Mark Lanegan • Whiskey for the Holy Ghost (1994)

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Tramontata ormai da un bel pezzo l’era grunge, possiamo dire di conoscere con sicurezza gli Screaming Trees di Mark Lanegan e dei fratelli Conner. All’epoca, però, quando Nirvana, Soundgarden, Pearl Jam e Alice In Chains dettavano legge in classifica, gli Alberi Urlanti se ne stettero sempre un po’ in disparte, per qualche ragione incapaci di ottenere il successo dei loro più fortunati compagni di genere. Mark Lanegan, dal canto suo, cantante e autore dei testi della band, già nel 1990 aveva dato alle stampe un album solista, The Winding Sheet, un incubo dalle tinte folk che sapeva tanto di dolorosa confessione autobiografica. Dopo il successo di “Nearly Lost You”, hit della band principale, Lanegan si concede una seconda avventura solista, neanche a dirlo incredibilmente affascinante e riuscita. Whiskey for the Holy Ghost è infatti un’opera salda e coerente, profondamente malinconica, sporca di nicotina e alcol, sorta di raccolta di vignette di vita in cui delusione, rimpianto e solitudine giocano un ruolo tragicamente fondamentale. Dall’iniziale “The River Rise”, aperta da un carillon misterioso e da un fischiettio in lontananza, si può intravedere la bravura di Lanegan nell’addentrarsi in atmosfere che ricordano il meglio del folk americano: la chitarra è scintillante e vigorosa, la voce un desolato lamento. Sembra quasi di vedere il sole tramontare, tanta è la potenza evocativa di una canzone così semplice. Ma Lanegan si ricorda, anche se solo per un attimo, di essere (anche) un rocker, ecco quindi “Borracho” (“ubriacone”, in spagnolo): rock ruvido e feroce, ardente di disperazione, con un Lanegan indemoniato a ripetere il suo triste mantra della solitudine:
“Here comes the devil, buy the round
One whiskey for every ghost…
Gonna bite, gonna bleed
‘til this desert turns to ocean over me”
La lenta e cullante “House a Home” riporta nei terreni folk più comuni in quest’album, e su quella strada viaggiano anche gli altri due capolavori indiscussi dell’album: la prima, “Carnival”, con tanto di assolo di violino alla Velvet Underground, parte quasi in sordina per poi esplodere con la voce di Lanegan sul finale. Non c’è ritornello, la vicenda è raccontata tutta d’un fiato. “El Sol” (la preferita di chi scrive) fa di meglio: la voce è quella del Lanegan più solitario e sconsolato, acustica ed elettrica accompagnano la sua voce torturata:

 

“The sun is gone, and that’s allI really know
No angels in the airwith hearts as good as gold
The closer you stand to the gates
the more the gates are closed”

 

Il finale arriva dopo un altro crescendo di angoscia in cui le chitarre si impennano ad accompagnare il lamento funereo di Lanegan. Di un altro umore invece si bagnano altre due bellissime perle di disperazione: “Kingdoms of Rain”, immersa in una fumosa trance acustica, lenta e sofferta, con Lanegan che recita sottovoce alcuni dei suoi versi più affascinanti:

 

“Are those halos in your hair
Or diamonds shining there
Without a hope, without a prayer
This rain beats down like death
You turn your eyes to better men
Before I go I’ll hang a cross on a nail
I hung one for you in there”

 

E “Riding the Nightingale”, altro delirio acustico sovrastato dalla voce alta e più che mai angosciosa di Lanegan, la musica è immersa in un atmosfera di sogno e di visione mistica, ma il dolore è palpabile, quasi insopportabile, proprio nel punto in cui Lanegan ripete come ipnotizzato “Who’s riding on my nightingale?”. Prima del grande finale c’è il rock con venature country e western di “Pendulum” (“Oh Lord don’t you bother me/I’m as tired as a man can be” recita un rassegnato Lanegan) e l’oscura e minimale “Judas Touch”, un minuto e mezzo di fumoso e notturno folk, ipnotico come una preghiera. Chiude l’album la fantasia folk-psichedelica, soffice e indianeggiante, di “Beggar’s Blues”, ultimo, bellissimo tassello di questo incredibile album. L’universo poetico di Lanegan è pieno di ansia e dolore, ma non è difficile scorgere del puro, assoluto fascino in ciò, fin dai primi ascolti: le trame dolci e luminose delle chitarre, i testi pieni di immagini e situazioni forti e riconoscibili, gli arrangiamenti discreti ma creativi ne fanno un prodotto che può benissimo inserirsi nella grande tradizione dei poeti in musica come Nick Cave e Leonard Cohen. Potete sorseggiarlo tutto d’un fiato, oppure un po’ alla volta: l’importante è lasciarsi assorbire. Alla salute del Fantasma Santo.

 

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Info
Mark Lanegan (1994) Whiskey for the Holy Ghost

Mark Lanegan

Whiskey for the Holy Ghost, 1994

Produzione: Mark Lanegan, Mike Johnson

Etichetta: Sub Pop

Archivio:

Tracklist
01. The River Rise
02. Borracho
03. House a Home
04. Kingdoms of Rain
05. Carnival
06. Riding the Nightingale
07. El Sol
08. Dead On You
09. Shooting Gallery
10. Sunrise
11. Pendulum
12. Judas Touch
13. Beggar's Blues
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo