Blur • Blur (1997)

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All’uscita del loro album omonimo qualcuno sostenne che i Blur si erano definitivamente stancati di recitare la parte dei rivali degli Oasis e quindi avevano scelto di affrancarsi da quel circolo vizioso per mettere a tacere certe boccacce una volta per tutte. Mmm… forse all’epoca poteva essere credibile come giustificazione, ma non basta: se dovessimo riassumere in tre le ragioni di “Blur”, questa sarebbe quella meno rilevante.

Loro, che certo non avevano mai nascosto la loro natura pop intellettuale, stavano quindi alzando un muro per dare una svegliata a chi ancora non si era reso conto che il teatrino era stato sapientemente messo in piedi dalla stampa inglese a fronte di alcune dichiarazioni invero poco amichevoli di Noel Gallagher. Ma serviva davvero un album come questo per divincolarsi da quel circo? Non era già abbastanza evidente che il brit-pop londinese era una cosa, e la scuola di Madchester un’altra? In fondo sarebbe bastato dire: “guardate che gli eredi degli Stone Roses sono loro, non noi”, magari col rischio che l’NME o il Melody Maker avessero virato poi su una più plausibile (e concreta) rivalità con i concittadini Suede, al cui cantante Albarn aveva dedicato l’insopportabile “Charmless Man”.
Oggi, a distanza di oltre dieci anni, è divenuto più semplice leggere nei piani di quei Blur e allo stesso tempo è progressivamente cresciuto il credito che la critica ha dovuto riconoscere all’album omonimo del 1997, un’opera che se nella sua annata non ha rivoluzionato il rock britannico, è stato solo per le contemporanee uscite del disco rock che meglio ha rappresentato quel decennio, vale a dire Ok Computer, e del ritorno in grande stile dei Verve il cui Urban Hymns sembrava all’epoca ben più importante di quanto si è rivelato negli anni a seguire.

Immaginiamo i quattro protagonisti seduti ad un tavolo nella loro sala prove (ammesso che ve ne sia uno), quella raffigurata all’interno dello scarno libretto di accompagnamento al disco, riflettendo sulla strada da prendere, in quanto stanchi di suonare brit-pop e soprattutto consapevoli di aver scritto le pagine forse più importanti di quella scena lasciando ai posteri l’album simbolo di quella stagione, Parklife. Abbiamo così la seconda grande motivazione dietro all’omonimo: si può fiutare nell’aria che il vento sta cambiando, e piuttosto che emulare loro stessi all’infinito, Albarn e soci decidono di rischiare tutto. Lo hanno capito i Radiohead che non si può andare avanti in quella direzione, a Chicago lo ha capito Billy Corgan che in tutt’altra scena non vuole più sguazzare: c’è chi può osare e chi no, ma c’è anche chi è abbastanza illuminato da comprendere che per il proprio bene si deve cambiare, e a chi neanche balena l’idea di tentare. Quindi piuttosto che macinare giusto tre singoli di progressiva decadenza artistica e riflettere sugli allori, i Blur spezzano la catena e producono un seguito perfino più distante da The Great Escape di quanto non lo sia Ok Computer da The Bends. Lo fanno per sopravvivere un altro po’.

Questo è il disco di Graham Coxon. O forse è solo l’album in cui tutti e quattro gli elementi hanno pari opportunità di mostrare la loro creatività ed ispirazione. Ne consegue che Coxon, il John Frusciante d’Inghilterra, non è mai stato così focale nell’estetica della band. E per concludere il paragone, aggiungiamo pure che la sua “You’re So Great”, traccia che spezza a metà il presente disco, vale da sola l’intera discografia del Frusciante solista. C’è poco da fare oltre che ammetterlo candidamente.

Per decretare simbolicamente il passaggio a nuova vita, ecco accorrere a nostro ausilio una facile dimostrazione: in altri tempi un pezzo come “Look Inside America” sarebbe stato per forza di cose scelto come singolo. Invece no, pur facendo parte della tracklist dell’album e avendo un altissimo potenziale radiofonico, non rispecchia gli ideali e i fini artistici attuali del gruppo. Così viene scartato a beneficio di altri brani certo meno ovvi. Ci si potrebbe anche domandare del perché allora quella canzone sia stata inserita nel disco. La risposta ci porta al terzo grande motivo che ha portato i Blur a commettere quest’album omonimo: l’America, quella è una canzone pop sulla vita americana.

Piuttosto che rimanere imprigionati nella scena londinese come i Suede, grandissimi in patria, distribuiti con difficoltà negli States, Albarn punta ad Ovest. Vuoi per le vicissitudini interne e vuoi per uno stile ed un’immagine difficili da mandare giù al pubblico americano, i Suede sono sempre rimasti un fenomeno prettamente europeo. I Blur invece vogliono tentare di sbarcare oltreoceano come i fratelli Gallagher, e mettono in piedi un album dallo spiccato sound indie-americanoide. E’ un capolavoro, deve essere un capolavoro istantaneo, ma vallo a spiegare alla stampa specializzata inglese, paese conservatore anche quando si dichiara progressista.Ci sono i Pavement a fare capolino qua e là per tutta la durata del disco, che ammalia con la sua eterogeneità senza mai risultare dispersivo, forte di un suono concreto e determinato. L’electro-country di Beck entra in scena in “I’m Just a Killer for Your Love”, e prima ancora in “Country Sad Ballad Man” dove pur mantiene un basso profilo, lasciando ai ghirigori di Coxon la parte protagonista. Il punk rock americano è immortalato in “Chinese Bombs”, nella melodica “Movin’ On” e nel brano più noto del lotto, quella “Song 2” che ormai ha fatto scuola e che oggi risulta più una presa in giro che altro. E’ bene sottolineare che, come nello specifico caso di “Song 2”, è Alex James a tenere in piedi l’intera struttura della canzone. Se è vero che il chitarrismo di Coxon è stato per molto tempo sottovalutato, è altrettanto evidente che anche il bassista della band è stato fin troppo trascurato come forza pulsante nei meccanismi della band.

Si torna nel Regno Unito con la stralunata “Strange News from Another Star”, che potremmo definire come il miglior pezzo che il Bowie dei Novanta non è riuscito a scrivere. E che dire dell’iniziale “Beetlebum”, che grazie ad un arrangiamento e a dei suoni di buon gusto si evolve dalla retorica canzone pop vecchio corso per risolversi in un finale in cui chitarra e sintetizzatori si diramano verso l’alto? Superba.

Ci sono quattro figure immerse nella nebbia intente ad attraversare un ruscello, raffigurate nel retro della confezione che accompagna il disco. La copertina invece tratteggia in un fotogramma un infermiere che spinge una barella (su cui è adagiato un vivo, un morto o un morente?) in quel che sembra proprio essere un reparto ospedaliero. L’iconografia è già sufficiente a rendere l’allegoria del tentato e riuscito passaggio a nuova vita dei Blur, che con questo album riescono non solo a divincolarsi da una scena ormai in debito d’ossigeno, ma anche e soprattutto a compiere uno dei maggiori e più coraggiosi passi artistici di una band mainstream degli ultimi venti anni, andando oltre l’asettico sperimentalismo, anzi facendo proprie delle sonorità fino ad allora a loro sconosciute, per condire delle umili e allo stesso tempo ambiziose canzoni pop. In poche parole, questo è uno degli album da tramandare ai posteri quando si raccontano storie di rock degli anni Novanta, un peccato mortale non possederlo e sviscerarlo. Quei quattro ragazzi se ne accorgono in tempo, e lo chiamano col loro nome: Blur.

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Info
Blur (1997) Blur

Blur

Blur, 1997

Produzione: Stephen Street

Etichetta: Food

Archivio:

Tracklist
01. Beetlebum
02. Song 2
03. Country Sad Ballad Man
04. M.O.R.
05. On Your Own
06. Theme from Retro
07. You're So Great
08. Death of a Party
09. Chinese Bombs
10. I'm Just a Killer for Your Love
11. Look Inside America
12. Strange News from Another Star
13. Movin' On
14. Essex Dogs
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo