Disclosure • Caracal (2015)

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Disclosure (2015) Caracal

Due anni fa avevamo applaudito Settle con le seguenti parole: “questi ragazzi ricordano l’aria che si respirava nella decade passata, ma forse (e questo forse lo sottolineo con forza) se la musica elettronica di fine anni ’90, così magistralmente reinterpretata, ha un tale successo è perché qualcosa sta cambiando, ancora una volta. Recuperare le musiche del divertimento senza discussioni: un divertiamoci, giovane, disinibito e autoreferenziale, non il lasciateci divertire di pochi anni fa, supplice ed escapista”. Per meglio comprendere il senso del discorso consigliamo caldamente di dare una ripassata sia all’esordio dei Disclosure sia alla nostra recensione. Sarebbe stato bello se l’hype creatosi per Caracal fosse culminato con l’arrivo di un disco epocale, di quelli che “io c’ero”, ma non è andata così.

Caracal non sta ricevendo e non riceverà lo stesso consenso dalla critica specializzata. Non applaude il mondo indie e non applaude quello electro, non applaudiamo noi che eravamo prontissimi a spellarci le mani se il ritorno dei fratelli Lawrence fosse stato all’altezza non diciamo delle elevatissime aspettative, ma almeno del felide di cui il disco porta il nome. Che non avrebbe avuto lo stesso peso di Settle lo davamo per scontato, ma lo scarso impegno dimostrato dai Disclosure ha un che di particolarmente deludente. Troppo fumo e poco arrosto per una formula studiata per andare incontro ai gusti della fetta di pubblico già orientata verso il pop e l’EDM nel modo più diretto e veloce possibile. In verità a quel target avevano puntato sin dal principio — chi se lo fosse dimenticato farebbe meglio a ridare un’occhiata alla lista dei feat. di Settle — ma in Caracal hanno eliminato ogni possibile appiglio e motivo di interesse per gli indie rockers più preparati e ben disposti nei confronti della musica elettronica da club. Hanno sottratto il garage e aggiunto dell’R&B che nella maggior parte dei casi è abbastanza annacquato, non avendo a disposizione i talenti di Justin Timberlake o D’Angelo. Del resto, aver affidato l’incarico di dare la botta di vita iniziale a The Weeknd (Abel Tesfaye, antico nome di origine africana che si traduce con Colui-Che-Ci-Illuse) è indice di presenza di qualche errore di progettazione. Un po’ di pepe non avrebbe fatto male dal momento che, melodicamente, si sente proprio la mancanza di una bella “Help Me Lose My Mind”. “Omen” funziona molto bene ma non è “Latch”, tanto per mettere a confronto i due pezzi che coinvolgono Sam Smith. E allora “Hourglass” vs. “White Noise”? “Holding On” vs. “F For You”? Siamo davvero, e purtroppo, su due piani troppo differenti sotto il punto di vista compositivo ma anche puramente sonoro. Potenza e slancio non pervenuti. Un lasciateci dormire, pigro e imbrillantinato, non il giovane, disinibito e autoreferenziale divertiamoci di un paio di anni fa.

La delusione è innegabile, ma decidiamo di non arricciare completamente il naso. Caracal è un discreto disco dance pop, e sarebbe ipocrita dire che alcuni di questi pezzi non ci siano già rimasti in testa, raggiungendo quello che era il loro scopo principale. È al prossimo giro che dovremmo avere la verità vera sui Disclosure, ma intanto la promessa ristrutturazione dei dancefloor ha subito una brutta battuta d’arresto. Vogliamo credere che non sia già tutto finito.

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Disclosure (2015) Caracal

Disclosure

Caracal

2015 • when a fire stops to burn

67
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo