Burial • Untrue (2007)

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“It’s more about when you come back from being out somewhere; in a minicab or a night bus, or with someone, or walking home across London late at night, dreamlike, and you’ve still got the music kind of echoing in you, in your bloodstream, but with real life trying to get in the way. I want it to be like a little sanctuary. It’s like that 24-hour stand selling tea on a rainy night, glowing in the dark. It’s pretty simple.”
Inghilterra, ancora Inghilterra; e Londra a fare da faro, nella notte buia della musica d’oggi, tanto profonda quanto difficile da raggiungere, da trovare, nella melma scura dei cieli notturni, con i bobbies pronti a caricarti a suon di note storte e a cavalcare sulle melodie dell’hype di turno se non ti inquadri in un regime estetico-ideologico mai veramente aggiornato, oltre, troppo avanti per esistere: con il sole della fine del Secolo breve a illuminare gli ultimi spazi musicali disponibili per un posto alla luce dei riflettori (luce mai così tanto artificiale…), la musica del nuovo millennio nasce già spenta, castigata entro direttive e modalità di diffusione/ricezione gerarchizzate, irrigidite, fossilizzate.
Quando la mano che cambia le cose interviene sull’orizzonte dell’immutabile corso degli eventi, diventa una mano che perde i propri lineamenti e assurge a gesto: si perde un nome, lo si seppellisce e sacralizza in quello che diventa già mito prima di essere racconto. Nasce un nuovo mito, e non ne si conosce il nome, perché la notte che circonda tutto, in qualche modo protegge, con la sua identità, anche lui. “I’m a bit like a rubbish super-hero …”

L’arrivo sulle scene di Burial è tutto tranne che un arrivo sulle scene: non c’è luce, non ci sono rumours, non ci sono aspettative: c’è un disco che spezza l’oscurità e ci prova, prova a ledere le sicurezze di un mondo ormai andato oltre, troppo avanti, come dicevamo. Che il primo disco sia omonimo non deve trarre in inganno, perché presentarsi come Nessuno sappiamo quale sorte riserva ai Ciclopi di tutte le ere: e Burial si presenta come Burial, come un Nessuno.
Quello che non scappa alla luce, tuttavia, è la musica, e siamo qui a parlare di questa entità inglese perché siamo stati fortunati. In un costante macinio di nomi e nomi, abbiamo scoperto un nome, che paradossalmente un nome non è, con un disco d’esordio che ci ha donato voglia di ascolto o, più spesso, che si è rivelato a noi di riflesso dopo aver incrociato altre note, quelle del Disco di Burial (quante maiuscole: a lui, forse, non piacerebbero..): Untrue, o “untrue”, per i più timidi, come lui.
Untrue nasce in un periodo imprecisato, così come imprecisate sono non solo le sue coordinate, ma la sua stessa essenza e struttura: sicura è la data di uscita, anno 2007. Tredici tracce, tutte dai lineamenti scomodi, poco identificabili, eppure, sorprendentemente caratterizzate da una pluri-identità; i solchi su vinile scavati da Burial trovano un’identità forte nella coralità di elementi chiamati a costituire le sue differenti tracks: il campionamento, il cutting, l’upload di frammenti distanti anni luce da un discorso-del-buio vivono armonicamente in un tutt’uno spalmato su beats pieni, tondi, storti: vivi. La scelta o la necessità stilistica di questo DJ-non-DJ fa sì che le note non si stabilizzino su binari ritmici rigidi, arrugginiti, ma, piuttosto, che esse aleggino dinamiche ed errate in combinazioni piene di forza umana, di passione, di calore; la temperatura, appunto, sale nell’oscurità della notte: dalla dubstep fredda, metallica, fatta di pezzi di ferro, di tutto il ferro, anzi, delle ferrovie di Bristol, ad una musica diversa, aliena ma amica, mai così distante da diventare pezzo da dancefloor.
“It’s just the way I am. I can’t step up, I want to be in the dark at the back of a club. I don’t read press, I don’t go on the internet much, I’m just not into it. It’s like the lost art of keeping a secret, but it keeps my tunes closer to me and other people.”

Le atmosfere richiamano al fango urbano in cui siamo immersi, incastrati in spazi sociali soffocanti, dove a barriere fisicamente più rigide si sostituiscono note capaci di darci un senso del limite e dell’aperto al contempo: “In MacDonald’s” ci restituisce tutta l’esperienza, dall’estrema chiusura alla paradossale dilatazione del tempo attraverso la leggerezza dell’essere pronunciata dalla musica a prodromo della seguente titletrack, subito ricascante sullo spirito emotivo del brano precedente con il suo incedere compatto. La compattezza e la tenuta dei legami, quasi come una marcia rivoluzionaria, una strada con dei giovani, in rivolta, contro l’amore negato, contro un imprecisato tutto che soffoca l’esistenza; i beats accompagnano l’attacco, con una suadente sensualità, dove il background leggero e quasi onirico definisce lo scontro contro il Falso in termini di lamento: in Untrue-canzone e in Untrue-disco, la marcia di protesta, lungi dall’accollarsi simboli ingombranti, avanza lenta dentro ognuno di noi e si dà come moto interno, nella dialettica fra spazi sociali sempre più agglomerativo-costrittivi e slancio interiore.
Non è un caso che ad aprire l’album ci sia una canzone come “Archangel”, un manifesto di struggente bellezza, un incipitale lamento, quasi rilkiano nella frattura fra gli spazi dell’Io e dell’Altro, con la musica che si stratifica costantemente e spesso si inceppa nelle ritmiche, andando a sottolineare uno scratch che dal piatto passa allo spirito: la mano di Burial ci guida ancora, sul nero di un vinile così comune da non diventare mai un’esperienza rara, un vinil bianco, ben confezionato.
Dopo aver passato “Near dark” alla ricerca di uno sguardo che ci aiuti a tirarci su, a non sbandare sotto le luci della notte, a non aver paura, la litania si fa struggente, si arabizza quasi, si pulisce e deterge, sembra quasi diventare più avida di sé: nasce una poesia semplice, un incedere che fa di “Ghost Hardware” una celebrazione laica, aperta, a livello tonale, ad un compromesso con la luce, quasi un alleggerimento dopo tanto buio e sofferenza, con il groove che aumenta e con la dubstep che torna nei suoi contorni più “legali”, autorizzati.
La scarica di “Endorphin” ci porta direttamente su un altro gioiello plasmato da questo oscuro demiurgo, ovvero “Etched Headplate”, traccia che spicca per la sua mole e costanza, mentre il gioco di veli sonori e di noise impalpabile continua costante, ritornando lontani da territori istituzionalmente forti e commerciali, anche se al commerciale si strizza sì un occhio, ma non in termini di vendibilità del prodotto, piuttosto in termini di samples e sentimenti: la vacuità delle passioni e dei feelings mixati al giorno d’oggi su ben più basse consolle arriva a riempirsi di inaspettata autenticità, dove al kitch e al fake si sostituiscono atteggiamenti e pulsioni più vere, che è la musica stessa a creare, con le sue istanze di bellezza e armonia.
In “Dog Shelter” e “Homeless” troviamo risposta nell’una ai quesiti dell’altra, in una condivisione di esperienze che trascende il piano umano e arriva alla profondità di uno spirito, evocato in modo quasi diretto nella prima traccia in questione, quasi inno sacro su cupole fatiscenti e decadute, in una Londra che non è più solo Londra ma arriva a inondare di buio quello spazio del sottosuolo che è l’humus per un discorso a suon di dubstep: la condizione di disperazione e deriva, la caduta dell’uomo, la perdita di una dimensione verticale, lo sguardo quasi spento di un paio d’occhi ormai al livello della strada. Le risposte a queste situazioni estreme di vita non trovano spazio in un discorso artistico che è sempre domanda e che, per questo motivo, appunto, rimane sempre incompleto, anche nel momento in cui pare, forse, aprirsi ad una diretta preghiera, come in “Shell of Light”: ma a chi? La frattura anche musicale ci porta a pensare ad una sorta di ripensamento, da una forza ritmica piena e quasi speranzosa ad un momento di energia trattenuta, dove il lamento non è altro che tutto ciò che ci rimane, quasi uno scherzo a noi stessi. “I wasn’t sure if we could be friends”: l’untrue diventa quasi una condizione esistenziale: il dubbio dimostra un’egemonia sul reale.
Il disco-rso di Burial si chiude con “Raver”, un’uscita diritta, che tiene la musica su coordinate più aperte a beats tribal e alla dubstep più contaminata dalle sue stesse origini. Come una voce che possiamo attribuire al nostro uomo pare confermare:

“I’m not old enough to have been to a proper old rave in a warehouse or a field,” he says, “but I used to hear these stories about legendary club nights, about driving off into the darkness to raves on the outskirts of London. But it’s got this sadness now, because most club culture got commercialised in the 1990s; oftentimes it got taken off ravers and sold back to them. But it’s still out there; there’s a signal, or a light. It’s like there’s someone still holding a lighter in a warehouse somewhere.”

E quella luce, questo raver mancato o assente, pare proprio consegnarcela, tenerla accesa come un novello Prometeo che, da dove non è dato sap
ere, è riuscito a tornare con una fiamma viva, pronta a fare proseliti, anche fra quei giganti dell’Olimpo che raramente piegano il loro capo in basso, e ancora più in basso, fino a sprofondare nel fango da cui veniamo.

Quel che appare sintomatico, ad un ascolto vero di Untrue, è, infine, l’attenzione sul passo, quello step che non finiremo mai di apprezzare e che fa di Burial il campione incontrastato, il nostro paladino prediletto sui campi di battaglia della musica più smaccatamente rivoluzionaria, nelle scelte stilistiche quanto nei temi sonori e non. Il passo sbilenco e storto, ubriaco e malmesso, infangato: Burial ci consegna una dubstep nuova.
Una dubstep che ha scoperto, nei suoi passi, la coscienza.

“I tuoi passi, figli del mio silenzio,
Santamente, lentamente posati,
Verso il letto del mio vegliare
Procedono gelidi e muti.

Persona pura, ombra divina,
Come sono dolci, i tuoi passi trattenuti!
Dei!…tutti i doni che indovino
Vengono a me su questi piedi nudi!

Dalle tue labbra protese se
Tu prepari per calmarlo,
All’abitatore dei miei pensieri
Il nutrimento di un bacio, questo

Tenero atto non affrettarlo,
Dolcezza di essere e di non essere,

Perché ho vissuto nell’attendervi,

E il mio cuore era i vostri passi.”

P. Valéry, Les Pas

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Info
Burial (2007) Untrue

Burial

Untrue, 2007

Produzione: Burial

Etichetta: Hyperdub

Archivio:

Tracklist
01. [untitled]
02. Archangel
03. Near Dark
04. Ghost Hardware
05. Endorphin
06. Etched Headplate
07. In McDonalds
08. Untrue
09. Shell of Light
10. Dog Shelter
11. Homeless
12. UK
13. Raver
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo