My Bloody Valentine • Isn't Anything (1988)

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Cosa ci si può aspettare dal resto della discografia dei My Bloody Valentine se si è già avuto  modo di confrontarsi con quell’opus magnum dell’arte contemporanea chiamato Loveless? Loveless, disco elogiato e amato dagli appassionati di tutto il mondo, misconosciuto per lunghi anni (ma comunque capace di influenzare profondamente l’opera di posteri e contemporanei, chiedere informazioni a Billy Corgan, ad esempio) salvo essere inserito all’unanimità nel ristretto novero dei migliori album rock di ogni tempo una volta riscoperto. Loveless esperienza estatica, lavoro sul quale si sprecano leggende e aneddoti in ordine al modo in cui venne concepito e realizzato. Loveless che rappresenta anche una sorta di maledizione per il suo maggiore autore, Kevin Shields, colpito ai tempi da una profonda depressione post-release e ancora oggi incapace di realizzare quel seguito su cui si fantastica dal 1991. Se è quindi doveroso tenere quest’opera su un altarino e tributarle onori riservati a pochi altri, è tuttavia sbagliato trascurare il resto della produzione dei My Bloody Valentine o, ancor peggio, avventurarsi in improbabili paragoni con il capolavoro indiscusso dello shoegaze. Intendiamoci, avete già pagato un pegno oneroso, in termini di tempo e pazienza, per riuscire ad entrare dentro ad un disco di tale portata e comprendere appieno il suo lessico del rumore. La ricompensa ricevuta è stata altissima, ma adesso vi sentite ugualmente in diritto di esigere soddisfazioni immediate dal suo fratellino minore. Cosa vi aspettate dunque di trovare? La testimonianza di una ricerca sonora all’epoca già in essere? Un pallido riflesso di quello che verrà? Qualcosa di totalmente diverso e estraneo? Isn’t Anything, in realtà, non è niente di tutto questo. E’ profondamente errato, lo ripetiamo, tentare di sovrapporre  questo disco al suo più celebre successore.

E’ meglio partire dall’inizio della storia piuttosto che dalla fine, cioè dalla nascita, nella seconda metà degli anni ’80, del cosiddetto shoegaze, nomignolo che descrive la postura tenuta dagli strumentisti durante le esibizioni live, con la testa china e lo sguardo fisso sulle pedaliere, responsabili delle dissonanze e dei muri di feedback caratteristici del genere. Jesus & Mary Chain i padri fondatori al di qua dell’Atlantico con Psychocandy, melodie assolutamente pop sporcate con irriverenza da riverberi e assalti sonori assortiti; Sonic Youth, The Flaming Lips e Dinosaur Jr. nelle colonie a portare avanti una ricerca quasi filosofica su come anche il rumore possa divenire musica. In mezzo a tutto questo, Kevin Shields, newyorkese di nascita ma trapiantato in Irlanda, ben presto tra i protagonisti principali del nuovo movimento insieme ai suoi My Bloody Valentine. Nome stupendo e quasi programmatico, idealmente a metà strada tra la disperazione e l’impulso più nobile, per una band che ha sviluppato la sua poetica in un miscuglio sfocato tra i due sentimenti maggiori. Ai Jesus & Mary Chain l’onore che si riserva ai pionieri, ma i My Bloody Valentine si mettono in corsa fin da subito e nella loro formazione definitiva (Kevin Shields, voce, chitarra e autore della maggior parte di musica e testi; Bilinda Butcher, voce e chitarra; Debbie Googe, basso; Colm O’ Ciosoig, batteria) riescono a infilare una serie di EP che li distingue immediatamente dal resto della scena per una serie di canzoni irripetibili e la profondità estetica della loro proposta. Il debutto su LP arriva nel 1988 per la Creation di Alan McGee: si chiama Isn’t Anything e contiene dodici tracce per trentasette minuti di musica. Sgombriamo subito il campo da equivoci: il linguaggio musicale presente nel disco è già compiuto ed esemplare. Certo, nel più acclamato successore la ricerca sonora risulterà ulteriormente sviluppata, soprattutto per quanto riguarda gli arrangiamenti e la palette di colori  delle Fender imbracciate da Kevin e Bilinda, ma ogni accusa d’incompiutezza della proposta qui presente è da considerarsi fuori luogo. In perenne bilico tra atmosfere di innocente morbosità e impeti più irruenti, l’opera appare pervasa da uno spirito adolescenziale assolutamente prepotente. Altro grande merito dei My Bloody Valentine questo, perché, se è vero che i tratti somatici dell’adolescenza  sono propri di tutto lo shoegaze, è solo con questa band che quella fase della vita verrà idealizzata senza perdere minimamente in carnalità ed, anzi, acquisendo un retrogusto quasi tragico. Qua e là, tuttavia, traspare ancora una timidezza un po’ impacciata in questo lavoro, la stessa che forse impedisce ai quattro ragazzi di mostrare le proprie facce sulla stupenda copertina, lasciando che sia solamente la musica a parlare. E la musica parla: “Soft as Snow (but Warm Inside)” racchiude in sè tutto quello che ho cercato di descrivere fino a questo momento (spero siate stati attenti!) con le svisate di chitarra a vivisezionare strofa e ritornello di un Kevin Shields mai così peccaminoso. Ma non abbiate nessun senso di colpa: nella seconda traccia ci pensa subito Bilinda a mondarci con la sua voce angelica mentre siamo cullati dalle note di “Lose My Breath”. Attenzione a non addormentarsi però, altrimenti verremmo risvegliati dal twang twang che prima insidia la melodia appiccicosissima di “Cupid Come” e poi si unisce ad essa nella dissonanza finale. Continuando nell’alternanza tra sferzate di chitarra che sono una gioia per le orecchie e feedback quasi ascetici, incontriamo “Feed Me with Your Kiss”, già presente nell’omonimo EP, dove Kevin e Bilinda si dividono le parti vocali, quindi ci interroghiamo sulla sorte di Sue in “Sueisfine” poi… basta mi sono stufato, non si possono descrivere uno a uno tutti i momenti di questo disco e a un certo punto le parole diventano pure inutili. Meglio cogliere l’attimo e godersi l’ascolto, perché la cantilena di “I Can See It (but I Can’t Feel It)” ci avverte che “Don’t know when I will leave you again” e in un attimo il disco già finisce, lasciandoci con la voglia di premere ancora una volta il tasto play.

 

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Info
My Bloody Valentine (1988) Isn’t Anything

My Bloody Valentine

Isn't Anything, 1988

Produzione: My Bloody Valentine

Etichetta: Creation

Archivio:

Tracklist
01. Soft as Snow (But Warm Inside)
02. Lose My Breath
03. Cupid Come
04. (When You Wake) You're Still in a Dream
05. No More Sorry
06. All I Need
07. Feed Me With Your Kiss
08. Sueisfine
09. Several Girls Galore
10. You Never Should
11. Nothing Much to Lose
12. I Can See It (But I Can't Feel It)
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo