Talking Heads • Remain in Light (1980)

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“And you may find yourself living in a shotgun shack.
And you may find yourself in another part of the world.

And you may find yourself behind the wheel of a large automobile.
And you may find yourself in a beautiful house, with a beautiful wife
And you may ask yourself:
Well…How did I get here?”

 
I Talking Heads sono sembra ombra di dubbio una delle formazioni chiave per il movimento New Wave. Anzi, si può parlare di loro come i primi veri grandi protagonisti, e questo grazie al fatto che il loro album d’esordio, nel 1977, rappresentava già qualcosa di molto originale sotto diversi punti di vista. Ricordiamo che, musicalmente parlando, la New York del ’77 voleva anche dire esordio di Television e Suicide, altre band seminali e quindi riferimenti importanti per gli anni (e i decenni?) che sarebbero arrivati. E, buttando un occhio fuori da quei confini, c’erano David Bowie, i Wire, i Kraftwerk e Brian Eno… ma non siamo qui per parlare del ’77, da citare per dare il giusto peso al contesto in cui i Talking Heads andavano ufficialmente ad esordire, spinti dal famosissimo singolo “Psycho Killer”. Dopo Talking Heads: 77, il suono della band di David Byrne era andato evolvendosi col successivo More Songs About Buildings and Food, prodotto proprio da Brian Eno, il quale sarebbe andato a mettere le mani anche sui due album che sarebbero venuti. Non ci si meravigli, dunque, come molti brani dei Talking Heads abbiano in comune con il Bowie berlinese, e come le ottime premesse del disco d’esordio fossero state via via arricchite da elementi nuovi, diversi e magari anche esotici; qui stiamo parlando soprattutto del grandissimo Fear of Music. I testi di Byrne mettevano al centro la vita di città, la carriera, lo stress dell’uomo moderno, preso dal lavoro e dalle sue fobie, incapace di prendere sonno, e se all’inizio i toni erano prevalentemente descrittivi e ironici, col tempo andavano sfociando sempre più nella nevrosi. Parole cantate da un frontman che sul palco appariva completamente isterico, perso nei suoi balletti e movimenti meccanici.

Si trattava di un pop moderno, metropolitano nei contenuti ma affascinato da ritmi tribali provenienti direttamente dall’Africa, influenzato da funky e post punk, con Jerry Harrison che cercava in tutti i modi di tirar fuori dalla sua chitarra suoni il più possibile schizofrenici, che assieme all’elettronica andavano a costituire degli arrangiamenti sempre più fuori controllo. Remain in Light rappresenta ad oggi la massima espressione dell’arte dei Talking Heads, e iconico è rimasto il singolo “Once in a Lifetime”, col suo ritornello orecchiabilissimo e le strofe recitate con fare allucinato e confuso, parodia del grande sogno Americano:

“And you may ask yourself: How do I work this?
And you may ask yourself: Where is that large automobile?
And you may tell yourself: This is not my beautiful house!
And you may tell yourself: This is not my beautiful wife!
[…]
And you may ask yourself: What is that beautiful house?
And you may ask yourself: Where does that highway go?
And you may ask yourself: Am I right?…Am I wrong?
And you may tell yourself: MY GOD!…WHAT HAVE I DONE?”

Impossibile non citare anche “Born Under Punches” o “Crosseyed and Painless”, che vedevano sempre come protagonisti yuppies sull’orlo di una crisi di nervi. La seconda parte dell’album, invece, tendeva a rilassare i ritmi pur continuando ad approfondire il concetto. Basti pensare alla distaccata “Seen and Not Seen”, immaginando come l’ossessiva ricerca del successo potesse portare addirittura al desiderio di plasmare il proprio viso a immagine e somiglianza di qualche personaggio famoso. Un tentativo disperato di fuga dalla realtà quotidiana.

“They had also molded their faced according to some ideal
Maybe they imagined that their new face would better suit their personality
Or maybe they imagined that their personality
would be forced to change to fit the new appearance”

Far tornare la tensione emotiva era compito la splendida “Listening Wind”, col suo protagonista Mojique che si trovava a dover fronteggiare l’arrivo degli Americani, portatori di grandi cambiamenti nel suo villaggio. Non era forse meglio restare ad ascoltare soltanto il suono del vento? Che il vento se la porti via, questa cosiddetta civiltà. La conclusiva “The Overload“, Il Sovraccarico, era soltanto la logica conseguenza di tutto ciò che David Byrne ci aveva raccontato in quattro album. “A terrible signal”, e non avrebbe potuto essere altrimenti. L’incedere cupo di questo brano e la sua atmosfera potrebbero farla quasi sembrare opera dei Joy Division, piuttosto che degli strambi, orecchiabili e pop Talking Heads.

“The gentle collapsing of every surface
We travel on the quiet road
The overload”

Remain in Light rappresenta il miglior momento di forma di una band che aveva ormai pubblicato una serie di quattro dischi uno migliore dell’altro. E va anche detto che, ad oggi, la loro musica sembra non risentire degli effetti del tempo, e questo sia per la freschezza e l’originalità delle composizioni, sia per la produzione sempre futuristica di Brian Eno, sia per tutte le band che, nel corso degli anni, dai Talking Heads hanno preso ed imparato tanto. Decenni dopo, ancora attualissimo.

 

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Info
Talking Heads (1980) Remain in Light

Talking Heads

Remain in Light, 1980

Produzione: Brian Eno

Etichetta: Sire

Archivio:

Tracklist
01. Born Under Punches (The Heat Goes On)
02. Crosseyed and Painless
03. The Great Curve
04. Once in a Lifetime
05. Houses in Motion
06. Seen and Not Seen
07. Listening Wind
08. The Overload
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo