Marlene Kuntz • Lunga attesa (2016)

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Che i Marlene Kuntz – forse alla ricerca di una giovinezza ormai lontana – dopo la discussa “svolta cantautorale” morissero dalla voglia di tornare a fare musica rock lo si era capito da tempo. Negli ultimi anni i segnali lanciati da Cristiano Godano e soci erano stati molteplici, dall’incisione di un pezzo come “Io e me”, contenuto in Ricoveri Virtuali e Sexy Solitudini (2010), che non avrebbe sfigurato in nessuno dei primi dischi della band, alla pubblicazione di Pansonica (2014) raccolta di rarità, b-sides e outtakes risalenti al glorioso periodo di Catartica (1994), con conseguente tour in giro per l’Italia a celebrare i venti anni dall’uscita del loro lavoro più importante e chiacchierato. Questo Lunga attesa, undicesimo album in studio della storica formazione cuneese, tuttavia, risulta tanto energico quanto carente di significato e di significati, democristiano nell’accezione peggiore del termine. Un disco che sembra voler provare ad accontentare tutti cercando il compromesso e ponendosi di proposito a metà strada, senza possedere l’indiscussa eleganza di certe composizioni dell’ultimo decennio, nè il sacro fuoco e la spontaneità degli esordi. Ad aggravare il tutto, il Cristiano Godano forse meno ispirato di sempre a livello di songwriting, che in più di una circostanza cede al banale e all’easy listening. “Niente di nuovo e non è una novità”, volendo citare l’ipnotico brano omonimo – da segnalare in ogni caso tra gli episodi più riusciti del lotto – giusto i versi declamati di “Narrazione” che (si presume) vogliono richiamare lo stile dei Massimo Volume, ma finiscono per assomigliare pericolosamente ai Liga-Jova-Pelù di “Il mio nome è mai più”, oltre ad un paio di incursioni nel punk rock più rumoroso e orecchiabile (“La noia”, “Leda”), senza dubbio utili a far breccia nel cuore di nuove generazioni di ascoltatori – che verosimilmente troveranno più di un motivo di soddisfazione nell’ascolto di queste dodici tracce – ma in grado di trasmettere ben poco ad un vecchietto nostalgico ed esigente come il sottoscritto. Per contro, il singolo “Fecondità”, per quanto in apparenza confusionario e sfocato, inserito nel contesto e col passare degli ascolti cresce notevolmente ed a conti fatti non è da bocciare, al pari di “La città dormitorio”, potentissima canzone dall’incedere doom, e “Sulla strada dei ricordi” brano dalla suggestiva coda strumentale, in cui le chitarre tornano a giocare tra loro come nei giorni migliori. Comunque troppo poco per ottenere più di una sufficienza risicata, anche e soprattutto in considerazione delle elevate aspettative: stiamo pur sempre parlando dei Marlene Kuntz, autentici alfieri del rock alternativo italiano degli anni ’90, non di un qualsiasi gruppo di esordienti alle prime armi.

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Marlene Kuntz (2016) Lunga attesa

Marlene Kuntz

Lunga attesa

2016 • rock italiano

60
/100

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Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo