The Velvet Underground • White Light/White Heat (1968)

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Probabilmente i Velvet Underground sono stati una delle unioni musicali più difficili e impensabili mai esistite. Il cantante Lou Reed era un cinico e

disilluso cantore della desolazione urbana, John Cale era un colto e raffinato avanguardista, Sterling Morrison il tipico rocker e Maureen Tucker semplicemente una delle batteriste più agili e feroci mai apparse su disco. Nel primo album, il pressochè ignorato The Velvet Underground & Nico, alla formazione si aggiungeva la fredda e ipnotica chanteuse tedesca Nico, imposta dal poliedrico Andy Warhol, il quale a livello di produzione fece ben poco alla band regalandogli però una copertina ormai entrata nella storia. Proprio quell’album gettò le basi di questo White Light/White Heat, con le sue distorsioni roventi, il suo cantanto distaccato e sottotono, le sue orge percussive e i suoi improvvisi momenti di quiete disperatata condotti dalla voce angelica/infernale della bionda cantante. Inutile dire che il risultato fu quello di totalizzare vendite piuttosto vicine allo zero e un polverone di polemiche dovute ai temi affrontati nelle canzoni: infatti Reed non si faceva nessun problema a parlare di eroina, violenza e depravazione, con la città trasformata in una sorta di inferno dantesco e i suoi abitanti ridotti a zombie in preda alla paranoia e alla solitudine. Un aneddoto di Brian Eno racconta che quell’album fu acquistato da non più di cento persone, ma che ognuna di quelle cento persone è diventata parte di una band rock oppure del mondo del giornalismo musicale: White Light/White Heat, com’è facile immaginare, non fece nulla per migliorare la situazione finanziaria della band, anzi, l’universo ostile e distorto del primo album viene qui reso ancora più aspro e assordante, ancora più monotono e demenziale, a illustrare lo stato mentale di individui ottenebrati dalla droga e dall’angoscia. Fin dalla title-track, posta in apertura, ci si rende conto di come il clima sperimentale del primo album sia stato qui portato minacciosamente all’eccesso: la canzone è una surreale e stordente cantilena di Lou Reed accompagnata da cori ebeti che ripetono il titolo, mentre il testo è formato da poche, rivelatrici linee ripetute come formule magiche (“White light, White light goin’ messin’ up my mind/White light, and don’t you know its gonna make me go blind”). Con “The Gift” si prosegue sulla strada di scelte difficili e inaccessibili fatte dalla band, stavolta si tratta di un racconto quasi horror recitato dalla voce cortese e gelida del gallese John Cale mentre la band trascina lo stesso ritmo per più di sette minuti. In effetti, è consigliato seguire il racconto con il testo davanti, altrimenti si rischia di impazzire. “Lady Godiva’s Operation” riprende le atmosfere notturne di The Velvet Underground & Nico ma la voce è ancora quella di Cale, mentre il paesaggio sonoro è quello ormai tipico dell’album, fatto di cadenze lente e melodie distorte e quasi indecifrabili. “Here She Comes Now” e “I Heard Her Call My Name” mettono in mostra il lato più selvaggio e incontrollato della band, con Reed a recitare con voce isterica il testo su un sottofondo di feedback crudi e lancinanti, degne introduzioni alla furibonda “Sister Ray”, diciassette minuti di caos musicale e psichico, un mostruoso amplesso consumato tra le tendenze avanguardistiche di Cale (qui scatenato all’organo) la passione per il free-jazz di Reed e le brutali scansioni tribali di Tucker, vera apoteosi dell’attitudine martellante e morbosa dell’album, la narrazione di Reed è sconnessa e quasi annoiata mentre le folli coloriture di organo e distorsioni arroventate sarebbero sufficienti a far uscire di senno anche il critico più paziente e avvezzo alle cose “difficili”. Insomma, ecco la ricetta di “White Light/White Heat”, ovvero come formare una band rock, dare scandalo ovunque e rimanere al verde. La band, dopo quest’impressionante accoppiata, darà alle stampe (con Doug Yule al posto di Cale) il malinconico e dimesso omonimo The Velvet Underground, dove scompariranno quasi del tutto le brutalità della chitarra di Reed e della batteria di Tucker a favore di un approccio più rock e quasi pop. Da avere anche quel terzo episodio, ma la vera follia, la vera unione tra arte e vita è rappresentata dal seminale esordio e da questo altrettanto fondamentale seguito, imitato da centinaia di band ma mai davvero eguagliato. Aveva ragione Reed: “White light goin’ messin’ up my mind”.

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Info
Velvet Underground (1968) White Light/White Heat

The Velvet Underground

White Light/White Heat, 1968

Produzione: Tom Wilson

Etichetta: Verve

Archivio:

Tracklist
01. White Light/White Heat
02. The Gift
03. Lady Godiva's Operation
04. Here She Comes Now
05. I Heard Her Call My Name
06. Sister Ray
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo