Oneohtrix Point Never • Garden of Delete (2015)

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Oneohtrix Point Never (2015) Garden of Delete

Garden of Delete, secondo disco di Oneohtrix Point Never per la Warp, è nuovamente definitivo come lo erano stati a modo loro Replica e R Plus Seven. Un lavoro punitivo quanto un indie game roguelike (o più precisamente roguelite), quelli in cui quando perdi ricominci da zero e porti in salvo soltanto una parte del tuo progresso, poi perdi e perdi ancora e ancora ma ogni volta riesci ad aggiungere un altro pezzetto al puzzle. Non c’è un modo semplice per spiegare cosa renda unico Daniel Lopatin, qualcosa di più che soltanto il nostro Aphex Twin. Qualsiasi paragone non renderebbe giustizia alla sua poetica, perfettamente calata nel nostro tempo e che coinvolge praticamente due generazioni: da un lato quella cresciuta a pane e Metroid, come lui stesso; dall’altro, quella che non ha memoria di un mondo privo dell’Internet ad alta velocità. Garden of Delete parla un po’ di chi negli anni ‘80 c’è nato, un po’ a chi scopre in maniera indiretta tutto ciò che è etichettabile come “retro-qualcosa”. Lo sfondo è quello di chi pratica zapping nell’era digitale passando da un contenuto multimediale all’altro (una transizione in cui quel quel romantico tsssh di quando beccavi un canale sintonizzato male viene sostituito da un lieve glitch) forte del brivido della velocità degli impulsi numerici, linee elettriche che rappresentano la vita come nell’opening di Halt and Catch Fire, la serie della AMC sugli albori dei personal computer. La sua idea di rilasciare in anticipo sui tempi i MIDI contenenti le melodie dell’album è perfettamente in linea con tutto ciò. In teoria, i fan più folli avrebbero (e hanno) potuto produrre dei remix dei nuovi pezzi prima ancora di ascoltarli.

In GoD c’è molta dell’elettronica che abbiamo ascoltato negli ultimi anni, e anche qualcosa in più. Esempio “Sticky Drama”: partenza da parodia di artificioso R&B/hip hop radiofonico; 1:30 ferocia “Prurient”; 2:00 industrial black metal generico; 2:20 elevazione “Fuck Buttons”; 2:50 spunti melodici che lasciano soltanto immaginare i possibili sviluppi, perché se l’hai seguito fin qui sai anche come completare la frase senza che lui ti tenga per mano. “Ezra” e “I Bite Through It” creano meravigliosi contrasti tra analogico e digitale, ma questo è nulla. È una delizia (un po’ perversa, c’è da ammetterlo) provare a seguirne la perfezione dei cambiamenti e del loro riagganciarsi in maniera estremamente precisa ad un punto precedentemente interrotto, come se nulla fosse accaduto nel frattempo. Non manca neanche un ironico riferimento a tutta la storia della vaporwave e al suo mixtape a nome Chuck Person, che forse avrebbe meritato un approfondimento nonostante il suo essere intenzionalmente usa e getta. “Mutant Standard” stravolge gli albori della techno e dona una dignità kosmische al più becero dei synth trance, in quella che diventa addirittura una vera e propria operazione nostalgia. La decompressione di “Child of Rage” è necessaria per evitare il breakdown mentale, con “Animals” che implementa nello spazio un rilassante (ehm) scenario da RPG medievale. Il colpo più basso però lo sferra “Freaky Eyes”, il cui arpeggio, in quel punto del disco, oltrepassa facilmente le difese emotive colte alla sprovvista. Infine, siate tutti consapevoli di come “No Good” passi nel tritacarne 808s & Heartbreak e tutti i suoi figli.

I possibili scenari aperti dalla musica di Oneohtrix Point Never sono due: nel primo, l’apparente assenza di linearità la rende l’equivalente sonoro di una crisi epilettica; nel secondo, la percezione di un filo logico dà l’impressione di aver aperto un canale di comunicazione mentale con un alieno. In entrambi i casi l’esperienza è traumatica. Non si pretende che tutti siano in grado di seguire Daniel Lopatin o anche solo questo discorso. Non è importante che tutti possano accettare o meno che, dove non potrà mai arrivare il rock, possa arrivare una cosa del genere, o ciò che hanno prodotto Ben Frost e Tim Hecker negli ultimi anni (un terzetto per cui veramente c’è da giubilare). Il voto lascia il tempo che trova, aggiungete o sottraete (infami!) quanti punti volete, ma solo se avete sufficiente coraggio e immaginazione. E non parlate di concept album, per carità, quella roba lasciamola a chi ha la presunzione di voler realizzare i propri supremi intenti artistici. Anzi, pensate alle facce dei fan dei Soundgarden quando si sono ritrovati lui a suonare, mentre erano lì per Cornell e forse per i Nine Inch Nails. Non fate come loro. Ascoltare soltanto rock vi fa invecchiare più velocemente.

 

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Oneohtrix Point Never (2015) Garden of Delete

Oneohtrix Point Never

Garden of Delete

2015 • roguelike electro

88
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo