Pavement • Crooked Rain, Crooked Rain (1994)

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Non avessero che portato la loro attitudine, i Pavement meriterebbero comunque un posto nella storia del rock.
Forse ancor più che per l’innegabile eleganza insita nelle loro melodie, i Pavement valgono il rispetto del popolo rock per ciò che hanno rappresentato, soprattutto presso coloro che hanno impostato il proprio sogno sul modello di Malkmus e amici. Già, una band di amici, il cui modus vivendi in rapporto allo star system potrà oggi risultare näif se non addirittura poco credibile, ma che a conti fatti continua ad incarnare l’ideale di indipendenza nel perverso mondo del pop. In questo senso si pensi alla figura di Bob Nastanovich, amico di vecchia data di Stephen Malkmus inserito nella formazione come jolly in grado di occuparsi sul – e lontano dal – palco di differenti ruoli, forse più che per necessità, per la volontà di avere in squadra un compagno capace di rendere familiare l’ambiente e recitare la parte del quinto uomo, numero che i sociologi ritengono perfetto per la buona alchimia di un gruppo.
È dunque un atteggiamento da anti-star quello dei Pavement, in netta contrapposizione con gli eccessi delle figure cardine del grunge che andava per la maggiore in quegli anni. Malkmus passa pure per sfacciato quando ingenuamente – o consapevolmente e nel caso con una buona dose di invidia, stabilitelo voi – tira in ballo altri artisti in una delle sue più celebri canzoni. Si tratta di “Range Life”, una mid-tempo bucolica à la Grateful Dead di American Beauty, in cui vi è un esplicito riferimento (negativo) agli Smashing Pumpkins e agli altri campioni d’incassi del periodo, gli Stone Temple Pilots, trattati invece con ironico riguardo. Corgan non la prende bene e anzi ,stuzzicato sull’argomento dal NY Post, ne ha a dire: “nessuno si alza al mattino canticchiando una canzone dei Pavement”L’attenzione di molti si focalizza su questo episodio, come è vero che ciò induce altrettanti ad andare oltre l’imprudente citazione e sviscerare un inatteso grande album. Inatteso dai nuovi ascoltatori, perché già il precedente Slanted & Enchanted – disco imperdibile per ogni appassionato di indie rock americano, essendone momento di storica rilevanza – aveva entusiasmato critici e sparuto pubblico (forse gli stessi critici).
In Crooked Rain, Crooked Rain è l’ingresso di un nuovo e preparato batterista, Steve West, a rendere i Pavement una vera band.
L’altro elemento chiave per la riuscita del disco è il meticoloso lavoro di ricerca del suono ottemperato dal gruppo insieme a Mark Venezia, giovane aspirante produttore presso il cui appartamento – al diciottesimo piano di un palazzo di New York – viene registrato l’album. Venezia, detto “walleye”, garantisce loro l’accesso a parte della strumentazione vintage in vendita nel negozio tre piani più sotto, dove egli lavora. Ne consegue maggiore scrupolo per il dettaglio, con movimento dello stile qualche passo distante dalla produzione necessariamente – per motivi economici – lo-fi di Slanted & Enchanted.
Se quell’album infatti è prodotto e registrato in bassa fedeltà per necessità, Crooked Rain lo è solo in parte ma per volontaria scelta: entra in gioco ormai la ragion d’essere del gruppo, che per altro collide con le vivaci soniche distorsioni delle chitarre e col nuovo invadente drumming di West. Il suono di questo è album brilla ancora oggi di luce propria, e lo rende Capolavoro.
Lo stile di Malkmus, voce e principale compositore, è seminale: melodie rovinate da interpretazioni sghembe e stridenti, quasi a volersi prendere gioco dell’elevato potenziale commerciale delle sue canzoni. Di fatto l’album non inventa nulla, ma propone un suono che sa di perfetta mediazione tra quello della California da cui i Pavement provengono, e quello newyorchese cui Malkmus ambisce somigliare. Altrimenti non vi è niente che non si sia già sentito altrove. Si prenda “Hit the Plane Down”: non sembra un brano gentilmente concesso a Malkmus dal Black Francis di Doolittle? Non inganni la splendida coda post rock di “Stop Breathing”, certo successiva agli Slint, ma anche a quella “Hummer” degli stessi incompresi – solo da Malkmus – Smashing Pumpkins. C’è invece da ammettere che lo stile scanzonato della pur sincera “Cut Your Hair” sarà replicato chissà quante volte dai Weezer e da altri minori proseliti.

I Pavement cercano – chissà, forse consapevolmente – di significare per i Novanta ciò che gli R.E.M. o i Dinosaur Jr. hanno rappresentato per l’alternative americano in tempi di street rock e hair metal all’ossesso. L’edizione deluxe di Crooked Rain, Crooked Rain offre oltre ad un artwork che rivisita il periodo di incisione con immagini e commenti dei protagonisti, una copiosa serie di lati B e demo derivanti dalle registrazioni newyorchesi e da show radiofonici dell’epoca.

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Info
Pavement (1994) Crooked Rain, Crooked Rain

Pavement

Crooked Rain, Crooked Rain, 1994

Produzione: Pavement

Etichetta: Matador

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Tracklist
01. Silence Kit
02. Elevate Me Later
03. Stop Breathin
04. Cut Your Hair
05. Newark Wilder
06. Unfair
07. Gold Soundz
08. 5-4 = Unity
09. Range Life
10. Heaven's a Truck
11. Hit the Plane Down
12. Fillmore Jive
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo