Tim Hecker • An Imaginary Country (2009)

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A pochi mesi di distanza dall’intrigante collaborazione con il connazionale Aidan Baker a titolo Fantasma Parastasie (Alien8, 2008), Tim Hecker sforna il seguito dell’allora acclamato Harmony in Ultraviolet, sempre edito da Kranky che oramai è sinonimo di garanzia.
An Imaginary Country ha al contempo l’arduo compito di alimentare la meritata nomea di uno dei massimi esponenti del’ambient e quello di mantenere un respiro sufficientemente ampio in un genere dove esplorare al di là degli attuali confini non è più così facile. L’opera pare conciliare entrambe le necessità in maniera quantomeno soddisfacente.
Non è certamente un Tim Hecker snaturato quello di An Imaginary Country.
L’apertura con “100 Years Ago” ci rigetta immediatamente in una familiare ed avvolgente adimensionalità. E’ labile l’equilibrio tra melodie frammentate ed altre invece dilatate all’estremo, abbozzi di fraseggi immediatamente abortiti e lasciati a galleggiare su dei consistenti soundscapes.
Non stupisce al contempo l’abile alternanza piano-forte, la naturalezza dei crescendo dei quali si diventa consapevoli solo nell’istante successivo alla loro fine, i riverberi di chitarra nel finale di “The Inner Shore” e la ammaliante “Paragon Point” ne sono un esempio. Pur nella totale assenza di ritmo, spesso le tracce trovano la loro regolarità nella progressiva aggiunta di “strati” sonori o alternativamente nello spogliarsi delle strutture precedentemente imbastite, fino a lasciare la sola, scarna impalcatura. Non mancano momenti totalmente eterei e dilatati come “Borderlands” e “Currents of Electrostasy”, che rimandano a precenti episodi heckeriani di Radio Amor (2001), ad esempio. Le tracce raccolte sono perlopiù di medio-breve durata, in alcuni casi collegate da interludi, eccezion fatta per l’imponente “Where Shadows Make Shadows” dove Hecker dà saggio della sua abilità rumoristica per dar vita ad atmosfere a tratti inquiete ed oscure. Chiude “200 Years Ago”, ibrido fra elemento di circolarità e simbolo di un avanzamento tanto costante quanto impercettibile.
I 48 minuti di An Imaginary Country costituiscono una esperienza sonora fluida ed in grado di appagare i sensi pur senza saziarli; un tappeto di suoni e rumori tra i quali si mimetizza l’originale concezione di melodia di Tim Hecker, la quale gioca un ruolo da protagonista spesso nascosto dalla scena.
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Tim Hecker (2009) An Imaginary Country

Tim Hecker

An Imaginary Country

2009 • ambient

77
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo