Vinicio Capossela • Canzoni della cupa (2016)

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Vinicio Capossela (2016) Canzoni della cupa

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo”.
Cesare Pavese

 

 

 

Vinicio Capossela è tornato ad Itaca. O meglio, a Calitri, alta Irpinia. Proprio come Odisseo, dopo anni passati in mare, eroe in esilio, fa ritorno in Patria, nella Terra dei Padri.
Se ogni disco di Vinicio è un viaggio, un deragliamento, il vero naufragio del cantautore ebbe luogo con la stesura di Marinai Profeti e Balene, pubblicato nel 2011, un opera che prende le mosse dalla letteratura e dalle storie di mare, ispirata alle opere di Conrad, Dante, Coleridge, Omero, Melville. Un viaggio che è proseguito approdando sulle coste greche, alla riscoperta del rebetiko, di una nazione, la Grecia, e la sua immensa cultura. Tuttavia, anche se le prime sessioni di registrazione della prima parte di Canzoni della Cupa sono datate estate 2003 e nel 2015 è uscito nelle librerie Il Paese dei Coppoloni, il quale anticipa tutte le tematiche di questo lavoro, l’ultima fatica discografica di Vinicio è la naturale conseguenza delle tempeste e delle visioni di Marinai Profeti e Balene.

Come dicevamo, Vinicio, è riuscito a trovare la via di casa. Ed è proprio a Calitri che ha trovato e riportato alla luce queste ventotto canzoni, nascoste, ormai mute da decenni. L’opera divisa in due parti, come i piccoli paesi esposti per metà al sole e per metà nascosti nell’ombra, si divide due parti: Polvere e Ombra. Mai è valido come oggi poter dire che, dopo l’ascolto di Polvere, Vinicio, le canzoni, più che scriverle, le trova.
“Polvere è la schiuma della terra, terra seccata dal sole, dal vento, dal tempo. Ma polvere è anche humus, umano, la polvere che ci ha originato e a cui torneremo. Polvere sono le radici, effimere, che ci legano alla terra. Queste canzoni sono esposte al secco, al lavoro della polvere, ma sono anche la terra in cui affondiamo le radici di questi canti”

 

Polvere, è il lato esposto al sole, il lato che dissecca, che asciuga al vento, il lato della ristoccia riarsa, su cui il grano è stato mietuto, il lato del sudore e dello sfruttamento di quel lavoro, è costruito sulla rivisitazione di canti popolari della sua terra, abbandonata da decenni dalla maggior parte degli abitanti, emigrati verso paesi lontani.

In questa prima parte troviamo il Capossela più bandistico, che per coloro che lo seguono e conoscono da anni non è certo una sorpresa. Il singolo “La padrona mia”, realizzato assieme ai Los Lobos, è una testimonianza sincera del cammino intrapreso da Vinicio in Polvere. Il brano ci trasporta in un’atmosfera da festa paesana dominata da contadini e braccianti, stanchi dal lavoro e carichi di vino che allontanano aiutati dal Canto e dalla Festa di cacciare le fatiche del lavoro.

L’album da voce ai canti rurali, alle ballate, ai sonetti, alle serenate, a versi mai scritti prima ma cantati da sempre nelle feste paesane che evidentemente Vinicio ha ritrovato dentro sé e che ha trasformato in mito, in racconto. Proprio come in “Femmine”, un canto di lavoro, che racconta il lavoro delle donne nei campi di tabacco. E quindi sole, campi, siccità, fatica.
Molti sono i richiami, in questa prima parte, a Matteo Salvatore, autore amato da sempre da Vinicio e omaggiato a dovere nei suoi concerti. Salvatore, cantore degli anni cinquanta, è presente nella trascinante Nachecici, versione ranchera de “I maccheroni”, nel blues “Il lamento del mendicante”, in “Lu furastiero”, in Ratatatumpa e nella conclusiva “La notte è bella da soli”.
“Ombra è la fronda generata dalle radici, l’intreccio dei rami che quella polvere ha prodotto. Ed è anche l’ombra il lato delle creature che non si chiariscono allo sguardo, il lato dei presagi, degli uccelli che volano la notte, il lato del racconto che desta meraviglia e inquietudine, E ombra è anche quella che lasciamo sulla terra andandocene”.

In un certo senso, è Ombra il nuovo disco di inediti di Capossela. In queste tracce Vinicio conferma la sua estraneità nei confronti del mondo globalizzato, e, parallelamente tutto il suo amore verso un mondo arcaico, pre-industriale e pre-scientifico, dominato da queste forze oscure che popolano fiabe di paese e che un tempo davano significato al Tutto.

Come dice egli stesso, la seconda parte è il lato lunare, degli ululati, dei fantasmi e delle apparizioni. Il lato delle creature della Cupa, del pumminale, del cane mannaro, della bestia nel grano.

“Non c’è nulla di rassicurante nella musica folk, affermava Dylan. Ed è vero. Sono canzoni in cui l’uomo è esposto alle forze della terra, alle sue radici che avviluppano e strangolano, ai suoi rovi che infliggono ferite, alle forze della notte, ai dirupi di una natura crudele e arcana, allo sfruttamento e alla sopraffazione che non lasciano fuori dalla porta il lutto, la separazione e il dolore. Che non pongono limiti alla Festa, all’abbondanza dissipatoria che sconfina nella morte”.

Capossela, per realizzare questa opera non sconvolge affatto la sua formula. Se “La Bestia nel Grano” potrebbe essere la nuova “Il ballo di San Vito”, “Scorza di mulo” un doveroso omaggio al grande Tom Waits e nella ubriacante “Lo sposalizio di maloservizio” (complici le influenze balcaniche e i suonatori rumeni presenti nel brano) i richiami a Maraja sono notevoli.
E quindi ritroviamo le atmosfere balcaniche, quelle tex-mex nella maestosa “Componidori”, chitarre blues, trombe, violini, contrabbasso, pianoforti sgangherati, armoniche, fisarmoniche, banjo, ukulele e moltitudini di strumenti antichi o atipici come la lira, il cubba cubba, baglamas, vihuela, cymbalon, tamburo a sonagli, percussioni, zampogna, oud, viella oppure semplici e giocattoli utlizzati per la realizzazione dei brani.

Innumerevoli le collaborazioni, dai Calexico ai Loz Mariachi Mezcal, da Flaco Jimenez a Antonio Infantino. Sempre presenti il chitarrista Alessandro Stefana, l’eclettico Vincenzo Vasi, la Banda della Posta e Taketo Gohara che vestono le canzoni in maniera impeccabile, al punto da poter dichiarare senza problemi che stiamo trattando del disco meglio riuscito di Vinicio di sempre.

I toni sono principalmente oscuri, come nelle spettrali “Il pumminale”, “Le creature della cupa”, “L’angelo della luce”, “Maddalena la castellana”, dove la voce di Vinicio è profonda come l’Oceano, bassa, secca e arida.

Capossela, raggiunta una notevole maturità artistica e assieme una completa padronanza del suo stile, che mai come oggi pare consolidato, ha evitato l’errore commesso in precedenza con Marinai Profeti e Balene, ovvero quello di focalizzare maggiormente i suoi sforzi sul concept rispetto alle canzoni. Vinicio, sebbene l’attenzione al concetto dell’intera Opera sia molto alta, è tornato a scrivere Canzoni. Ottime Canzoni. Come il capolavoro del disco è la canzone che chiude questo Canzoni della Cupa, “Il Treno”, la chiave di volta per leggere l’intera raccolta.

“Forse è venuto un treno come un uccello, un giorno, a portarsi via tutti. A lasciare i balconi vuoti. Un treno viene, nero. In guerra come in pace. Ci sono saliti tutti sopra, anche un ragazzo che tutto quello che aveva era una grande scanata di pane. Se ne sono andati tutti così, su quel treno. Anche mio padre”.

Canzoni della cupa, come del resto il suo demiurgo, è un opera apparentemente fuori dal tempo. Eppure attraverso il suo personalissimo incontro con il mito, Vinicio invita tutti noi a una riflessione profonda sullo sradicamento che oggi vive l’uomo. Uno sradicamento delle nostre radici, che lui ha ritrovato e trasformato questa sua ricerca in musica e parole.

Insomma, Vinicio/Odisseo è tornato a casa. E noi ne siamo molto felici.

Lunga vita, Vinicio!
Recensione di Jacopo Mele

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Vinicio Capossela (2016) Canzoni della cupa

Vinicio Capossela

Canzoni della cupa

2016 • vinicio returnz

78
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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo