Aphex Twin • Syro (2014)

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Aphex Twin (2014) Syro

Non sappiamo se si tratta di una congiunzione astrale o di semplici corsi e ricorsi storici, ma è da mesi che stiamo assistendo a ritorni clamorosi nel mondo della musica. Se nel 2012 toccò ai Godspeed You! Black Emperor e l’anno passato ai My Bloody Valentine, ora è il turno di Sir Richard David James in persona, con il suo alias più famoso. L’artista elettronico più influente degli ultimi 25 anni, più geniale, più fuori di testa eccetera eccetera; ragazzo timido e criptico che odiava pubblico e interviste negli anni ’90, uomo cresciuto, sposato e padre che ancora odia relativamente i fan ma più disponibile ad aprirsi oggi.
Se da appassionati è tutto molto entusiasmante, bisogna comunque fermarsi un momento, mettere da parte l’esaltazione e analizzare in modo razionale la situazione: nel caso del rock, un ritorno dopo due lustri o due decenni, ha in genere effetti molto diversi da uno nell’universo digitale. Il complesso canadese e la brigata di Kevin Shields si sono ripresentati con sostanzialmente le stesse identità e gli stessi suoni: una mossa che ha pagato e così il mito delle due band è proseguito senza cadute di fama o stile. Non è difficile quindi capire ora dove voglia arrivare: un simile azzardo nella terra dei bit sarebbe né più né meno equivalente ad un suicidio. Diversi sottogeneri con autonomia evolutiva e una tendenza ai cambiamenti mutaforme fanno sì che i 13 anni passati da Drukqs non sono un abisso: sono un’era geologica. Tuttavia, con Aphex Twin abbiamo a che fare con una questione ancora più esclusiva, considerata l’unicità del personaggio, perciò dare una valutazione obiettiva e condivisibile a Syro non è facile come si possa pensare.

Innanzitutto bisogna tenere a mente che alcuni dei lavori presenti in questo nuovo album erano già tecnicamente compiuti da anni, come nel caso del singolo apripista “Minipops 67 (Source Field Mix)”, tanto che Richard lo suonava non di rado nei suoi live (con la prima esibizione risalente al 2007): un indizio che dovrebbe essere d’aiuto, ma andiamo avanti. Il primo pezzo di Syro è a suo modo sorprendente, non per quanto sia sconvolgente ma al contrario comprensibile e relativamente lineare. Il beat elaborato che ci costringe a battere il piede, le melodie semplici che si intrecciano fra di loro e le nuove voci robotiche che le accompagnano: è il modo di intendere il pop di Aphex Twin, riprendendo il discorso di “Windowlicker” tenendo però tutto sotto controllo, senza ironia o esplosioni improvvise. La successiva “XMAS_EVET10 (Thanaton3 Mix)” ci dà un benvenuto alquanto sinistro, salvo poi iniziare una lunga cavalcata che funziona incredibilmente come riassunto della poliedrica carriera del genio del Cornwall: synth acidi e ambient si amalgamano in un brano che progredisce costantemente senza schemi prefissati e che presenta al tempo stesso la composizionalità degli album IDM e la naturalezza degli Ambient Works. È un Aphex Twin sereno e rilassato che gioca con le sue macchine, come se andasse al rallentatore e invece di tramortirci con i suoi ritmi schizofrenici ci lasciasse guardare da vicino e ammirare i circuiti delle sue creature. Forse un po’ troppo a lungo, ma tracce come questa sono gioia per le orecchie di chi va in cerca di stimolanti cerebrali.

Il giro turistico continua con “Produk 29” e “4 bit 9d api+e+6” che ci mostrano altri lati dell’anima sintetica di Richard, ma che forse evidenziano anche il fatto di come il tempo stia tornando in pari con l’artista inglese: in alcuni tratti della prima sembra di essere tornati di colpo in Music Has the Right to Children, con un’andatura e dei synth inquietanti che sanno non poco di Boards of Canada, mentre la seconda figura dei suoni che non sarebbero fuori posto in un album dei Plaid. Insomma, dopo 20 anni e passa si fa sentire l’influenza del genere in cui si è cresciuti.
Ma dal nulla ecco sopraggiungere una pesante marcia techno e un ghigno diabolico comincia ad apparire da tutte le parti: il ragazzo robot ha finito di scherzare e adesso fa sul serio, dividendo la sua opera in due parti contraddistinte con “180db_” e la sua melodia contorta e disarmonica.

Quanto graduale e composto è il primo atto del disco, tanto convulso e frenetico è il secondo: ascoltando “CIRCLONT6A (Syrobonkus Mix)” è impossibile impedire alla mente di tornare al monolite doppio del 2001 quasi con nostalgia. Ma come con i primi episodi, anche qui non abbiamo a che fare con una mera riproposizione di stile, ma con una versione diluita, più contenuta, senza la tensione di “Vordhosbn” o la follia degenerativa di “Omgyjya-Switch 7”. Anzi, ora l’umore comincia a farsi più freddo e la lettura più indecifrabile, al punto che gli ascolti ripetuti diventano obbligatori se si vuole sopravvivere. La sorella “CIRCLONT14 (Shrymoming Mix)” conferma lo scenario, con una progressione che ricorda quella del Clark più allucinato.
I tre pezzi successivi comunque offrono delle chiavi di interpretazione per aiutarci: la titletrack apre le danze con un ritmo incalzante, che segue la sua strada verso melodie orecchiabili e una ricerca della distensione raggiunta nel finale; “PAPAT4 (Pineal Mix)” sembra riprendere il motivo di “Fingerbib” per iniettargli una forte dose di adrenalina e accelerarlo al massimo; e “S950tx16wasr10 (Earth Portal Mix)” (provate a pronunciarlo) conduce i binari di Syro sulla drill ‘n’ bass tanto cara al cugino Squarepusher prima del capolinea, con una seconda parte travolgente caratterizzata da bassi ondeggianti che paiono fare l’occhiolino a certa dubstep (!). Ironia voluta o solo overthinking? Tenendo presente il personaggio, non si può mai essere sicuri.
Manca infine una carta per completare il tutto: un brano riflessivo al pianoforte, in onore dei vecchi tempi. “Aisatsana” spegne l’iperattività che regnava incontrastata con l’arma opposta: il minimalismo, contornato da cinguettii di uccelli in un tentativo di rappresentazione bucolica.

Superfluo commentare l’impatto sociale che ha avuto la notizia della pubblicazione di Syro: attesa spasmodica collettiva, con le conseguenze che possiamo prevedere. Fan delusi (magari solo dopo un ascolto) che lo descrivono come un album di mestiere, che non comunica nulla: giudizi probabilmente figli dell’irrazionale aspettativa di un nuovo capolavoro massimo. Dall’altra parte invece certe riviste che, in un paradossale scambio di atteggiamenti, giocano proprio con il concetto di aspettativa, difendendosi in anticipo dai pericoli che essa provoca e incensando Syro come nuovo capolavoro massimo, definendolo anche timeless, senza tempo; perché in effetti, cosa esiste di più timeless di un disco composto da pezzi risalenti anche a 7 anni fa?
Syro è un buon lavoro, ma (come detto prima) le circostanze in cui è uscito sono molto particolari e impongono il confronto del genio di Richard con i suoi limiti, perché che ci crediate o meno ne ha. Limiti che in questo caso sono costituiti dai suoni: non solo piuttosto datati, ma neanche così vari e sterminati come lo erano in passato. Una qualità che contribuisce a una certa omogeneità di fondo, ma che purtroppo appesantisce l’ascolto da principio a fine. Evidentemente questo non era un tema che stava a cuore a Richard quanto l’elaborazione dei suoi brani, ma quando la concorrenza è rappresentata dai meravigliosi paesaggi sonori di Oneohtrix Point Never, dalle distorsioni abrasive di Tim Hecker e dalle incredibili sperimentazioni jazzistiche di Flying Lotus, allora forse è arrivato il momento di affrontare il rischio di una chiusura mentale.

C’è un ultimo aspetto sul quale vorrei premere e non lo faccio da critico rompiscatole, ma da fan appassionato. Si potrebbe descrivere l’interludio “Fz pseudotimestretch+e+3” come la trasformazione di una voce, già modificata di suo, in un essere cibernetico, in un tema che cerca di trasmettere qualcosa, ma viene trattenuto dai confini digitali.
La musica di Aphex Twin, come quella degli Autechre e altri artisti simili, si basa ormai più sulla soddisfazione intellettuale che sulla condivisione di emozioni. È vero che chi boccia Syro come freddo e poco umano commette un errore di superficialità, ma è altrettanto vero che si tratta di una sensazione che non lascia mai del tutto l’ascoltatore nel corso dell’album. E per quanto la pura stimolazione sensoriale possa avere la sua influenza determinante sulle persone, a lungo andare non raggiungerà le distanze coperte dall’emozione. E a concludere porto come esempio l’ultimo EP di un altro gigante dell’elettronica, Burial, che avvertendo l’urgenza prioritaria di esprimere un messaggio, ha mandato all’aria quelle che erano le sue convenzioni stilistiche per creare un’opera veramente immortale.

Nella speranza che Richard possa sorprenderci di nuovo, consiglio a tutti un’uscita notturna al volante, con “Tha” ad accompagnarvi nel vostro viaggio…

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Aphex Twin (2014) Syro

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Syro

2014 • aphex twin

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo