Blur • Parklife (1994)

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Al terzo lavoro in studio i Blur sfondano finalmente anche fuori dalla terra d’Albione. E’ il 1994, un’annata che giustamente molti appassionati di buona musica rock ricordano con piacere. Tra questi, tuttavia, ci sono pure gli stessi che il brit-pop non l’hanno ancora capito, o ci stanno giusto riprovando negli ultimi mesi. D’altronde Albarn e soci non propongono un ibrido hard-rock/punk infarcito di testosterone, come all’epoca piaceva ad Americani ed americanisti. Piuttosto un pop intelligente, a tratti snob, che nel corso della loro carriera di forme e sfaccettature ne ha cambiate tante, talmente tante che chi non li conosce a fondo, fatica a non cadere in brutte figure quando si affaccia sull’argomento Blur.
Lo stile ricamato nell’esordio Leisure (1991, Food), con accenni ad una scena, quella di Manchester, di cui i Blur non fanno assolutamente parte, e il ripescaggio di Kinks e Small Faces nel successivo Modern Life is Rubbish (1993, Food), nonostante le qualità che oggi vengono loro giustamente riconosciute, all’epoca non permettono ai Blur di farsi un nome al di là dei confini del Regno Unito.I primi tour negli Stati Uniti non sono affatto un successo. Un po’ meno prevedibilmente, il pubblico inglese, nonostante i buoni dati di vendita, si affeziona e lascia persuadere dal fascino dei rivali e nuovi arrivati Suede. In più c’è la simpatica casa discografica che minaccia di tagliare i fondi per pagare lo studio di registrazione, costringendo i quattro ragazzi dell’Essex a rendersi conto del fatto che hanno un solo modo per rimettersi in carreggiata: scrivere, e scrivere in fretta, le loro migliori canzoni.

Per conquistare gli Inglesi, i Blur decidono di far leva sul loro proverbiale campanilismo e con Parklife stilano un ritratto, dai mille colori, dell’Inglese per definizione. Lo stesso Albarn ai tempi dichiarava all’NME che Parklife ai suoi occhi era un concept sfilacciato, in cui le diverse storie erano come aneddoti di un assiduo bevitore di Lager che gira il mondo commentando ciò che vede. Niente di più vero. Birra, parchi, pub, bank holiday, cockney, Londra, club, l’eterna rivalità UK/USA: Parklife è il bignami del Regno Unito, e non solo nel suo lirismo. La natura eterogenea di Parklife è di fatto la sua vera forza: racchiude il meglio del pop inglese che lo ha preceduto, e riprende solo in parte l’esperienza dei due dischi precedenti. La musica di Parklife viaggia di canzone in canzone in direzioni diverse, ma sempre con risultati eccellenti quando non incredibili considerate età e maestria dei Blur in fase di registrazione. Mettendoci anche i lati B di ogni singolo, Parklife rimane una delle opere più lunghe e complesse dei Blur, al cui confronto il grunge moribondo che lo circondava può solo ritirarsi timidamente, ma questo finalmente lo si sta per prendere come dato di fatto anche in Italia.

I Blur sorprendono ad ogni passo. L’apertura affidata a “Girls & Boys” è quanto di più fuorviante ci si potesse aspettare nel 1994 dai Blur. Come a rimarcare la necessità di rinnovarsi una volta per tutte, la canzone è scelta anche come primo singolo. Parklife alza quindi il sipario con un bel’ingranaggio di synth e un ritmo da pista da ballo. Ad eccezione di “There’s No Other Way” che rimembrava la lezione di Charlatans e Happy Mondays, non era certo nei dancefloor britannici che potevi ascoltare i pezzi di Leisure e Modern Life Is Rubbish! Ma “Girls & Boys” con la sua melodia assassina e l’arrangiamento da canzone già pronta per essere ballata senza bisogno di alcun remix, è il brano più memorabile di quell’estate, riuscendo per altro a mettere subito in bella mostra una delle chiavi di lettura fondamentali dell’album: l’ironia. Nell’apparente non-sense dei suoi versi, “Girls & Boys” è un chiaro attacco a certe banalità da classifica, e perché no, un inno per i club londinesi che prontamente la sfruttano a dovere, tutt’oggi! “Tracy Jacks” ritorna ad una strumentazione più basica. Si rivelerà poi uno dei punti di forza delle esibizioni dal vivo, e nella fuga dalla realtà delle sue parole troviamo forse una salace quanto ingenua risposta al logorìo della vita moderna. “End of a Century” e la titletrack, che insieme a “To the End” completano la scelta di singoli estratti da Parklife, fanno ormai parte dei cavalli di battaglia del gruppo. “End of a Century”, che conquisterà anche il pubblico italiano, è uno degli esempi più rappresentativi del potenziale pop dei Blur, vuoi per l’arrangiamento ricco di elementi, vuoi per l’intramontabile melodia vocale, vuoi, ancora una volta, per le parole di Albarn. Specchio di una generazione che attende la fine del millennio invece di pensare a ciò che la circonda (“We all say, don’t want to be alone / We wear the same clothes cause we feel the same / And kiss with dry lips when we say goodnight / End of a century / Oh, it’s nothing special”), “End of a Century” con i suoi archi rende leggera una sensazione che per altri è più facile inseguire nell’oscurità, e lo fa con molta più classe. Con la partecipazione del cockney di Phil Daniels, la titletrack snocciola i più famosi luoghi comuni della vita londinese divertendosi e facendosi beffa dell’Inglese medio. Esistesse una top 3 di pezzi più rappresentativi dello scorso decennio britannico, sicuramente “Parklife” concorrerebbe a pieno titolo, affiancata dallo strafottente video. Dal punk di “Bank Holiday”, scherzoso omaggio ai giorni di festa e agli annessi festeggiamenti che omaggia una scena inglese ormai dimenticata, si arriva alla suadente “Badhead”, forse il lento migliore in assoluto dei Blur. Gli intermezzi strumentali che seguono dividono a metà Parklife, spiazzando per l’ennesima volta tra valzer e divagazioni spaziali portandoci nell’atmosfera romantica di “To the End”, impreziosita dall’apporto vocale di Lætitia Sadier (già musa e chanteuse degli Stereolab). Ma il tempo per le smancerie finisce presto. “London Loves” è tagliente, sorretta dal chitarrismo di Coxon cui finora non si era fatto accenno ma che non necessita di presentazioni. Se è pur vero che è nell’omonimo album dei Blur che Coxon troverà tutte le sue dimensioni, bisogna ammettere che in Parklife la sua performance già convince, in qualsiasi episodio lo si prenda. Perfino “Trouble in the Message Center”, piuttosto standard nel suo rock diretto, è impreziosita da una chitarra sopra le righe. Suona come dei Depeche Mode impasticcati e più vivi che mai. Non può mancare poi il riferimento alle bianche scogliere di Dover in un album del genere, ed ecco quindi la romantica “Clover over Dover”, prima di un altro immancabile tratto dell’Inglese d.o.c.: il punto di vista sull’America. “Magic America” esprime in un sol colpo la rivalità fra Regno Unito e Stati Uniti e la prepotente influenza della cultura americana su quella albionica. “Jubilee” è l’ultimo momento tirato di Parklife, più che degno di figurare davanti a uno dei vertici più alti toccati dai Blur: “This Is a Low”. Posta in chiusura, e perdonateci se per un attimo tralasciamo l’organetto del divertissment di “Lot 105”, “This Is a Low” parte con un elegante mix di chitarra acustica/elettrica, seguendo la scia di una ballata domata da un Albarn mai così volatile, prima di esplodere nell’assolo di Coxon: superlativa. Un assolo breve, che ritorna all’intreccio di chitarre cui si faceva riferimento prima e che guida l’ultimo ritornello. Non la canzone da far ascoltare a chi non conosce i Blur, magari, ma certamente una di quelle da tramandare ai posteri.

Parklife si chiude dopo neanche un’ora, nonostante si abbia l’impressione di aver percorso una strada ben più lunga. Relegarlo a chiave dei Novanta inglesi vorrebbe dire sminuirne il valore. Parklife, e con lui le altri grande opere dei rivali, è da considerarsi punta di diamante di un pop rimasto in secondo piano in Italia troppo a lungo, in favore di musica che, oggi più che mai, non regge il confronto in termini di sensibilità e dinamismo. E’ probabilmente questo, assieme a Different Class dei Pulp, l’album simbolo di quella stagione del rock.

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Info
Blur (1994) Parklife

Blur

Parklife, 1994

Produzione: Stephen Street

Etichetta: Food

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Tracklist
01. Girls & Boys
02. Tracy Jacks
03. End of a Century
04. Parklife
05. Bank Holiday
06. Badhead
07. The Debt Collector
08. Far Out
09. To the End
10. London Loves
11. Trouble in the Message Centre
12. Clover Over Dover
13. Magic America
14. Jubilee
15. This Is a Low
16. Lot 105
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo