Lustmord • [The Dark Places of the Earth] (2009)

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The Dark Places of the Earth è solo un album di remix del recente [OTHER], ed è la solita proposta di ambienti scurissimi firmata Lustmord. Quindi niente di nuovo sotto il sole – e ci mancherebbe, Lustmord si muove esclusivamente nell’ombra, con movimenti felpatissimi – e nulla che possa davvero spaventare chi si è già imbattuto nella sua misteriosa figura.
Potrebbero bastare queste parole per screditare questo nuovo lavoro, edito ancora dalla Hydra Head di Aaron Turner, e allo stesso scaldare gli animi dei sostenitori del personaggio in parola, visto che le sei tracce che lo compongono non sono altro che l’ennesima dimostrazione di buon mestiere. Si tratta dunque di un disco fatto dei consueti ingredienti che hanno reso celebre Brian Lustmord – particolarmente negli ultimi tre anni – presso una fetta di ascoltatori attenti a ciò che gravita attorno all’universo di formazioni rock e metal affermate come Tool e Melvins. La nuova e prima popolarità underground è dunque dovuta alla stima che Adam Jones ha della sua arte, da cui è fiorito un sodalizio che ha invero reso possibili collaborazioni con altri artisti della scena, quali ISIS e Justin K. Broadrick, presenti in qualche modo nelle stanze di questo lavoro. Dall’apparizione nella canzone “Wings for Marie/10,000 Days” dei Tool, Lustmord ha visto accrescere l’interesse verso di sé e il suo vecchio catalogo, ristampato o semplicemente spolverato e rimesso in vendita. E’ successo così che in molti si sono appassionati alle buie trame di album ormai divenuti nuovi classici della specie come Heresy o The Place Where the Black Stars Hang, e che altri abbiano addirittura sostituito il vecchio e bambinesco black metal con la musica del pioniere della dark ambient:

Q: Ascolti del black metal? Credo sia un genere che chiaramente coinvolga ambienti dark, anche se in un modo magari differente dal tuo modo di fare musica.
Lustmord: Devo dire che trovo il black metal piuttosto infantile, non sono mai stato interessato a cose così limitate nei parametri e che devono avere sempre una rigida uniforme.

E se lo dice Lustmord…

altChe dire di più di The Dark Places of the Earth? A chi già conosce l’operato del personaggio in parola, basterà sapere che si tratta di sottofondi carichi delle atmosfere inquietanti e minacciose che abbiamo trovato anche in altre opere più o meno recenti, con particolare riferimento al metafisico Carbon Core del 2005 (la traccia “Eon” potrebbe tranquillamente farne parte), nonché alle basi sonore presenti nei dvd single dei Tool (“Vicarious” soprattutto). Per chi invece non ha mai provato ad immergersi nel fluido nero, l’unico consiglio possibile è quello di ascoltare questa musica nel momento giusto, quando non si cercano canzoni, né è facile stabilire come ci si sente. A quel punto non servirà altro che creare la giusta atmosfera nell’ambiente attorno – e no, non sono obbligatori incensi indiani, libri sullo shamanesimo integralista o sali da bagno profumati – perché questo verrà riempito dalle dilatazioni spettrali di tracce come “Primal” o “Fallen”. Non importa che ci si trovi a Capo Nord con 60 centimetri di neve fresca fuori dalla finestra, o che da questa si veda il mare illuminato da uno splendido sole del mattino, perché in fondo occorre solo un’ultima precauzione – gli abituati all’esperienza converranno – che riguarda l’isolamento necessario per ottenere il risultato cui questa musica ambisce: Lustmord va ascoltato anzitutto nella propria stanza, in completa solitudine. Allora non si partirà per altri mondi fatati e surreali, ma verso un luogo ancor più lontano, il pericoloso dominio della mente.

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Lustmord (2009) The Dark Places of the Earth

Lustmord

[The Dark Places of the Earth]

2009 • dark ambient

70
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo