Arca • Mutant (2015)

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Il nome del venezuelano Alejandro Ghersi, in arte Arca, sarà già giunto alle orecchie dei più malati per aver messo lo zampino su Yeezus di Kanye West e Vulnicura di Björk (e su FKA Twigs e Kelela, nomi caldi del 2015). Si tratta tuttavia di dettagli che lasciano il tempo che trovano, in quanto Mutant, più del suo predecessore Xen, parla da sé; nessun altro biglietto di presentazione è necessario. Il linguaggio è assimilabile a quello ai pianoforti polverosi di Tim Hecker e al caos di Oneohtrix Point Never, con un orecchio al Flying Lotus pre-jazz, ma l’elettronica di Arca è un edificio ultramoderno nel cuore di una foresta pluviale, lontano dalle influenze della civiltà. Non si attiene a un copione prettamente fantascientifico ma inserisce a tradimento misteriosi e affascinanti elementi tribali, trascina l’ascoltatore in mezzo alle rapide guidandolo tra le rocce affioranti col cuore in gola, poi lo lancia giù per la cascata percuotendone i timpani con scariche di suoni interpolati. Lo dice la prima traccia della lista: “Alive”. Mettersi seduti, aspettre e subire. Astenersi spiriti poco avventurosi e/o molto omofobi.

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Arca (2015) Mutant

Arca

Mutant

2015 • ex machina

85
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo