Cristopher Owens • Lysandre (2013)

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Christopher Owens (2013) Lysandre
La delusione per l’inatteso scioglimento dei Girls è durata un paio di mesi. Poi subito l’annuncio del primo album solista di Christopher Owens, tra una moltitudine di tweet sul mondo del calcio e citazioni più o meno colte di libri, film e canzoni a lui care, e una posa da fotomodello per Yves Saint Laurent, manco fosse uno bello di natura. Ma lui è un tipo, come si suol dire. E alla luce delle sue canzoni e del suo essere una sorta di song-machine, c’è chi ha osato mettere in mezzo nomi come Kurt Cobain ed Elliott Smith quali fratelli maggiori di un ragazzo così sensibile. Christopher infatti è uno che ha sofferto fino a che non si è liberato dal contesto dove è cresciuto, e che se fai caso ai suoi testi, ti fa sorridere per l’ingenuità delle parole che usa. Versi che a primo impatto paiono strappati dalle pagine del diario di un adolescente, ma che a un secondo ascolto risultano così pregni di sincerità da significare qualcosa di più profondo, tanto biografici e quindi veri sono.
Lysandre dura soltanto 28 minuti e non è esattamente il seguito del superlativo Father, Son, Holy Ghost (2011). Quello è un disco che se fra qualche anno ci saremo ancora, facilmente troverà un posto nella Top 100 degli anni ’10. Dall’arrangiamento di “Just a Song”, però, Chris è ripartito per raccontare la sua storia con una ragazza conosciuta in Francia durante il primo tour europeo. I pezzi sono brevi e si muovono intorno a un tema musicale che viene e va tra uno stacco e l’altro, suonato dal flauto o dall’organo hammond, dalla chitarra elettrica o da improvvisazioni del sax come in “Riviera Rock”, che spezza a metà questo che non si sa se definirlo un album o un EP. All’inizio si fatica a rifiutare il confronto coi Girls, nonché questa ripetitività cui convergono quasi tutte le canzoni e che porta alla memoria certi albumacci muffati anni Settanta, ma andando avanti con gli ascolti, si scoprirà che quel tema non riesce a stancare. Come approccio siamo più dalle parti dell’EP Broken Dreams Club (2010, che fu prodotto dall’ex compagno di avventure Chet White, fatto che forse sta a significare che lo scioglimento non può essere stato solo una questione di divergenze artistiche), mentre Father, Son, Holy Ghost era molto più pieno e pastoso. Di contro, Album (2009) era casereccio e disordinato.
Quel che conta è che la qualità del songwriting è alta anche stavolta: non c’è un brano che si può dichiarare debole, e l’etichetta 360° rock si arricchisce ancora di nuove sfaccettature. Già detto del godibilissimo refrain ai limiti del bossanova di “Riviera Rock”, Lysandre si apre con la confessionale “Here We Go”, che assieme alla titletrack appare come l’unica canzone con del potenziale da poter essere pubblicata anche separatamente. “A Broken Heart”, già nota ai fan che in crisi da scioglimento dei Girls sono andati in giro per l’etere a cercare rarità, è un altro brano acustico che rimanda al povero Elliott Smith, mentre in “Part of Me” – l’unico pezzo scritto in un secondo momento, a distanza di qualche mese dalla conclusione della complicata storia d’amore – vengono fuori i vecchi Wilco, quelli di Being There. Splendido il sassofono anche in “New York City”, roba che vorresti durasse almeno un’altra battuta quell’assolo, e che udite udite, rilancia echi del Bowie era Young Americans. La già menzionata titletrack invece è una marcetta naïf parente stretta di “Magic”, da Father, Son, Holy Ghost: un numero dei suoi, forse già un classico. Lo capiremo poi.
È un disco diverso e meno convenzionale da quelli che abbiamo nelle nostre collezioni. È perlopiù folk confessionale, ma stavolta meno trasversale: c’è minore possibilità di com-passione e co-sentimento. Forse per questo ci siamo emozionati maggiormente coi Girls. Ciò non significa che da qui in poi, tra un tweet di elogio a Messi e uno sul libro di Mao, il buon Chris non ci saprà coinvolgere con nuove storie e canzoni. Noi, francamente, ci contiamo parecchio.
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Christopher Owens (2013) Lysandre

Cristopher Owens

Lysandre

2013 • songs from a broken heart

78
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo