The Strokes • Is This It (2001)

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Primissimi anni del nuovo millennio. Mentre la confusione regnava sovrana nella mente di chi trattava con sufficienza la nascita di nuove band, troppo giovani e troppo debitrici nei confronti dei grandi del passato per essere prese sul serio da chi, ingenuamente, cercava il profondo senso della vita in una canzone o in un concept album, gli Strokes ottenevano un enorme successo di critica e di pubblico, diventando la rock band più chiacchierata. A onor del vero, la proposta dei protagonisti di questo fenomeno superficialmente etichettato come revival, non è più derivativa di quella degli stessi, esaltatissimi, miti dei loro detrattori. Prendersela col revival garage piuttosto che con quello new wave, per poi glissare sull’altrettanto voluminosa – ma più lontana dai riflettori, ed è qui che casca l’asino – invasione di gruppi psichedelici, progressive o hard rock rimasti confinati in epoche altrettanto lontane, beh, è un po’ un controsenso. Questa situazione porta ad esprimere giudizi facilmente falsati dalla maggiore o minore popolarità di questo o di quel gruppo, se non dalla più o meno marcata simpatia dei fan o, addirittura, dai capi di vestiario prediletti, anche se in questo caso si arriva al ridicolo. E’ andata esattamente così, e quei gruppi di giovincelli appassionati di musica rock, o almeno quelli che hanno avuto dalla loro il necessario mix di bravura e fortuna, si sono inevitabilmente procurati molti, moltissimi nemici, spesso così tanti da sopraffare numericamente i supporters.

Dicevamo: gli Strokes. Alle undici canzoni del fulminante esordio Is This It, che andava a scomodare figure mitologiche del rock (Teschi e Tatuaggi, Iguane e Banane), ancora oggi non si può dir nulla. Nick Valensi (chitarra), Fabrizio Moretti (batteria), Nikolai Fraiture (basso), Albert Hammond Jr. (chitarra) e il frontman Julian Casablancas (voce, ma dai?), si presentavano come i diretti discendenti della tradizione garage americana e di quella punk e post punk specifica di New York, ma la loro interpretazione si mostrava perfettamente moderna, veloce, piena di energia e anche, perché no, furbissima, in quei circa trentacinque minuti che aveva a disposizione per convincere il pubblico. Gli Strokes hanno preso quella musica e quello spirito, portandoli nella loro epoca e arricchendoli del sapore che aveva la vita per dei giovani come loro in una grande città come quella. Le prime canzoni erano venute fuori con l’EP The Modern Age contenente, oltre appunto “The Modern Age”, “Last Nite” e “Barely Legal”, mentre il primo vero e proprio singolo, “Hard to Explain”, avrebbe visto la luce giusto qualche mese dopo. Trentacinque minuti, dicevamo, in grado di definire uno stile inconfondibile, seppur privo di particolari scossoni. Come non citare anche la titletrack dell’album? Oppure “Soma”, “Someday”, “Alone, Together”? In effetti non c’è una canzone da saltare, l’omogeneità globale fa sì che se ne dovesse piacere una, allora dovranno piacere automaticamente tutte le altre. Non si scappa da questa regola, tant’è che è una caratteristica spesso utilizzato per argomentare a favore o contro. “New York City Cops” (150% Stooges) al centro della polemica, per via del testo sembrava inopportuna dopo i fatti dell’11 Settembre newyorkese, per cui nella versione americana è stata sostituita da “When It Started”. Memorabili quanto l’apertura del disco, le conclusive “Trying Your Luck” (forse meno d’impatto rispetto ad altre, ma di grande fattura) e “Take It or Leave It” lasciano con la voglia di ascoltare tutto ancora una volta.

A dispetto delle divisioni interne al pubblico, nella maggior parte dei casi la critica si è dimostrata benevola sin dall’inizio nei confronti del disco. Purtroppo, una formula del genere non avrebbe certo potuto funzionare in eterno. Del successivo Room on Fire ricorderemo dei singoli ottimi, al livello delle canzoni di Is This It (sottolineando “12:51”, “Reptilia”, ma anche “What Ever Happened?”), mentre altri pezzi di quel disco sanno più di riempitivo che di altro. E pensare che durante le sessioni di registrazioni si erano concessi il lusso di licenziare addirittura Nigel Godrich perché le sue idee male si adattavano a ciò che avevano in mente (almeno ufficialmente). First Impressions of Earth osava qualcosa in più e regalava qualche ulteriore buon momento, ma poco di realmente significativo: saggio prendersi una pausa per dedicarsi ad altro. Tra i risultati, il buon progetto di Moretti, Little Joy, e anche Albert Hammond Jr. ha detto la sua; entrambi si sono presentati senza grosse pretese e con degli album gradevoli. Casablancas, dal canto suo, ha dimostrato di avere delle vedute più ampie di quanto si potesse credere, scrivendo un ottimo disco solista, e non è detto che non abbia ancora qualche asso nella manica.

Non saranno certo i pareri prevenuti a cambiare i fatti, che finiscono tutti per confermare una sola cosa: Is This It ha rappresentato un caso discografico che rimarrà il simbolo della variante metropolitana del nuovo corso garage, nonché uno dei dischi chiave che andranno necessariamente presi in considerazione quando si tratterà di analizzare la decade per fornirne uno spaccato fedele. Realmente fedele, si intende, non guidato dall’inestirpabile pregiudizio verso un intero filone. Al di là di tutto questo, sullo sfondo rimane del semplice e diretto rock’n’roll. Banale? Non esattamente. Forse sarebbe stato sufficiente dire questo.

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Info
Strokes (2001) Is This It

The Strokes

Is This It, 2001

Produzione: Gordon Raphael

Etichetta: RCA

Archivio:

Tracklist
01. Is This It
02. The Modern Age
03. Soma
04. Barely Legal
05. Someday
06. Alone, Together
07. Last Nite
08. Hard to Explain
09. New York City Cops
10. Trying Your Luck
11. Take It or Leave It
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo