Ben Frost • A U R O R A (2014)

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Ben Frost (2014) A U R O R A

È vero che si rischia di frantumare ogni record di hipsterismo nel parlare di un barbutissimo australiano stabilitosi in Islanda, che ha composto mezzo disco sfruttando l’energia di un generatore diesel mentre faceva robe nella Repubblica Democratica del Congo, ma il nome di Ben Frost è destinato a restare tra i vertici del 2014 musicale, e il suo A U R O R A un passaggio obbligato per tutti, appassionati di musica elettronica e non.

Per introdurre A U R O R A si può benissimo partire da “Venter”, il cui titolo è un riferimento al biologo John Craig Venter, creatore della prima cellula artificiale; ecco, Ben Frost ha generato una creatura sintetica vivente, che inspira a pieni polmoni ogni frammento di luce ed espira violente e contaminatissime distorsioni. “Ho creato un mostro”, pare si sia giustamente detto il barba recuperando il suo materiale dopo averlo lasciato fermentare per un po’. Il concetto delle macchine intelligenti è stato ormai ampiamente digerito da decenni di musica elettronica, la prospettiva concreta della creazione della vita artificiale è invece ben più attuale, nonché apertamente più inquietante. A U R O R A non si fa scrupoli nel disporre della mente dell’ascoltatore come più gli piace, non lascia scampo già a partire dalla crescita lineare di “Flex”. Prorompenti melodie sintetiche si fanno largo in mezzo alle tempeste di rumore di “Nolan”, “Secant” e della già citata “Venter”, ed è roba che ti resta subdolamente dentro già al primo ascolto, della quale non riuscirai a individuare con precisione la sorgente finché non ci sarai, incautamente, tornato. Persino i momenti di calma apparente, come “The Teeth Behind Kisses”, sono in realtà fatti di tensione e d’attesa della prossima esplosione. Per tutto il disco ricorre il suono di campane in lontananza: un beffardo rimando a ipotetici idilli primaverili, o il richiamo dell’apocalisse, come in un disco degli Swans?

E proprio proposito di candidi cigni, si può sottolineare come il legame tra la musica di Ben Frost e quella degli Swans sia anche più profondo di quello che le collaborazioni sotterranee potrebbero dirci – Ben fu coinvolto, anche se in minima parte, nell’evocazione della bestia The Seer, mentre qui interviene il percussionista degli Shearwater Thor Harris, che ha partecipato alla scrittura di alcuni pezzi dello stesso The Seer e di To Be Kind. La sensazione di sopraffazione che si avverte durante l’ascolto di A U R O R A è davvero molto simile a quella generata dagli ultimi due colossi partoriti dalla mente di Michael Gira, così come l’appagamento che deriva dall’uscirne indenni lo imparenta con un altro mostro artificiale dei giorni nostri, Shaking the Habitual. La differenza è che dove gli Swans sono visionari e i Knife finiscono per darsi a interminabili astrazioni, Ben Frost è invece molto visuale e possiede il dono della sintesi, requisito necessario per permettere all’ascoltatore una partecipazione attiva al susseguirsi di onde sonore per una quarantina di minuti, quando altrove viene lasciato in balia del caos più totale per due ore, nel nome dell’estasi. Esperienze differenti, ma il fine è comune. Su questo punto ci torneremo e approfondiremo.

Per dirla facile, nel target di A U R O R A rientra certamente il più esigente e raffinato cultore elettronico, ma forse la chiave migliore è proprio in mano all’ascoltatore rock moderno e consapevole, che magari non si sentirà mai veramente suoi gli ultimissimi ritrovati della scena electro, ma ascolterebbe all’infinito l’ultimo singolo di Burial e in certi giorni potrebbe vivere soltanto dei terremoti di Andy Stott.

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Ben Frost (2014) A U R O R A

Ben Frost

A U R O R A

2014 • synthetic biology

87
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo