Coil • The Ape of Naples (200)

articolo di

“And the church bells chime
The colour of wine
And the angels devil fight
To snatch back the last time”

Ci sarebbe soltanto l’imbarazzo della scelta, nel voler aprire con una citazione una recensione o un articolo che parli di The Ape of Naples. Ogni singola frase, ogni singolo passaggio musicale diventa pregno di significati e immagini, memoria di quello che è stato e di cosa è accaduto. La storia è ormai tristemente nota; Jhonn Balance – lo chiameremo Jhonn fino alla fine – perse la vita a seguito di una caduta nella sua casa nel novembre del 2004. I suoi problemi di depressione e alcolismo lo portarono alla morte in questo modo violento, lasciando il compagno di escursioni musicali, Peter “Sleazy” Christopherson, decidere delle sorti della sua creatura. Già, i Coil erano stati partoriti dalla sua mente, rappresentavano il suo mezzo espressivo principale e lui li aveva guidati, forte del genio dello stesso Peter dietro i campionatori, prima lungo gli sporchi e oscuri sentieri dell’industrial, e poi, ispirato dalla luce lunare, attraverso gli spazi cosmici. The Ape of Naples è il sigillo apposto ad una carriera ventennale, l’ultimo viaggio di Jhonn organizzato dal suo amico Sleazy e guidato dalla sua stessa voce dai toni sciamanici. Non si potrebbe parlare di questo lavoro in termini diversi, lo impongono il motivo per cui esiste e la sua stessa essenza. L’album usciva quindi nel 2005, in piena era di Internet; il passaparola ha fatto il resto, e così i Coil hanno trovato un pubblico sempre più vasto. Il punto di forza di un lavoro del genere consiste nell’esser vicino ai gusti di diverse categorie di ascoltatori. The Ape of Naples è quindi in grado di coinvolgere in egual misura e per motivazioni diverse gli ammiratori di Kid A, gli appassionati di musica elettronica, gli ascoltatori rock più attenti e mentalmente aperti, oppure semplicemente gli amanti delle cose belle, aprendo loro una nuova prospettiva su un intero universo musicale sotterraneo. I più attenti non si sarebbero fatti scappare l’occasione di approfondire artisti correlati, quali i Current 93 o i Throbbing Gristle cui Christopherson finì per riunirsi, tornando sulle scene con l’ottimo (e chiaramente influenzato dall’esperienza Coil) Part Two: The Endless Not.

I brani di The Ape of Naples hanno origini diverse: vecchie sessioni di registrazione, pezzi originalmente rilasciati tramite web e riviste e che avevano solo bisogno di esser rimaneggiati, performance live, abbozzi più o meno avanzati che attendevano solo di essere portati a conclusione. Sleazy si era fatto carico del compito di selezionare, assemblare e perfezionare il materiale che aveva a disposizione, contando sull’aiuto di fidi collaboratori quali Danny Hide, Ossian Brown, Thighpaulsandra e Drew McDowall, accompagnati da altri strumentisti in grado di arricchire la gamma di suoni con l’esoticità di duduk, hurdy gurdy, marimba e altro ancora. Questo tipo di eterogeneità ha purtroppo suscitato dubbi di alcuna critica, che lo ha dipinto come una mezza raccolta postuma, sminuendolo e minimizzandolo per questo. Errore, in primis per il lavoro che ha avuto dietro, non di semplice compilazione, in secondo luogo perché l’ascolto in sequenza delle tracce non fa altro che accrescerne il fascino ed amplificare le sensazioni di un viaggio che non si potrà fare a meno di ripetere. The Ape of Naples è vario e presenta molteplici sfaccettature, ma la sua essenza è sorprendentemente coerente, a dispetto dell’eterogeneità delle tracce

Lasciare che fosse “Fire of the Mind” ad aprire l’album è stata la mossa migliore. L’intero lavoro avrebbe dovuto avere proprio questo titolo, e quella che si può definire una delle produzioni dei Coil relativamente più vicina all’essere una normale canzone, si rivela già da subito un classico della loro discografia. Con certe premesse, risulta avere un impatto tremendo sia per il testo sia per l’interpretazione di Balance, a dir poco ultraterrena. “Tattooed Man” fa parte delle composizioni più recenti ed insolite; disegna un paesaggio completamente differente, armonioso e fisicamente molto distante dalla durezza industrial dei primi anni e dalla eterea “Moon Musick” dei due volumi di “Musick to Play in the Dark”. Degno di nota è anche il rifacimento di “Amethyst Deceivers” (“The Last Amethyst Deceivers”), con il suo morbido mantra, e lo stesso potrà dirsi più avanti per quello di “Teenage Lightning”, elaborazione atmosferica e decisamente più evocativa delle originali pubblicate su Love’s Secret Domain. In entrambi i casi le operazioni di remix erano volte ad allineare le tracce allo spirito di questi Coil e a ciò che proponevano dal vivo, per cui la loro presenza nella tracklist definitiva ha una giustificazione solida, al di là della qualità (alta) dei risultati. Incredibilmente semplice e, per contro, estremamente efficace, è “Triple Sun”, che aveva già fatto diverse apparizioni nei loro ultimi concerti, nelle sue varianti estese. Sul live …And the Ambulance Died in His Arms, risalente al 2003 ma anch’esso pubblicato postumo (il titolo era già stato deciso dallo stesso Jhonn), si possono rintracciare “Triple Sun Introduction” e l’ancor più inquietante “Triple Sons and the One You Bury”, al cui cospetto il mix scelto per l’album appare addirittura poca cosa:

“And I drank a cup of mercury this morning
I drank a cup
I took a cup from a sip of mercury
And a sip from a cup of mercury
And I swallowed the one you bury
I swallowed the one you bury”

Il duo centrale si presenta come il nucleo ostico dell’album. In particolare, l’incedere di “It’s in My Blood”, i suoi suoni rallentati fino all’incubo e l’interpretazione al limite dell’animalesco, riportano l’ascoltatore indietro fino ai tempi dell’industrial più pura e perversa, con la precisione e la definizione dei suoni moderni. Non è un caso, si tratta di uno dei pezzi provenienti dalle sessioni di registrazione degli anni ‘90 eseguite nei Nothing Studios di Trent Reznor. Subito dopo, “I Don’t Get It” crea un’atmosfera completamente diversa, delirante sotto l’apparente compostezza in primo piano. Con “Heaven’s Blade” si presenta il ritorno della vena melodica, stavolta più profondamente marchiata dall’industrial rispetto agli episodi precedenti. E’ da qui che inizia a prendere forma la sezione finale, quella più intensa e visionaria. “A Cold Cell”, preghiera di un prigioniero, non può lasciare indifferenti, è uno dei momenti più suggestivi mai creati dai Coil.

“O Lord, save my sinful soul
From the Devil Owner
From dirty water
From steel handcuffs
Save us from the death penalty
Amen…”

Altrettanto si potrebbe dire del duo conclusivo; “Amber Rain” resta sospesa tra la modernità degli strumenti e i richiami ad un passato remotissimo, lasciando percepire archetipi da plasmare secondo la propria sensibilità in forme non ben definite, ma estremamente chiare su un altro livello di coscienza. Si tratta di un espediente caro a Christopherson, che infatti l’avrebbe sfruttato anche per dar vita al progetto Soisong. Se “Fire of the Mind” segnava l’inizio del viaggio, “Going Up” ne è a tutti gli effetti l’atto conclusivo. Ogni cosa, in questo pezzo, ha il sapore del traguardo finale. “It just is…”

David Tibet volle ricordare Jhonn così:

“A great artist, a great voice, a great visionary, a great Soul and a great Heart
Finally You were overwhelmed by it all: by all the beauty and by all the pain.”

e The Ape of Naples, pur essendo soltanto un album, rispecchia esattamente tali caratteristiche. Sleazy ha dovuto lavorare sodo per trovare un posto ad ogni singolo pezzo che aveva a disposizione, ma ne è valsa la pena; indirettamente, e probabilmente senza neanche averne l’intenzione, ha permesso a tanti di trovare un’invitante via d’accesso al mondo dei suoi Coil. Non avrebbe potuto fare di meglio in ricordo del suo amico e della musica che componevano assieme.

“There’s blood in the sun

But I’m not afraid
I cut myself
With Heaven’s Blade

Inside the wound
I found my wings
And walked away
From this human skin

I asked the earth
To open up the sky
To get inside
And live with me for life

I stand before the sun
Rise up and see
The shape of things to come
It’s all the same…”

“Heaven’s Blade”, Jhonn Balance

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Info
Coil (2005) The Ape of Naples

Coil

The Ape of Naples, 200

Produzione: Coil

Etichetta: Threshold House

Archivio:

Tracklist
01. Fire of the Mind
02. The Last Amethyst Deceiver
03. Tattooed Man
04. Triple Sun
05. It's in My Blood
06. I Don't Get It
07. Heaven's Blade
08. Cold Cell
09. Teenage Lightning 2005
10. Amber Rain
11. Going Up
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo