Andy Stott • Faith in Strangers (2014)

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Andy Stott (2014) Faith in Strangers

Andy Stott è un genio, partiamo da questo postulato. Poi possiamo anche proseguire, ma bisogna per forza ripartire dal valore di quanto pubblicato finora dal produttore di Manchester: se c’è stato un nome in grado di non lasciar decadere e anzi aiutare ad evolvere la lezione dub del periodo d’oro 2005 > 2010, quello è stato sicuramente il suo. Altrimenti saremmo fermi ai soliti nomi del dubstep e della sua commistione con elementi techno.

E anche stavolta, Andy ha superato il limite: il nuovo album Faith in Strangers riesce ad andare oltre la narrativa del genere reinizializzata con gli EP del 2011 (Passed Me By e We Stay Together) e portata avanti con successo con quel Luxury Problems (2012) di cui abbiamo appena in tempo terminato di misurare tutta la profondità. Ma non è finita: la sensazione, terminato il trip di queste nuove nove tracce, è che il percorso dell’artista mancuniano non sia ancora terminato.

Quella di Faith in Strangers è una trance ottenuta dalla destrutturazione del dub e del trip hop che invece di riportare alla mente la lezione di Massive Attack e Portishead, riesce ad invocare lo spettro dei Coil (“Missing”), se non addirittura dei Virgin Prunes. Nelle zone più techno step (“Damage” in particolare), dove si va oltre la consuetudo del 100 BPM, il rimando più evidente è al Vex’d di Degenerate, ovvero agli albori del dubstep e delle sue conseguenze, quando invece la faccenda si fa più cinematografica, come in “Science & Industry” o nell’anteprima di “Violence”, lo sfondo diviene definitivamente notturno, adatto a fare da colonna sonora a una nuova Gotham City. Nella teoria, i collegamenti e le sensazioni che questi danno sono concreti, nella pratica la formula è tutta un’altra storia, e la scrive uno Stott cosciente di fare musica coraggiosa ed esposta alla critica di chi può non sapere cosa farsene: non si tratta di roba da discoteca, chiaramente, ma non è nemmeno elettronica da club futuristico in area metropolitana. E parimenti non se ne può fare l’uso tutto sommato confortevole e domestico che si fa dell’ambient e ormai perfino del drone; quella di Stott è musica di confuso utilizzo, e di altrettanto di ardua geolocalizzazione. Proprio per questo suo essere difficile da afferrare, e chiaro, grazie all’esot(er)ismo generale che aleggia sull’opera sin dalla copertina (mix tra primitivismo, metafisica e non-sense metropolitano di difficile interpretazione), il fascino misterioso che emana Faith in Strangers raggiunge vette forse anche superiori a quelle del suo stesso reale valore finale. Se cercavamo un competitor per A U R O R A di Ben Frost e al solito Flying Lotus, l’abbiamo finalmente trovato. Il 2014 si trasforma così, grazie a questo disco uscito a metà novembre, in un’altra ottima annata per la musica elettronica.

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Andy Stott (2014) Faith in Strangers

Andy Stott

Faith in Strangers

2014 • dub techno

85
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo