Okkervil River • Down the River of Golden Dreams (2003)

articolo di
“And we have fun we go laughing and running down to the water, there by the sea
where the body just floats like a rowboat and the moon’s like a harbor light lit in the sky”

 

Se per gli anni ’90 il folk rock era rappresentato da Neutral Milk Hotel, 16 Horsepower, Grant Lee Buffalo e compagnia, nel decennio successivo si fa invece riferimento a Wilco, Bright Eyes e agli Okkervil River di Austin, senza andare a pescare nella miriade di gruppi meno chiacchierati o semplicemente meno meritevoli. Quando si tira in mezzo questa scena si viene a parlare soprattutto di un pubblico tendenzialmente indie, spesso però cresciuto con Bob Dylan e i Beatles nelle orecchie, tanto quanto basta per tenere lontani dalla ricerca ossessiva del gruppo sconosciuto a tutti i costi. Eppure alcuni sono riusciti, col tempo, a conquistare la fiducia di ascoltatori provenienti da mondi molto diversi, proprio come il gruppo di Will Sheff, che arrischia anche un paragone con i REM dicendo di ritrovare la propria musica molto più vicina al rock che al folk vero e proprio. Anche se gli esordi si nutrivano attraverso le radici del folk americano più di quanto non avrebbero fatto le uscite successive, Will eviterà di offendersi se utilizzeremo l’espressione “folk rock” per descrivere ciò che suonano gli Okkervil River.

Tralasciando la storia ormai nota e raccontata ovunque sull’origine del nome del gruppo, Don’t Fall in Love With Everyone You See aveva richiesto un anno di registrazioni e la band non era intenzionata a ripetere l’esperienza. Si sentiva il bisogno di qualcosa di più spontaneo, diretto, “sporco”. Gli elementi della formula risolutiva furono questi: fuga a San Francisco, Scott Solter dietro il mixer, tempi di registrazione molto più contenuti. Così emerse dalle acque Down the River of Golden Dreams, un disco che vuole dare l’idea di “sailing away never to return, washing clean to start over, fishing and swimming and drowning and all that stuff is floating around in there somewhere”, parole che calzano veramente a pennello sia ai momenti più positivi sia a quelli più intimi e malinconici. Gli Okkervil River compongono il loro nuovo lavoro strizzando l’occhio anche a John Vanderslice e ai REM dei ‘90, con un gusto anni ’60 nella scelta di strumentazioni e suoni, ma soprattutto riescono a scrivere un album senza un momento che possa definirsi basso o scarsamente ispirato. Gli arrangiamenti di archi, hammond, mellotron e tastiere varie non sono mai fuori luogo né eccessivi, mentre Sheff, colto e mai presuntuoso, sembra raccontare stralci di storie tratte da vecchi libri e spezza le frasi distribuendole con eleganza tra i versi, creando melodie estremamente efficaci, di quelle che una volta assimilate difficilmente ti lasceranno mai. Sono questi gli elementi che ti portano a parlare di “personalità” in riferimento a gente che compone dischi rock. Volendo parlare di qualche canzone in particolare, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il singolo “It Ends With a Fall” segue l’introduzione suonata al piano dalla zia ottantenne del chitarrista Seth (con effetto “vecchia locanda”) e fa già pensare ad un disco memorabile. “Blanket and Crib”, “Dead Faces”, “Song About a Star” e la conclusiva “Seas Too Far to Reach” sono in un certo senso le più movimentate e abbordabili già ad un primo ascolto, senza nulla togliere agli episodi più intimi che si difendono ottimamente senza fatica, tra i quali si fanno notare prestissimo “For the Enemy” ma soprattutto “The Velocity of Saul at the Time of His Conversion”, che a dispetto del titolo spicca per la semplicità quasi disarmante per essere la perla che è. C’è da precisare però che quest’ultima era già stata scritta per Stars Too Small to Use, ma qui è stata ripresa e rinnovata splendidamente per l’occasione. Sarebbe stato un delitto lasciarla in un EP che difficilmente sarebbe giunto alle orecchie della maggior parte del pubblico. Via di mezzo tra le due correnti dello stesso fiume, l’ancora riuscitissima “The War Criminal Rises and Speaks”, solo da ascoltare per poterne cogliere la bellezza. Come volevasi dimostrare, difficile cercare di parlare soltanto di un paio di canzoni in particolare, per il semplice fatto che qui sono tutte riuscite.

Due anni dopo è stato il turno di Black Sheep Boy, più elettrico, immediato e dalle tinte più cupe (a partire dall’artwork di William Schaff), il quale ha riscosso un maggiore successo a livello di pubblico e critica, complice forse la maggiore diffusione della loro musica in un momento boom per webzine specializzate e community online, tutti elementi che hanno contribuito a dar loro maggiore visibilità e il giusto successo. Noi però abbiamo preferito immortalare il gruppo nel momento in cui andava a compiere l’effettivo salto di qualità, a maggior ragione se si va a sottolineare la facilità e la spontaneità con le quali è riuscito a creare un lavoro del genere. Avercene.

 

“We can stay there, feeling water warmly wash across our skin, giving back all of our tears so that we can cry them again. […] And with your body next to me, its sleepy sighing sounds like waves upon a sea too far to reach.”

Social
Info
Okkervil River (2003) Down the River of Golden Dreams

Okkervil River

Down the River of Golden Dreams, 2003

Produzione: Scott Solter, Okkervil River

Etichetta: Jagjaguwar

Archivio:

Tracklist
01. Down the River of Golden Dreams
02. It Ends With a Fall
03. For the Enemy
04. Blanket and Crib
05. The War Criminal Rises and Speaks
06. The Velocity of Saul at the Time of His Conversion
07. Dead Faces
08. Maine Island Lovers
09. Song About a Star
10. Yellow
11. Seas Too Far to Reach
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo