Gorillaz • The Fall (2010)

Registrare un disco con un iPad durante un tour in Nord America, nell’arco di trentadue giorni è una dimostrazione di forza artistica inaudita. Sembra quasi che Albarn e soci non si stanchino mai di dimostrare al mondo la semplicità con cui creano canzoni da destinare alla sempre più nutrita discografia dei Gorillaz. Lo stesso Marco Castoldi alias Morgan pochi mesi fa aveva dichiarato di voler scrivere un disco usando il nuovo gingillo della Apple, ma i risultati non ci sono ancora pervenuti… In questo caso siamo di fronte a quello che inizialmente sembrava quasi uno scherzo, in quanto siamo d’accordo che nel 2010 tutto è possibile dal punto di vista tecnologico, ma stavolta la paura che uscisse qualcosa di poco credibile era palpabile. E invece alla faccia degli scettici! Quello che ne è venuto fuori è unmessaggio con più sfumature rivolto a diversi target: al pubblico, dicendo chiaramente che i Gorillaz sono un gruppo vero e non accennano a mollare il colpo, al sistema discografico, lanciando un messaggio di indipendenza totale (e fomentando ancor più l’ansia del sistema), e infine alla critica, comunicando che la qualità non è un optional e non può esistere musica pop senza canzoni, mentre tutto il resto è dispensabile. Ma The Fall è pur sempre un disco, e come tale va approcciato, analizzandolo per i contenuti, oltre che per il messaggio formale che lo accompagna. E quello che si percepisce fortemente in ogni nota e melodia è l’urgenza espressiva e la spontaneità di un progetto del genere. E tutto questo arriva a pochi mesi di distanza dall’uscita di Plastic Beach, un disco diversissimo rispetto a quest’ultimo, e forse inizialmente sottovalutato in quanto carente dei soliti singoli ad effetto che caratterizzano da sempre i dischi a firma Gorillaz, ma con altre frecce a disposizione. La differenza è palpabile sia nel songwriting, immediato ed efficacissimo in The Fall, meno concreto e più evanescente in Plastic Beach, che negli arrangiamenti, così naïf e banalmente azzeccati nel disco scritto con un banale iPad, più ricercati e costruiti a tavolino nel lavoro uscito in primavera. E’ quindi evidente la netta predisposizione della band verso l’intuizione melodica lineare e immediata, dote non proprio comune; capacità che per una sorta di miracolo tecnologico-artistico si sposa perfettamente con l’ideazione e la progettazione dell’iPad stesso, gioiello tecnologico della semplificazione, dell’intuizione. Le basi suonano eccessivamente sintetiche, con poca profondità e varietà, anche perché le applicazioni per iPad usate (Speak It!, Amplitube, Harmonizer, e una decina di altre) sono pur sempre concepite per divertirsi e fare qualcosa di amatoriale, non certo per comporre un disco di una band del livello dei Gorillaz. Le registrazioni degli strumenti umani (chitarra, voce) portano con sè un una ruvidità e uno spettro di frequenza limitato, probabilmente dovuta alla (seppur ottima) sensibilità del microfono usato, che non si capisce bene dai credits se sia quello dell’iPad stesso, o se sia stato connessa una console di registrazione agli ingressi audio della tablet Apple. Nei vari blog tecnici si discute sulla possibilità di registrare in file audio con le applicazioni usate, e si avanzano ipotesi di utilizzo dell’iPad solo in maniera limitata, insinuando che si tratti piuttosto di una trovata pubblicitaria e mettendo in discussione il titolo di disco registrato interamente tramite iPad. Eppure la qualità del suono o, meglio, dei suoi vari fruscii e piccole pecche rende tutto più verosimile. La miscela di suoni risulta a volte un po’ fredda e poco corposa, con le alte frequenze che risaltano forse troppo. Tuttavia, non è assolutamente per qualche difetto di mixing che si può criticare questo disco, visti i risultati. Il disco è infatti pieno di ottimi pezzi e con melodie che riportano alla mente i fasti delle prime uscite che risalgono ormai a quasi una decade fa. È probabilmente la costrizione cui Albarn e amici si sono sottoposti a rendere così gradevolmente pop il disco. La semplificazione del mezzo comunicativo, soprattutto quando la sostanza che si vuole esprimere è di questa splendida natura, non fa che esaltare le qualità del prodotto. L’inizio è fulminante: pezzi come “Revolving Doors” o “Hillibilly Man” vanno a finire direttamente fra le tracce più belle registrate da 2D e compagnia cantante virtuale. E non solo. La collezione di brani si avvale anche di una tematica affascinante come il viaggio per le highway americane. Sembra quasi che le metropoli (Dallas, Houston, la shytown Chicago) e i paesaggi attraversati dalla band in quel mese di Ottobre 2010 scorrano affacciati ad un finestrino di un tour bus, e questa specie di confidenza ci rende più partecipi di un progetto che ha tutta la nostra ammirazione e non fa che accrescere la stima che nutriamo per un personaggio della caratura di Damon Albarn, genio dei nostri tempi.
Social
Info
Gorillaz (2010) The Fall

Gorillaz

The Fall

2010 • tablet music

78
/100

Archivio:

Links
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo