Tim Hecker • Love Streams (2016)

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Tim Hecker (2016) Love Streams

Tim Hecker è un autentico pellegrino musicale. All’ottavo album in 15 anni (senza contare le collaborazioni) non mostra alcun segno di cedimento, lavorando e rifinendo in ogni dettaglio le sue creature alla costante ricerca della spontaneità e della bellezza più viscerali. L’avevamo lasciato con le complesse architetture di Virgins, sperimentando nuove soluzioni dopo un decennio dedicato a forgiare un suono vitale e inconfondibile. Ora ci offre Love Streams e tra la copertina psichedelica e la promessa di un ulteriore capitolo del suo percorso non potremmo essere più curiosi.

Se nell’ultimo lustro Hecker aveva compiuto passi interessanti ma ancora indecisi sulla direzione da prendere, i primi secondi del nuovo disco lasciano intendere che forse stavolta ci siamo. L’artista canadese si libera della tunica da musica sacra, indossa occhiali protettivi, camice bianco e dopo la dovuta sterilizzazione entra in laboratorio per tentare un’operazione pericolosa: il contenimento del volume sonoro. Togliendo i riverberi immensi e gran parte delle distorsioni, arriva al nucleo e dopo averlo analizzato al microscopio rimuove gli elementi classici, il pianoforte e gli strati immateriali ed ariosi per impiantare nuove molecole al suo interno. Synth definiti e spazi limitati appaiono più rilevanti e in certi momenti prendono il controllo, come in “Bijie Dream”, dove vediamo Hecker spostare l’asse d’ispirazione: se i fan vedono in questo la fusione con l’immaginario di Daniel Lopatin, ascoltando con più attenzione si ammirano anche altri tocchi, note sintetiche che sembrano uscite dal catalogo generale della Warp (Clark in particolare). E onestamente fa un certo effetto associare il musicista di Vancouver a colleghi di simil prestigio. Tuttavia la questione è più critica di quanto si pensi, poiché mai come in Love Streams l’equilibrio fra personalità e contributi esterni è determinante.

Questo perché nonostante le vesti rinnovate i tratti fondamentali del compositore ambient si riconoscono sempre facilmente. I flussi di coscienza che hanno ormai rimpiazzato il drone dei primi lavori e le melodie schematiche di An Imaginary Country, le fasi di puro caos, le decelerazioni e le distorsioni che a volte ritornano: non illudiamoci, non è uno stravolgimento di valori quello che stiamo udendo. E ciò è male? No, perchè l’impegno dimostrato nel coordinare diversi elementi eterogenei insieme è notevole: da dove arrivano le voci astratte e inumane e le note di chitarra sconnesse? E il cuore pulsante di “Live Leak Instrumental”? Domande a cui non viene fornita una risposta chiara. L’argomento stesso dell’opera è ambiguo: magari l’inaridimento dei sentimenti umani nella società di oggi? Solo congetture, fatto sta che come abbiamo accennato prima Hecker si è probabilmente stancato di musica da chiesa e dipinti paesaggistici. Forse, al pari di Oneohtrix Point Never e i suoi loop schizofrenici, invece di esplorare nuovi mondi al produttore nordamericano ora interessa scoprire un nuovo linguaggio, un nuovo modo di raccontare una storia. E comunque tutto questo alla fine non importa. La malinconia sospesa in volo di “Music of the Air”, il crepuscolo multicolore di “Collapse Sonata” e il feroce delirio sensoriale di “Violet Monumental I”: è questo l’essenziale che Hecker vuole comunicarci.

È vero, Love Streams ritrae un musicista che non ha ancora terminato il suo viaggio, che prova di tutto ma non riesce ad abbandonare completamente se stesso. Ma fra l’onore del tentativo e quello di aver creato un’identità che agisce da pilastro nel suo genere, il suo merito rimane inviolato.

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Tim Hecker (2016) Love Streams

Tim Hecker

Love Streams

2016 • synthetic ambient

80
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo