Pantha Du Prince • The Triad (2016)

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Pantha Du Prince (2016) The Triad

“All of us who do creative work, we get into it because we have good taste. But there is this gap. For the first couple years you make stuff, it’s just not that good. It’s trying to be good, it has potential, but it’s not. But your taste, the thing that got you into the game, is still killer. And your taste is why your work disappoints you. A lot of people never get past this phase, they quit. […] It is only by going through a volume of work that you will close that gap, and your work will be as good as your ambitions. […] It’s gonna take awhile. It’s normal to take awhile. You’ve just gotta fight your way through.”

Ogni mestiere ha i suoi trucchi: a svelare questo segreto è Ira Glass, conduttore radiofonico americano e autore dello show giornalistico This American Life, vincitore di numerosi premi. La veridicità di questa citazione è tale che si può applicare indistintamente a chiunque, anche al signor Hendrik Weber, il nostro affezionatissimo Pantha Du Prince che ormai si poggia su una reputazione solida, con magari qualche svantaggio: l’affinamento del proprio suono può portare a giudizi un po’ superficiali e così Hendrik è diventato, seppur con grande merito, “quello dei campanellini”. Ovviamente nessuno viene punito per delle semplificazioni (anche se ogni tanto potrebbe far bene), ma si tratta di idee che alla lunga sminuiscono il reale valore di un artista. Perché già nell’osannato Black Noise si trovavano spunti alternativi egualmente interessanti, come la direzione ambient del finale: non ci siamo dimenticati della neve di “Es Schneit”, vero? Tutto questo può essere solo il risultato di un musicista che si sforza continuamente di colmare quel gap di ambizioni frustrate illustrato da Ira Glass.

Dall’esordio Diamond Daze allo sperimentale Elements of Light l’identità di Pantha Du Prince è sempre stata in divenire, arrivando col passare del tempo a sfiorare la perfezione del capolavoro nel già nominato disco del 2010. Stavolta l’ha raggiunta con The Triad? …per quanto il dibattito sia aperto, noi ci giochiamo la carta del “tutto sommato” e rispondiamo sì. Non sarà una perfezione assoluta (che in fondo, esiste poi davvero?) ma è senza dubbio il culmine del suo lavoro.

Intanto iniziamo col dire che The Triad è completo e maturo. E non solo: a primo impatto scorre liscio come un fiume in piena, facendo dimenticare i minutaggi non esattamente contenuti. C’è l’equivalente del singolo pop in apertura, il brano riflessivo dedicato a chi vuole godersi un istante di euforia, ci sono i pezzi da sfoggiare nei dj set, la cavalcata minimal techno di 10 minuti, le evocazioni paesaggistiche, i momenti spirituali, perfino un finale d’ispirazione dream pop à la Slowdive: c’è tutto, anche i campanellini, tranquilli. E il motivo per cui l’ultima opera di Hendrik si avvicina più delle altre all’Olimpo sta nella forma esauriente dei suoi capitoli. Uno stile musicale fondato sull’emotività e sulla ricerca interiore può implodere in se stesso: vi ricordate “Saturn Strobe” con i suoi archi sublimi? Col senno di allora la sua bellezza pareva inarrivabile, ma in retrospettiva si nota qualche passaggio un po’ allungato e una struttura non proprio definita, nonché la pur sempre controversa decisione di accomunare due universi contrastanti come la musica classica e la techno. In The Triad ogni dettaglio è al suo posto, ogni crescendo dura il giusto, nessuna traccia straborda più del dovuto. E il cerchio si chiude armoniosamente, con la sacralità di Elements of Light nelle voci di “The Winter Hymn” e “Islands in the Sky”, i ritmi secchi di This Bliss in “Lichterschmaus” e “Lions Love” e il naturalismo di Black Noise che pervade l’album fra synth dai contorni netti e nubi evanescenti che sovrastano il tutto e creano l’inconfondibile atmosfera magica.

Dopo ben 12 anni di carriera Hendrik Weber ha raggiunto la sua perfezione, quella che anche se non lo renderà precursore di un genere o chissà quale innovatore, gli darà la certezza di aver concluso (fino ad ora) il difficile percorso di crescita artistica testimoniato dai suoi colleghi e da Ira Glass. Il percorso di chi non molla mai.

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Pantha Du Prince (2016) The Triad

Pantha Du Prince

The Triad

2016 • bell chimes techno

84
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo