Queens of the Stone Age • Rated R (2000)

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Queens of the Stone Age (2000) Rated R

“Restricted to everyone, everywhere, all the time”. Ecco il minaccioso divieto apposto a mo’ di sottotitolo sulla copertina di Rated R, secondo frutto (più che maturo) partorito dai QOTSA, dopo l’album omonimo del 1998 (tutto furore e sesso) e il primo volume delle leggendarie Desert Sessions, apparso nel 1997 (e seguito da altri 9 volumi, l’ultimo dei quali uscito nel 2003). Per questo secondo episodio della saga delle Regine, Homme si avvale della collaborazione di Nick Oliveri al basso e alla voce, di Nick Lucero e Gene Troutmann alla batteria, di Barrett Martin alle percussioni e di Chris Goss al basso e ai cori, nonché della catramosa magia vocale di Mark Lanegan e di uno stuolo di collaboratori che aggiungono colori e varietà agli arrangiamenti (nei quali spuntano pianoforti, lap steel e sassofoni, tra gli altri). Ripulendo definitivamente il sound melmoso e feroce degli storici Kyuss e aggiungendo corpose dosi di melodia e vitalità, Rated R è l’album più godibile, riuscito e variegato dei Queens of the Stone Age, capace di divertire, rilassare, sballare e inquietare in egual misura. Dunque superiore al pur possente, chiacchierato e sovrabbondante capitolo successivo, ovvero Songs for the Deaf.

L’ispirazione chimica dell’album è evidente fin dalla prima traccia, “Feel Good Hit of the Summer”: a velocità punk rock, spezzata da continui stop and go, la litania di Homme (supportata ai cori da Rob Halford in persona) snocciola i nomi di sette sostanze controllate, quasi a comporre una formula magica che, tuttavia, non giunge mai a stancare. Più articolato, ma altrettanto godibile e catchy, è il singolo “The Lost Art of Keeping a Secret”, in cui strofe misteriose e vagamente funky (impreziosite dai tocchi minimali del vibrafono dell’ex Screaming Trees Barrett Martin) si aprono a un ritornello tempestoso e angosciato. Sei solo al secondo pezzo, e già hai capito che vai incontro ad un grande disco. Al versante più buffo e stralunato dell’arte dei QOTSA appartiene “Leg of Lamb”, con il suo ritmo trattenuto e il suo assolo di chitarra isterico e pigolante. Subdoli rumori cosmici fanno da preambolo all’atmosfera rarefatta e all’incedere ipnotico di “Auto Pilot”, cantata da Oliveri in tono lezioso (“I wanna fly, I wanna ride with you / High up on a jet plane with you“) mentre il clima si fa davvero torrido in “Better Living Through Chemistry”, epica e tumultuosa nei suoi quasi sei minuti di durata: al ritmo circolare dei bongos si aggiungono presto una minacciosa melodia indianeggiante, il vibrafono straniante di Martin e la voce filtrata di Homme, in un continuo gioco di cambiamenti che porta il brano a passare da un ritornello enfatico a un’infuocata jam chitarristica su cui si stendono come veli impalpabili le voci doppiate di Homme e soci. È il primo brano ad avvicinarsi senza indugi al vecchio sound desertico dei Kyuss, pur prendendone le distanze nella cura generale del suono e dell’arrangiamento. Ma è un capolavoro, nel capolavoro. Echi beatlesiani spuntano nella robotica “Monsters in the Parasol”, mentre è Oliveri a prendere il comando in “Quick and to the Pointless” e “Tension Head”: la prima un bubblegum diabolico, deviato e instabile, la seconda un punk ‘n’ roll omicida che ricorda la militanza di Nick nei folli Dwarves. Fra queste due schegge arroventate troviamo la dolce e disperata “In the Fade”, profumata di soul nelle strofe, nobilitata dal tono inconfondibile di Mark Lanegan – qui forse al suo massimo assoluto nel contesto rock, addirittura – e da un ritornello a chitarre spianate. Dopo una fugace reprise di “Feel Good”, è la volta di “Lightning Song”, breve oasi di pace acustica a 12 corde (scritta da Dave Catching): tablas e piano fanno il resto per due minuti di raffinato relax. È il soffice preludio al lungo, paranoico stoner-blues di “I Think I Lost My Headache”, sorta di “Chemistry” ancora più labirintica e psicotropa, incoronata, dopo otto minuti di melodie fumose, cantilene arabeggianti e jam minimaliste, da un beffardo, finale di fiati dadaisti.

Con spirito giocoso, ma senza mai cedere alla banchè minima sciatteria né a facili eccessi, i QOTSA incarnano lo spirito ribelle del rock da una prospettiva essenzialmente edonista che però non rinuncia a sfogare disperazioni sotterranee, malinconie sognanti e vaporose visioni di paradisi artificiali. “Rated R” (“X” nella versione in vinile, dalla copertina rossa) va tenuto lontano dalla portata dei bambini: per tutti gli altri il godimento è assicurato. Anzi, necessario.

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Info
Queens of the Stone Age (2000) Rated R

Queens of the Stone Age

Rated R, 2000

Produzione: Josh Homme, Chris Goss

Etichetta: Interscope

Tracklist
01. Feel Good Hit of the Summer
02. The Lost Art of Keeping a Secret
03. Leg of Lamb
04. Auto Pilot
05. Better Living Through Chemistry
06. Monsters in the Parasol
07. Quick and to the Pointless
08. In the Fade
09. Tension Head
10. Lightning Song
11. I Think I Lost My Headache
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo