Byetone • Symeta (2011)

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Qui al Panopticon (e non solo) ci stiamo prendendo gusto. L’elettronica sta rivoluzionando i nostri ascolti e il modo di comprendere la musica. Succede così che un’etichetta come la Raster Noton, seguita costantemente durante l’anno dalla nostra redazione, si riveli una fonte inesauribile di produzioni che poco ha a che vedere con l’hype derivativo e passeggero che spesso ci inebria dalla roccaforte Inghilterra; una smodata attenzione nelle arti visuali, design e strutture matematiche, un gusto sopraffino per ritmi techno e glitch, e un’etica che predilige un ascolto totale delle opere prodotte, le sue dottrine. Olaf Bender, aka Byetone, 13 della proprietà dell’etichetta con base a Chemnitz ritorna a 3 anni dal precedente Death of a Typographer con un album dalla bellezza schiacciante e assassina. Symeta si eleva da subito come uno di quei lavori in grado di tenere un’attenzione costante e infallibile sull’identità Raster-Noton costruita negli anni, senza però rinunciare a flirtare con una industrial-techno che affonda le proprie radici nelle sempre più numerose serate della crew tedesca presso la cattedrale Berghain di Berlino. Una rapida occhiata alla breve tracklist, l’artwork scarno come da tradizione e ci ritroviamo senza batter ciglio nel funk meccanico di “Topas”, con le sue sterzate noise e un glitch che rotea su non sappiamo bene quali accordi; “T-E-L-E-G-R-A-M” è un alieno che fraseggia sopra una struttura electro 4/4 semplice, sostenuta da un basso altrettanto elementare e ballabile. “Neuschnee” abbassa i toni da dancefloor e ci illustra l’idea di Bender per un dub sottomesso, cavalcato da lamenti di sintetizzatori marziali e impetuosi, tra corto circuiti analogici e bizzarrie reminescenti del Tryptich dei Demdike Stare. “Opal”, sorella (maggiore?) di quella “Plastic Star” che fu l’apripista del suo precedente lavoro, è pura techno: nera, conturbante, e insana. Che dire poi della seguente “Helix”? Distorsioni di chitarra (un eufemismo, certo), ritmo bastardamente dritto e implacabile e non si sa bene cos’altro in un mix che vede similitudini con il connazionale T++ e il socio di sempre Carsten Nicolai. Una veloce rilettura del catalogo Pan Sonic e una batteria a-là Suicide è ciò di cui si nutre “Black Peace”, fino ai 4 minuti, quando poi le frequenze si alzano e il ritmo diventa più sostenuto senza però mai esplodere seriamente. Stessa pasta l’outro “Golden Elegy”, che corrode maggiormente ma manca di mordente nel ritmo e forse si chiude un po banalmente con un siparietto di spoken-word in Tedesco, un po’ troppo forzato. Byetone bissa il successo di Death of a Typographer con questo Symeta, con cui condivide diversi aspetti: parte forte, anzi fortissimo, con pezzi che sono delle vere e proprie pietre miliari nel panorama musicale tedesco ed internazionale odierno, e mantiene uno stile che è assolutamente tracciabile in appena due lavori. Un po’ di perplessità nasce invece da una voglia a volte non troppo celata di dare spazio in seconda battuta ai suoi eroi di giovinezza: gli echi di Kraftwerk, Einstürzende Neubauten, Suicide sono apprezzabili ma necessitano una maggiore amalgama e personalità

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Byetone (2011) Symeta

Byetone

Symeta

2011 • chemnitz techno

78
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo