David Bowie • Low / "Heroes" (1977)

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Nel 1976 già tirava aria di un nuovo cambiamento per il neonato Duca Bianco, il dandy tanto raffinato e ricercato quanto tormentato e sull’orlo dell’autodistruzione. L’insostenibilità della vita che stava conducendo negli Stati Uniti spinse l’ex icona inglese del glam rock a tornare in Europa.

Ispirato dalla nuova aria mitteleuropea e intenzionato a creare qualcosa di artistico capace di andare oltre le formule musicali già sperimentate senza demolire la propria identità, con autentico bisogno di espressione personale e colto da fervore creativo diede inizio ad una fase di iperattività coinvolgendo prima l’amico Iggy Pop, poi anche un tal Brian Eno incontrato per caso. Dopo aver partecipato alla produzione dell’album The Idiot dell’Iguana (in seguito parteciperà anche alla realizzazione di Lust For Life) eccolo finalmente al lavoro per il suo nuovo disco attorniato da una decina di musicisti, il produttore Tony Visconti e una strumentazione che comprendeva anche sintetizzatori, arpa, sax, armonica, vibrafono, xilofono e non solo.

Così, ancora una volta, David Bowie catturava influenze e nuovi suoni, li fondeva alla propria esperienza e li faceva propri, li valorizzava e li possedeva per assoggettarli ai propri bisogni artistici. Stavolta un input veniva dalla vasta ricerca del movimento Krautrock – che negli anni precedenti aveva detto la propria a dispetto delle critiche negative – e dai nuovi sistemi di trattamento e produzione del suono. Per l’inizio del 1977 il lavoro era pronto per essere pubblicato. Low era un vestito nuovo per la musica del Duca, dallo stile riconoscibilissimo anche sotto gli effetti applicati alle percussioni e alle chitarre, anche in mezzo ai suoni elettronici che di tanto in tanto graffiavano i brani. Ne era venuto fuori un album che tendeva al futuro, ma soprattutto era caratterizzato da contrasti quali gelido-caldo, giorno-notte, espressione-incomunicabilità, Berlino Est-Berlino Ovest, primo lato-secondo lato.

Quello di “Speed Of Life” e “Breaking Glass” era indubbiamente David Bowie e aveva un suono indubbiamente nuovo. I primi pezzi di Low, brevi e frettolosi, avrebbero potuto dare la sensazione che quel voler “strafare” avrebbe potuto rischiare di rovinare tutto; in realtà, il fascino del lato A di Low stava (e sta ancora oggi) anche in questo. I ritmi si contrapponevano ai testi, quasi ermetici e pervasi ancora da timori reali e quotidiani (“Ho di nuovo rotto il vetro della tua camera. Ascolta, non guardare il tappeto, ci ho disegnato su qualcosa di orribile. Vedi, sei una persona stupenda, ma hai dei problemi. Non ti toccherò mai.”) e i momenti più rilassati e melodici servivano a lasciar spazio ad una dichiarata malinconia, che cercava rifugio soltanto nel “dono del suono e della visione”; rinchiuso nella stanza blu che aveva creato per paura di mostrarsi troppo, David si lascia andare solo quel che basta, e in “Always Crashing In The Same Car” e “Be My Wife” esternava i timori le speranze di ci ha viaggiato tanto senza giungere a qualcosa, ottenendo soltanto il risultato di essere ancora più solo. La prima parte di Low consisteva dunque delle complicate contorsioni di un artista che aveva fiutato la via giusta per uscire dalla propria crisi ma non era ancora riuscito a percorrerla completamente. Cambiando lato, il disco cambiava totalmente faccia.

Il dichiarato bisogno di andare oltre il rock doveva assolutamente trovare il suo massimo sfogo. Con l’aiuto di Brian Eno, Bowie si è trovato letteralmente a dipingere l’intensissimo e desolato paesaggio atmosferico di “Warszawa”, lasciando sublimare i propri turbamenti esclusivamente in musica e in linee vocali prive di senso. Nel secondo lato di Low esisteva l’essenziale: l’artista, la guida esperta, l’inventiva, la sensazione e i macchinari che sarebbero serviti a concretizzarla. Tra ambient, world music e space rock, ci si calava nell’oscurità dei “Subterraneans”, nei quali il sax diventava emblema stesso del bisogno espressivo di David Robert Jones e della Berlino divisa. Una sequenza di brani da ascoltare, vivere, interpretare in base alla propria sensibilità ma con un occhio sul loro originale perché.

Ora si immagini, in quel di Berlino Ovest, una lineup formata da David Bowie, Brian Eno e Robert Fripp: ce ne sarebbe abbastanza per pensare a chissà quali risultati. In effetti, sempre nello stesso anno di Low, usciva “Heroes”, strutturalmente simile al suo predecessore ma differente nell’animo; la differenza stava tutta in David, tornato ad essere più passionale e vivo nell’interpretare le sue canzoni. I testi non erano più espressione di depressione e paranoia ma di un ritorno alla vita, un po’ da protagonista e un po’ da osservatore (si vedano “Joe the Lion” e Chris Burden che si fa crocifiggere su una Volkswagen), spesso con un tono al limite dell’irreale e del fantascientifico. La rinnovata abilità di David nel comporre canzoni pop di livello era ora supportata da un uso più consapevole delle tecnologie e del genio musicale dei pesantissimi nomi presenti in squadra, che hanno dato vita ad un suono ancora più moderno ed efficace in senso pop. L’epica titletrack entra con pieno diritto tra i brani leggendari del rock, e pensare che era nata come pezzo strumentale e non avrebbe ugualmente sfigurato prima che David ne scrivesse il testo, ispirato ad una coppia che si incontrava in segreto sotto al Muro. Un uomo e una donna, “Eroi” e non Eroi, “and the shame was on the other side”. È un inno di tutti, abusatissimo, ma la sua ingombrante presenza non deve far dimenticare quella degli altri trascinanti brani pop proiettati verso il futuro: “Beauty and the Beast”, “Joe the Lion” e “Blackout”, con l’elegante “Sons of the Silent Age” che descriveva dei personaggi alienati dalle loro stesse vite, forse riferendosi alle persone incontrate a Berlino o addirittura – volendo sparare alto – alla situazione dell’uomo moderno (“I figli dell’era silente misurano con i passi le loro stanze grandi come celle […] Non camminano, si limitano a scivolare dentro e fuori la vita. Non muoiono, ma un giorno si mettono semplicemente a dormire”). Il secondo lato, come in Low, guardava ancora all’atmosfera ma proponeva strutture più esili, taglienti, che sembravano muoversi attraverso ambienti apparentemente immobili, creando ancora una volta effetti molto suggestivi, affiancando strumenti particolari (come il koto) a sintetizzatori e tastiere. Immancabile un riferimento ai Kraftwerk, “V-2 Schneider” li omaggiava già a partire dal titolo, ma soprattutto richiamava le loro atmosfere robotiche illuminate dai neon. “Heroes” è il momento più noto della cosiddetta Trilogia Berlinese (sulla quale denominazione ci sarebbe in teoria da ridire), completata due anni dopo con le sperimentazioni world di Lodger. La fase più produttiva della carriera di David stava per chiudersi con Scary Monsters (And Super Creeps) nel 1980: di lì in poi, per una quindicina d’anni, non avrebbe più registrato album notevoli a suo nome (Tin Machine compresi). Bisognerà aspettare il 1995 con 1.Outside per avere qualcosa di artisticamente valido, seppur lontano dall’eccellenza dei miglior Bowie degli anni 70. Per fortuna, una serie di episodi minori non ha di certo cancellato i successi artistici (e commerciali) di un personaggio che nelle sue intuizioni, sfruttando i venti favorevoli, è diventato storia del rock a tutti gli effetti assieme ai suoi personaggi leggendari.

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Info
David Bowie (1977) Low / "Heroes"

David Bowie

Low / "Heroes", 1977

Produzione: David Bowie e Tony Visconti

Etichetta: RCA

Archivio:

Tracklist
Low:
01. Speed of Life
02. Breaking Glass
03. What in the World
04. Sound and Vision
05. Always Crashing in the Same Car
06. Be My wife
07. A New Career in a New Town
08. Warszawa
09. Art decade
10. Weeping wall
11. Subterraneans

"Heroes":
01. Beauty and the Beast
02. Joe the Lion
03. Heroes
04. Sons of the Silent Age
05. Blackout
06. V-2 Schneider
07. Sense of Doubt
08. Moss Garden
09. Neuköln
10. The Secret Life of Arabia
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo