inquietudine personale, nei cambi d’atmosfera, nella sperimentazione: le ballate sono piene di sentimento, i brani rock sono contaminati da suoni referenti al Bristol Sound e in alcuni casi anche all’industrial. Le diverse suggestioni sonore compongono il quadro come pennellate di colori differenti, a dipingerlo una PJ Harvey nelle sue vesti più raffinate ed ipnotiche. Fra tutti, forse l’album più specchio dei suoi tempi. (F.S.)
altStories from the City, Stories from the Sea (2000) Dismessi i panni da diva tormentata, Polly Jean si trasferisce figurativamente dalDorset ai tetti di Brooklyn. Stories è una fotografia dall’alto di New York: PJ infatti ne cattura con uno sguardo la vitalità, il dinamismo e le perversioni, in contrapposizione con la quiete e l’atmosfera spesso dimessa del sud dell’Inghilterra. “Good Fortune”, “The Mess We’re In”, “This is Love” sono solo alcuni esempi delle sensuali ed euforiche ballate rock presenti in un disco che, ancora una volta o forse più che mai, sembra rendere tributo alla madrina Patti Smith. Il risultato si avvicina a quello che sarà considerato tra i maggiori successi commerciali e di critica mai scritti dalla ragazza, nonostante la spontaneità sempre più misurata a favore di una maggior orecchiabilità dei brani e di un equilibrio personale forse finalmente ritrovato. (S.P.)
altUh Huh Her (2004) Dopo il relativo successo mainstream di Stories, PJ sembra voler accontentare quei fan che desiderano un ritorno alle origini. Le Desert Sessions con Josh Homme (appena prima che il roscio bollisse) e le comparsate da Sparklehorse e Parish hanno accorciato i quasi quattro anni di distanza passati a preparare le 14 canzonidi Uh Huh Her, la più lunga e in fin dei conti meno utile pausa fra un albo e l’altro nella sua discografia. Senza rinunciare – se non apparentemente – alla produzione al dettaglio di Stories, Polly cerca di ripescare l’approccio di Rid of Me, dando tuttavia l’impressione di non volersi impegnare fino in fondo nel dimostrare di essere quella di sempre: le canzoni non scuotono e anzi paiono mancare di urgenza espressiva, mentre dal punto di vista sonoro è – per fortuna – assente la batteria impastata di Albini che caratterizzava il suono del 1993. Per il resto Uh Huh Her è parimenti aggressivo e poco dinamico, tanto che paradossalmente sono le tracce downtempo della seconda parte a risultare le più convincenti. Proprio la mancanza di grandi canzoni rende questo il lavoro meno riuscito di una produzione che sotto alla sufficienza non è mai andata, neanche in questo caso. (D.S.)
altWhite Chalk (2007) Le esperienze e il corso degli eventi influiscono sempre la vita e la maturità di una persona. Chi si ricorda ancora la Polly Jean rock, scostumata e aggressiva è rimasto un po’ indietro: è già da qualche annoche PJ Harvey ha abbandonato quei panni indossati a partire da Dry e Rid of Me per prendere quelli della signora adulta, magari ancora un po’ polemica e scostante, ma tutto sommato felice. White Chalk chiude un altro capitolo della storia personale della ragazza del Dorset, ormai quarantenne, per aprirne un altro. È una nuova donna messa a nudo, in tutta la sua quieta sofferenza, una donna rimasta di nuovo sola dopo anni di affetto, una donna ritrasportata nella propria inquietudine. Polly canta il dolore dell’abbandono, e lo fa in una maniera che nei suoi lavori precedenti non sarebbe stato neanche concepibile. Un pianoforte, una chitarra senza presa elettrica, una voce straordinariamente nuova e possibilmente ancora più intensa. Si potrebbe solamente dire che White Chalk è il lavoro più maturo della Harvey, che ha degli arrangiamenti minimali ma con degli intrecci anche più elaborati, che il suo minutaggio non fa in tempo a stancare e che presenta un’importante innovazione più cantautorale rispetto all’usuale repertorio di PJ. Ma, semplicemente parlando, White Chalk è bello perché punta dritto al cuore. (S.P.)
calton John Parish. L’unione tra PJ Harvey e John Parish non può essere considerata una semplice collaborazione lavorativa. La loro, infatti, è un’amicizia di lunga data che li costringe a cercarsi ad ogni buona occasione, soprattuttoquando arriva il momento di chiedere consigli ed integrazioni sull’ultima rispettiva opera solista. Nonostante i 13 anni di distanza uno dall’altro, Dance Hall At Louse Point e A Woman A Man Walked By testimoniano con continuità la risposta a questa unione d’intenti. I lavori corrono paralleli ma non del tutto indipendenti rispetto alla naturale trasformazione artistica dei due, pur presentando uno schema logico affine: sali e scendi di tensione e cariche emotive, aggressività dissennata e sensibilità messa a nudo; entrambi i dischi possono dar prova di un blues rock spontaneo, teatrale, talvolta un po’ sopra le righe. Nessuno può escludere categoricamente l’arrivo di un terzo capitolo, in fondo sia Polly Jean che Parish sembrano trovarsi a loro agio anche in questi panni. (S.P.)
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PJ Harvey (2011) Let England Shake

PJ Harvey

Let England Shake

2011 • polly wants a riot

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Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo