Tool • Ænima/Lateralus/10.000 Days (1996/2001/2006 )

Sono già passati oltre 10 anni da quando i Tool sono andati pericolosamente vicini alla perfezione con questo secondo LP della loro storia. “Già”, perché parliamo di un disco di una modernità delirante; potrebbe essere uscito l’altro ieri e ci troveremmo comunque a parlare di un gruppo avanti. E’ il 1996 quando il quartetto ridefinisce il significato del concetto di “alternative rock” americano, decostruendo in 15 frammenti sonori trent’anni di tradizione e rimettendo insieme i pezzi in un nuovo ordine, in un’opera che trasuda genio e personalità da tutti i pori. Il viaggio dentro questo Ænima, come in un enorme edificio postmoderno dai tratti maestosi, ricurvi, oscuri tali da incutere timore e soggezione a tratti, può essere un’esperienza faticosa ed esteticamente dubitativa, ma infine tremendamente appagante e, contro ogni pronostico, vicina all’elevazione.. non prima di essere sprofondati nell’abisso sonico di cui si dirà.

Si capisce che questo non è il tipico disco mid-90’s sin dai primissimi secondi: apre le danze “Stinkfist”, introdotta da un curioso sample sincopato, e da uno stridente feedback di chitarra: c’è già di tutto, dalle suggestioni industrial alle violenze sulla sei corde che saranno parte integrante del variopinto mosaico. L’apertura si snoda su movenze tarantolate, un incedere cadenzato, cui fa da contraltare, subito protagonista, la voce prima fragile e lontana, poi violenta e liberatoria di Maynard James Keenan, un vocalist istrionico nelle movenze sceniche quanto nei cambi di registro, poliedrico e mai prevedibile, dotato di una carica emozionale priva di eguali fra i suoi contemporanei, grondante comunicatività. Anche se in fin dei conti questa prima traccia nonché primo controverso (MTV ne censurò il titolo, ma fu costretta a passarla perché aveva raggiunto la vetta della classifica) singolo dell’album è la canzone più “canzone” del disco, capiamo subito la molteplicità di sensazioni che l’ascolto si appresta a darci, in un brano altalenante tra rabbia e distensione, frenesia e liberazione, tensione e catarsi. Non a caso le parole – sicuramente tra i (non pochi, l’avrete notato) punti di forza del disco a differenza di tanta parte di produzione rock dei Novanta – sono un’intimissima presa di coscienza, nascosta tra le righe della descrizione di un fisting (preso a soggetto, qui, per intendere metaforicamente un’esperienza di sovra-stimolazione), dell’equilibrio interno che si ottiene in nessun altro modo che tramite il collidere e il compensarsi di sensazioni opposte ed estreme, in uno sballottare di emozioni che non ci dà tregua. E’ questa delle letture ulteriori una delle chiavi di volta, a livello lirico ma non solo, dell’intero disco: come in un’opera di dantesca memoria, ci si può fermare al livello letterale dei significati, oppure trascendere su piani metaforici o addirittura spirituali. La scelta è tutta negli animi di chi ascolta, e ci mette già di fronte alla profondità e allo spessore del lavoro cui ci troviamo dinanzi.
A seguire troviamo “Eulogy”, col suo incipit rumoroso e variopinto di suoni, spezzato poi all’improvviso dall’ingresso violento e chirurgico della band al completo. Il timbro cristallino e devastante della chitarra di Adam Jones indugia tra stoppati e accordi dall’impressionante architettura ritmica, tessendo un sapiente tappeto di riff molto particolari e mai banali; c’è, almeno nei giri portanti, una concezione personale della sei corde, quasi matematica, se vogliamo fredda, di ispirazione tendenzialmente crimsoniana (se proprio vogliamo arrischiarci nell’ingrato compito, nel caso, di sciorinare paragoni). Jones si prende il lusso di ridefinire il concetto di assolo, se si possono definire tali gli assalti cromatici, spesso e volentieri dissonanti, presenti nell’intero cd. Ma a questo punto sta già sorgendo il sospetto che il vero elemento discriminante dei Tool sia in realtà la sezione ritmica, e se ne ha la conferma, insieme alla definitiva smentita delle sirene affermanti che questo sia un semplice disco post-punk, quando intorno a metà brano da dietro le pelli Danny Carey (probabilmente al momento in cui scriviamo uno dei maggiori virtuosi in ambito rock, in senso non tanto tecnico quanto artistico a tutto tondo) propone un poliritmo (precisamente un “3 su 4”) che richiederà molti ascolti per essere musicalmente afferrato. Il punto è che lo studio e la ricercatezza tecnica dietro una consistente porzione delle composizioni fanno sì che, se in alcuni tratti del disco si ha la sensazione di essere di fronte a una malata e affollata creazione pittorica di un fiammingo, mettiamo Bosch, in altri si ha più precisamente il feeling straniante e desolante dato dal trovarsi a tu per tu con un’opera metafisica di un De Chirico qualsiasi (come nel poliritmo citato e, in generale, nei passaggi più tecnicamente ricercati). Anche in questo caso, nei testi si può scegliere di leggere una generica invettiva iconoclasta contro la religione, quella cristiana in particolare (obiettivo in verità tra i preferiti di Keenan, che si scaglia non tanto contro la fede in sé quanto contro la stupidità dei dogmi e dei dettami seguiti ciecamente) o in alternativa contro un qualsiasi leader autoproclamato alla guida di una massa (il Ron Hubbard di Scientology, infamato più in là anche in “Aenema”), o al contrario un grido disperato contro una figura-guida persa per strada.
Con “H.” si tira il freno, le atmosfere metalliche introdotte da uno sporchissimo basso distorto si sciolgono subito in un cantato mellifluo e poi in una sezione sorprendentemente quasi ai limiti dell’easy listening, che funge però solo da crescendo verso una nuova esplosione tribale, sempre condotta con stile e capacità superiori. Uno dei motti del drumming di Danny Carey è: far sentire distintamente ogni singola nota suonata, e ce ne rendiamo ben presto conto. Si rimane ancora stupiti dall’ecletticità vocale di Keenan, che incanta tra morbidi sussurri e grida sovrumane.
L’album scorre mantenendosi su elevati livelli qualitativi; a seguire, tuttavia, la breve clip noise di “Useful Idiot” funge in pratica da introduzione e crescendo per il brano che rimane uno dei picchi assoluti del disco e della produzione tooliana. Parliamo di “Forty Six & 2″: il brano parte sinuoso sull’affascinante, vagamente esotica, splendida linea di basso di quel Justin Chancellor che si comprende con l’andare avanti dei minuti essere il vero valore aggiunto, probabilmente decisivo, rispetto al pur ottimo esordio su full length rappresentato da Undertow, disco grezzo (come il Paul D’Amour che si trovava a percuotere le quattro corde su quel cd), seminale, con dei momenti ancora validissimi ma comunque non all’altezza per pienezza e maturità artistica dei suoi due enormi successori (segno comunque, questo, di un’evoluzione netta e fertilissima). Il suono di Chancellor all’inizio di questo pezzo, con quel suo attacco forte, secco, cristallino, ci dà la dimensione esatta di quanto la band abbia trovato una sua personalità sonica compiuta: il resto lo fanno le chitarre di Jones, quadratura di cerchi sempre più perfetti, la voce drammatica di Keenan, e soprattutto la preminenza tribale di un Carey che sale in cattedra brano dopo brano. Il suo solo al minuto 4’32” è una sorta di personale manifesto,
una summa di forza, resistenza, sensibilità ritmica e melodica, con il gigantesco batterista che si muove con disinvoltura lungo tutto il kit su un tappeto di 7/4 + 8/4 con la naturalezza e la classe dei più grandi. Ritmicamente imbattibili già dopo il quinto brano, i Tool vanno avanti continuando a non fare prigionieri.
“Message to Harry Manback” è un intermezzo giocoso, vagamente inquietante specie se 1.si è italiani 2.non si sa leggere tra le righe : su una romantica base di piano e soundscapes un uomo molto incazzato al telefono se la prende con svariati insulti bilingui non si sa con chi per essere stato sbattuto fuori casa. Keenan ha in realtà rivelato trattarsi di un ospite di un suo coinquilino dell’epoca (guarda caso, italiano) cacciato via a calci per aver svuotato il frigo e speso decine di dollari in telefonate in assenza dei padroni di casa.. La presenza di queste svariate mini-tracce rumorose o tra il serio e il faceto rivela una concezione sparsa nella scaletta del disco vagamente zappiana, fatta di prese in giro e ironia neanche tanto velata, di cui è indispensabile essere muniti per capire appieno il senso di gran parte delle liriche e della poetica di Keenan, che per quanto risulti, in apparenza, definitivamente aggressiva lascia in realtà su questo lavoro ampi spazi al sarcasmo intelligente, tanto caro a quel Bill Hicks, eroe scomparso della critica corrosiva alla società USA cui è postumamente dedicato il cd.
Con “Hooker with a Penis” si torna a spingere forte sull’acceleratore: voce strillata e perennemente distorta (con quell’efficace effetto “citofono” che pervade tutto il lavoro), chitarre zanzarose di lontano stampo Kyuss, sezione ritmica in costante fase anaerobica. E’ sostanzialmente il brano più pissed-off e post-punk, ora sì (pur senza rinunciare ai tempi dispari qua e là), del disco: non a caso nei testi Maynard se la prende con un sedicente fan che lo aveva accusato di essere dei sell-out, di aver venduto troppo e di essere stati rimbambiti dai soldi e dal successo (peraltro all’epoca non ancora clamoroso, in verità)… anche i Tool riflettono a modo loro, e non sarà un episodio isolato, sull’industria di cui volenti o nolenti fanno parte integrante.
L’organetto di “Intermission” (suonato dal co-produttore David Bottrill) è un altro apparentemente inspiegabile, esilarante intervallo tra gli assalti sonori che costituiscono le vere e proprie canzoni; viene però subito spezzato da un’altra opera magna, con lo stortissimo giro di “Jimmy” che irrompe, violento. Nelle liriche si intravede l’ombra delle voci, mai confermate, che vogliono Keenan vittima in giovanissima età di abusi sessuali, mentre musicalmente il pezzo spiega tra le altre cose perché i Tool siano stati da più parti paragonati ai Pink Floyd (o “i Pink Floyd con la pezza”), col suo incedere contorto, ossessivo di chorus e delay psichedelici, carico di risonanze lisergiche. A questo proposito è tuttavia interessante notare come, sebbene sia pacifico e innegabile che proprio con la storica band inglese i Tool condividano il fatto di essere forse uno dei gruppi “a più alto tasso di sostanze stupefacenti” (almeno in fase compositiva) della storia del rock, questo rapporto con le droghe assuma connotazioni alquanto più “positive” e responsabili di tanta parte della scena west-coast americana dei ’90. Keenan ha infatti dichiarato: “…penso che la psichedelia giochi un ruolo importante in quello che facciamo, ma detto questo, credo anche che se qualcuno è intenzionato a sperimentare questo genere di cose, ha davvero bisogno di educarsi a riguardo. La gente che prende roba chimica come se niente fosse e senza nessun tipo di preparazione sull’esperienza che va a vivere tende a non avere nessun punto di riferimento, quindi si perde tutto quello che gli passa di fronte e tutte queste nuove prospettive. E’ solo uno spreco… raggiungono un pizzico di illuminazione spirituale, ma finiscono col dire – Beh, adesso ho bisogno di nuovo di quella droga per tornare lì dov’ero -. Il trucco è usare la sostanza una volta per arrivarci, e passare magari i dieci anni successivi provando a tornarci senza la droga”. Ogni commento è abbastanza superfluo.
“Die Eier Von Satan”, dietro le sonorità industrial alla Nine Inch Nails (coi quali i Tool e gli A Perfect Circle condividono una sorta di tacita e patrizia alleanza) e l’ambientazione da comizio di leader nazista, nasconde un altro siparietto: il testo in tedesco non è altro che la ricetta di un curioso biscotto all’hashish, tali “uova di Satana”. I Tool si divertono ancora a giocare con la vox populi che li vorrebbe gruppo satanico dedito al culto della Bestia e a pratiche demoniache, sebbene pare sia vero che il padre di Danny Carey fosse un massone e lui stesso sia molto interessato al mondo dell’occulto. Ma sarebbe sciocco prestare troppa attenzione a questi divertissements quando a ruota arriva un altro capolavoro: “Pushit” parte con un riff dagli accenti spostati in modo talmente esasperato da risultare efficacissimo, per poi cambiare spesso toni e dinamiche; la sezione centrale è inebriante di effettistica varia (Carey comincia a sperimentare con quelle percussioni tradizionali indiane, le tabla, che saranno protagoniste nella fantastica versione live del brano su Salival), in un crescendo orchestrato di rara potenza e bellezza (quel finale…). Si continua a viaggiare..
Segue “Cesaro Summability”, il cui titolo pare derivi da un criterio di convergenza delle serie matematiche, altro trionfo di sample e rumori vari dall’effetto stavolta davvero straniante e piuttosto inquietante, a introdurre l’ottima (simil-)titletrack: “Ænema” parte secca su un riffone stoppato e a tamburi battenti, di sicuro uno dei brani apparentemente più diretti e per questo richiesti della band, che però nasconde svariate finezze, a partire dalla tarantolante andatura ritmica in 6, per proseguire con l’esasperata sezione centrale e il fulmen in clausola che si colloca nella tradizione, ormai l’abbiamo capito, dei “gran finale” alla Tool (che prosegue alla grande ad esempio su “The Grudge” e “Schism” nel successivo, definitivo lavoro Lateralus). I testi di questo pezzo sono decisivi: Keenan si scaglia in una sorta di apocalittica, grandiosa invettiva contro Los Angeles, città ormai sua non per nascita ma per adozione, augurandosi che il “circo di fricchettoni e stronzate” in cui la metropoli si è ridotta venga risucchiata via nell’oceano da qualche tipo di catastrofe naturale insieme a tutta la California, per concludere: “ci vediamo nella baia d’Arizona” (tanto che l’edizione americana del cd include nel booklet un’immagine che guardata da diverse angolazioni riproduce il progressivo distacco della penisola e la sua scomparsa nel Pacifico!). Keenan si scaglia come un severo censore sui costumi dell’America obesa di eccessi e cattivo gusto, pare quasi di stare a sentire un Dante post-litteram scagliarsi contro “le nòve genti” della sua Firenze… ma in questa lirica il cantante ci tiene a precisare esplicitamente, una volta per tutte, che il suo è “solo” un corrosivo sarcasmo (“try and read between the lines”).
Dopo l’ennesimo passaggio ambient di “(-) Ions” (“gli ioni negativi sono quelli che provocano sensazioni piacevoli, così in qualche modo questa è la nostra feel good song del disco”, ha dichiarato Carey), l’album volge infine al termine dopo quasi ottanta minuti pieni sulle note e le divagazioni psichedeliche della mastodontica “Third Eye”, per molti aspetti il pezzo grosso del lavoro e non solo per questioni di minutaggio. Chancellor stesso lo definisce come “il remix definitivo” dell’intero Ænima: è in effetti il brano che rias
sume ed esalta tutte le qualità e le caratteristiche dei pezzi che l’hanno preceduto. Sezioni dissonanti e noise, varietà sonica, ricchezza di timbri e melodie, ricerca ritmica: c’è davvero tutto in questi 15 minuti finali di trip e subdola aggressione mentale e fisica. Siamo alla fine del tunnel e Keenan ci invita ad aprire il terzo occhio, per ottenere una nuova prospettiva sulle cose, un cambio di punti di vista che, a livello non solo musicale ma estetico e con una più ficcante profondità di pensiero, i quattro non si sono stancati di fornirci per tutta la durata di questo clamoroso lavoro.
I Tool si sono rotolati nel fango nei bassifondi di Undertow, elevandosi poi a vette purissime di coscienza superiore col sublime Lateralus, passando per la galleria qui descritta di questo fondamentale Ænima.
Onestamente, siamo davvero molto curiosi di conoscere quale sarà il prossimo passo.
(di Andrea Bonomi Savignon)

Saturno, Piombo, Oro e Corone. Ritmiche dispari e riff iperbolici. E’ così che inizia “The Grudge”, primo pezzo della terza prova sulla lunga durata dei Tool. Si viene così proiettati in un lavoro intriso di misticismo, introspezione, con intrecci percussivi e melodici che lasciano storditi ed increduli al primo ascolto.
Dopo i fasti raggiunti con Ænima nel 1996, bisogna attendere il 2001 prima che i Tool diano alla luce, è proprio il caso di dirlo, Lateralus. Accese questioni legali e dispute con la casa discografica, la Volcano Records, ritardano l’uscita del disco (dispute che sembra siano l’argomento principale in “Ticks & Leeches”, ottava traccia del disco). Nonostante le voci di scioglimento dovute anche al side-project di Keenan, gli A Perfect Circle, il materiale che ne esce fuori è qualcosa di completamente diverso da tutto ciò che i Tool avevano inciso precedentemente: quasi ottanta minuti di musica, con tracce che superano quasi tutte abbondantemente i sette minuti.
Chi credeva che con Ænima si fosse raggiunto il picco evolutivo del suono che ha segnato definitivamente il rock alternativo ad alto volume degli anni ’90, viene smentito con Lateralus. Durante l’ascolto si è spiazzati dalle ritmiche elaborate e intrecciate della batteria di Carey (interamente in bronzo, per l’occasione), che costruisce una base continua per i riff del basso di Chancellor, della chitarra di Jones, per la voce di un mai così spiritualmente illuminato Keenan. E’ un disco complicato, lunghissimo, che premia l’ascolto accurato, perchè i livelli di stratificazione sono molteplici.
Si è parlato a lungo di concept album, erroneamente. L’unico filo conduttore che unisce le 13 tracce è a detta dello stesso Keenan la comunicazione, in tutte le sue sfaccettature. Il rancore, la pazienza, la divisione e più in generale le relazioni tra gli individui sono sviscerati in maniera completamente originale, con l’introduzione di un simbolismo che trae ispirazione dalla Mistica Orientale, dalle discipline alchemiche e dalla Geometria Sacra.
1, 1, 2, 3, 5, 8, 13 sono i primi 7 numeri della successione di Fibonacci, dove ciascun numero è ottenuto dalla somma dei due precedenti. Con questa serie numerica si costruisce la “Sezione Aurea” e la “Spirale Aurea”, figure geometriche ricorrenti sia in natura (dalle forme delle conchiglie e delle foglie, alla disposizione dei semi di girasole), ma che allo stesso tempo vengono usate in svariate discipline artistiche nella cultura popolare sin dai tempi dell’antica Grecia, dall’architettura (ad esempio, il Partenone), alla pittura (Puntinismo, Divisionismo, ma non solo) alla musica (ad esempio, nelle composizioni di Béla Bartók e di Claude Debussy). Scomponendo le parole che compongono le strofe della titletrack in sillabe, si ottiene esattamente questa successione. Casualità? Se si considera che il tempo della canzone è scandito da battute in 9-8-7 (987 è il diciassettesimo numero della serie di Fibonacci), diventa molto improbabile… Quando poi Keenan canta al culmine del pathos “ride the Spiral to the end“, ogni perplessità viene meno. Uno degli apici del disco è sicuramente contenuto in questa traccia, quando dopo un involuto sviluppo ritmico i quattro musicisti si fermano ed ognuno, a partire dal bassista, per poi proseguire con batteria, chitarra ed infine con la voce, inizia a tenere un tempo in 4/4 a sé stante e fuori tempo rispetto agli altri (apparentemente), che diventa piano piano sempre più sincrono, fino ad esplodere in un 4/4 perfetto, sottolineato da un colpo di gong! E’ uno dei vertici dei Duemila. Ma il disco è un continuo susseguirsi di furiosi crescendo e sussurati pianissimo. Si delinea così con il procedere delle tracce, con l’alternarsi tra urla rabbiose (“I hope you’re choking” in “Ticks & Leeches”) e gemiti quasi inudibili (“and I still may” in “The Patient”), qualcosa che assomiglia proprio ad una spirale emotiva in cui l’ascolatore viene trascinato dall’inizio alla fine. E’ una sensazione di straniamento, alla quale contribuisce anche questa volta, come in Ænima, l’utizzo di intermezzi strumentali introduttivi ai pezzi veri e propri (“Eon Blue Apocalypse” che introduce “The Patient” e “Mantra” che introduce “Schism”). In questo contesto si inserisce anche la coppia “Parabol/Parabola”. La prima delle due tracce è qualcosa che ricorda da molto vicino un invocazione monastica (“all this pain is an illusion”) più che un canto salmoidale, in cui Keenan sembra intonare una preghiera di stampo mistico orientale diretta a sfociare nell’esplosione che coincide con l’inizio della seconda parte. Anche questa “doppia traccia” di oltre 9 minuti fornisce molteplici interpretazioni, come tutte le altre del disco, dalla sessualità all’esoterismo di stampo gnostico (“this body holding me, be my reminder here that I’m not alone in this body”). E’ proprio in questa ambiguità/oscurità nella decifrazione (perchè è di questo che si tratta) dei significati che riempiono Lateralus che forse hanno fatto crescere nei fan il mito di una band oscura, sibillina, quasi irreale. A questo contribuisce anche l’abitudine dei Tool a non comparire mai nei loro videoclip (eccezion fatta per il primissimo video del 1992), e a riempire questi ultimi di simboli e contenuti misteriosi. La regia di tutta la parte visuale è curata direttamente dal chitarrista Adam Jones, che sfrutta il suo passato nel mondo degli effetti speciali e del cinema hollywoodiano per creare questa realtà immaginaria fatta di personaggi inquietanti e allo stesso tempo familiari per chi segue i Tool da tempo. E’ proprio con Lateralus che
si costruisce un sodalizio artistico con l’artista (spiritual-neo-surrealista?) americano Alex Grey, degno delle collaborazioni fra grandi gruppi rock e pittori del passato (come fecero i Pink Floyd con Storm Thorgerson), e che è tutt’ora in prosecuzione anche dopo l’uscita dell’ultimo disco, 10,000 days. La collaborazione con Grey non si limita però all’artwork del disco, ma si estende anche alle riprese dei video, contribuendo con le sue visoni psichedeliche, e insieme a lui viene costruita una scenografia per gli spettacoli dal vivo che rende i loro concerti dei veri e propri eventi multisensoriali.
Ma il rischio che si corre con una band come i Tool è di prendere tutto troppo seriamente, atteggiamento dal quale i membri del gruppo prendono le distanze, come si deduce dalle dichiarazioni che provengono dalle rare interviste rilasciate.La chiave di lettura è forse contenuta proprio nella canzone “Lateralus”, nel cui noto verso “overthinking, overanalyzing separates the body from the mind, withering my intuition, leaving opportunities behind” Keenan invita a non prendere tutto alla lettera, ma lasciando sempre aperta la reazione personale alla sensazione istintiva (magari in riferimento proprio all’ascolto della loro musica). E’ anche vero però che leggendo il testo di canzoni quali “Reflection”, seconda parte di una presunta triade di oltre 25 minuti composta anche da “Disposition” e “Triad”, è difficile non rimanere affascinati. Quale altro gruppo utilizza metafore quali le fasi lunari per esprimere concetti come l’essere parte di una collettività intrinseca nell’uomo (“the moon tells me a secret, my confident, so full and bright as I am, this light is not my own and, a million light reflections pass over me, its source is bright and endless [sheen]”)? Se poi questi concetti sono sostenuti da una base musicale senza eguali nella musica moderna, composta di basi ritmiche di tecnica sopraffina – eppure mai auto-celebrative – sempre funzionali al pezzo, un basso che porta riff semplici e ipnotici, con un suono curato nei minimi particolari, e una chitarra che firma il marchio TOOL senza produrre raffiche di note inutili, diventa impossibile non porre questo disco fra i vertici della musica degli ultimi 20 anni.

Per questo più che per altri album sarebbe riduttivo parlare della musica o dei testi, della prestazione strumentale di questo o quel componente, di questa o quella canzone: si finirebbe con il precludersi la possibilità di comprenderne la vera essenza ed il valore.
Aveva solo 11 anni “Jimmy” quando lei, per colpa di un maledetto aneurisma, si ritrovò costretta su una sedia a rotelle, irrimediabilmente paralizzata ma forte nella sua fede. Quella fede cieca e talvolta ipocrita che nel tempo il piccolo Jimmy, giunto in California e divenuto nel frattempo Maynard, cominciò a prendere di mira per le sue contraddizioni, quantomai invadenti in Stati come l’Ohio dove era cresciuto in una famiglia battista. “Judith” era il grido di rabbia e dolore di un figlio alla vista della madre in quelle condizioni, una esplicita provocazione alle convinzioni della madre, al suo modo di vivere la sua lunga degenza.
Ne sono passati diecimila di giorni, circa 27 lunghi anni prima che lei potesse avere le sue ali e prima che Jimmy potesse rielaborare ed esorcizzare il suo dolore. 10,000 Days non è semplicemente un disco dei Tool ma è anche una finestra su una vicenda personale e intima, condita con la solita profondità musicale e concettuale che contraddistingue i Tool. Non si tratta di un concept nel senso canonico del termine ma ne siamo vicini: il topos centrale è appunto la sofferenza di Judith Marie Garrison, ma questa è l’occasione per toccare anche altri temi. Siamo lontani dalle derive mistiche e spirituali che avevano segnato certi episodi di Lateralus, è come se quel messaggio di speranza fosse diventato improvvisamente anacronistico: ecco allora l’impossibilità a farsi portatore di qualsiasi messaggio universale o verità assoluta del protagonista di “Rosetta Stoned”, ecco allora il dolore e la morte vissuti a distanza e flitrati dai media in “Vicarious”, quello stesso dolore vissuto sulla propria pelle nelle “Wings”, oppure la cecità spirituale che ostacola il percorso di crescita interiore dell’uomo cantata nel dittico “Intension/Right in Two”. Insomma non sembra esserci spazio per la speranza ma solo per una cinica e rassegnata presa di coscienza dello status quo: “è il nostro album blues” dirà Danny Carey, la supplica finale di “Viginti Tres” sembra confermarlo.
Forti del successo e dei consensi che avevano accompagnato e seguito l’uscita di Lateralus, Adam, Danny, Justin e Maynard ritornano sulle scene e lo fanno alla loro maniera: il percorso e la ricerca musicale dei Tool continua, ma questa volta il salto è meno evidente rispetto a quello che aveva caratterizzato i due dischi precedenti, o meglio, meno diretto, ed occorre ancor più pazienza e probabilmente coscienza musicale per realizzarne il valore. Ringraziato David Bottrill, i Tool si affidano al missaggio di Joe Barresi (già con Kyuss e Tomahawk) e il risultato della loro autoproduzione è ancora una volta eccellente: il suono di 10,000 Days riesce a superare pure quello perfetto – forse troppo – di Lateralus. Siamo al cospetto di un sound che è la perfetta fusione fra la perfezione chirurgica di Lateralus e la crudezza abrasiva di Ænima ma soprattutto di Undertow: mai i Tool avevano suonato così, mai i loro strumenti avevano tirato fuori sonorità così tridimensionali. Tutti i componenti sono cresciuti e migliorati nelle loro prestazioni: Adam Jones abbina la sua creatività e il suo suono penetrante ad una precisione tecnica chirurgica e non è un caso che qui vi siano forse le composizioni con il coefficiente di difficoltà più elevato (ma i discorsi tecnici non interessano al vero fan dei Tool), inoltre sviluppa e porta la sua ricerca anche in altre direzioni che potrebbero rivelarsi fertili per il futuro e le “Wings” e “Intension/Right in Two” ne sono una testimonianza; Danny Carey è meno appariscente rispetto al passato ma è presente con la solita sostanza: imbastisce ritmiche impossibili a destra e a manca, fa piangere le pelli di dolore quando c’è da picchiare e sa essere delicato e spirituale là dove serve: la solita tecnica infinita al servizio dell’arte e del risultato finale; Maynard conferma (se ce n’era il bisogno) di essere una delle voci più grandi del panorama rock contemporaneo e non solo, ma anche un autore di testi di gran lunga al di sopra della media, capace di mantenersi originale e non scendere nel banale anche quando affronta argomenti delicati e facili ai luoghi comuni (vedi “Wings” e “Vicarious”); Justin Chancellor è forse il Tool che più di ogni altro marchia a fuoco questo album: da “Vicarious” a “Right in Two” è un continuo di ritmiche ubriacanti, con un lavoro che rasenta la perfezione soprattutto in termini di resa sonora.
Concettualmente 10,000 Days è anco
ra più distante da Lateralus, non si adagia su stereotipi che rischiavano di diventare abusati (colpa soprattutto delle speculazioni di alcuni fan) per guardare in tutt’altra direzione, come già accennato in precedenza. Per usare una terminologia ricorrente nelle interpretazioni lateralusiane, 10,000 Days è la parte sinistra e Lateralus la parte destra del cervello: Lateralus era intessuto da un misticismo razionale, 10,000 Days è istinto, sangue, sofferenza. “Vicarious” è la traccia iniziale del disco: arpeggio intrecciato di basso e chitarra e via, catapultati in un vortice di grande impatto mentre Maynard, con il coltello fra i denti, sibila il nostro esseri vicari tacitamente compiaciuti di tanto dolore e sofferenza che i media ci propinano. C’è tanta urgenza espressiva che esplode in un finale pirotecnico in puro Tool-Style. Ma non c’è tempo per rifiatre e riprendersi che sull’ascoltatore si abbatte “Jambi”: Adam frusta il Re basso della sua Silverburst con un riff asciutto e ossessivo che lascia poi il posto all’esotico assolo in Talk Box, Justin riempie il tutto con il suo basso prima distorto e poi in delay dal sapore tipicamente pinkfloydano e Danny sorregge il brano con le sue scosse telluriche. E Maynard? Maynard canta dell’ascesa e poi della volontà di rinuncia agli agi di una condizione a lungo ricercata pur di non perdere qualcosa/qualcuno di cui possiamo solo supporre (forse proprio l’amicizia degli altri tre, o ancora il figlio Devo?) e lo fa tirando fuori una melodia impossibile data la struttura musicale del brano. Una delle sue migliori interpretazioni.
Sono dei freddi gong ad introdurre l’ascoltatore in una nuova atmosfera più rilassata ma non per questo serena. Signori, siamo al cospetto di “Wings for Marie/10,000 Days (Wings pt.2)”, l’apice emotivo/compositivo dei Tool tutti, un racconto di 17 minuti che condensa in sé diecimila giorni di dolore e sofferenza… è il canto grave e sommesso di Jimmy/Maynard per Judith Marie, un ricordo commosso e finalmente affettuoso che rivendica il legame con la madre e restringe il cerchio lasciando al di fuori la congregazione di ipocriti che le gravitava intorno. Non vi è un ripensamento sulla religione o meglio sul rapporto chiesa/fede, è solo un figlio che in un estremo atto d’amore sembra quasi lasciar trapelare il desiderio che ad attendere la madre vi sia ciò in cui egli non ha mai mostrato di credere, perché lei lo meritava. Il gioco di ripetizioni, allitterazioni, suoni che si rincorrono durante un’interpretazione strumentale così sofferta – la chitarra di Jones è qui al suo apice assoluto – ad accompagnare le lacrime di Maynard che vengono giù come la pioggia di Lustmord, ricorda in qualche modo le soluzioni del notorio Llanto por Ignacio Sanchez Mejías
di Garcia Lorca.
In “The Pot” i Tool sono all’ennesima potenza con il brano più diretto ed easy listening della loro discografia (figurarsi!), con Maynard che abbraccia contemporaneamente Freddie Mercury e Layne Staley nella sua interpretazione. E’ il momento dell’attacco (come “Swamp Song”, “Hooker With a Penis”, “Ticks and Leeches”.. una per album), questa volta rivolto all’ipocrisia e al doppio gioco ormai diventati regola nella nostra società in generale e nell’atteggiamento della classe politica in particolare (ma non è detto che sia questa la chiave interpretativa esatta). In origine la canzone avrebbe dovuto intitolarsi “The pot calling the kettle black” equiparabile ai nostri “il bue chiama cornuto l’asino”, “predicare bene e razzolare male”. “Lipan Conjuring” è il turning point del disco, classico intermezzo tra il serio e il faceto à la Ænima che divide l’album a metà e lo avvia verso la conclusione; un canto rituale Apache che lascia l’ascoltatore a chiedersi se ci è o ci fa. “Lost Keys/Rosetta Stoned” rappresentano il secondo grande momento del disco fungendo l’una da preludio inscindibile dell’altra. La prima comincia ad introdurci in una dimensione più delirante e drogata che poi esplode nel marasma sonoro di “Rosetta Stoned”, un mastodonte di 11 minuti e 11 secondi (questo numero così ricorrente…) che condensa tutta la storia e la precedente discografia dei Tool rilette con la consueta maestria. I critici del gruppo e i superficiali (sì, proprio coloro cui è dedicata la canzone) non si sono fatti sfuggire l’occasione per parlare di calo d’ispirazione e di autoplagio ma in realtà non hanno ben compreso che proprio in questi continui richiami al passato (si sentono echi di “Third Eye”, “H.”, “The Patient”, “Reflection”) risiede la genialità della canzone. Dopo essere stato spronato dal Dottor Watson, il protagonista della canzone ripercorre quanto gli è successo, raccontando la storia allucinata di un bad trip, di alieni e di una rivelazione che gli è stata fatta in quanto prescelto.

 

Fuor di metafora il prescelto può essere lo stesso Maynard che sceglie un’altra via per ribadire ancora una volta quell’imperativo che guida la condotta dei Tool e che dovrebbe guidare quella dei fan, quel “think for yourself, question authority”, filo conduttore del loro messaggio. Un invito a non prendere per oro colato anche quello che viene da lui stesso, rivolto ad un certo tipo di fan che dopo Lateralus ha visto nei Tool e in Maynard dei profeti. Emblematico il “don’t know, won’t know” conclusivo ripetuto all’infinito.
“Intension”, “Right in Two” e “Viginti Tres” rappresentano il terzo blocco tematico e concettuale in cui si struttura l’album, che si chiude con una supplica, una richiesta d’aiuto: quell'”assist us” sussurrato prima di essere risucchiato di “Viginti Tres”, traccia per nulla rassicurante aperta da un affannoso respiro. E’ come se qualcosa di irrimediabile fosse accaduto, come se qualcosa si fosse spezzato. I Tool vogliono riprendere le fila di un discorso già avviato in “Forty-Six & 2”, quel percorso evolutivo interpretabile sia a livello di singolo individuo sia a livello di specie (la nostra evoluzione cromosomica verso un progressivo avvicinamento alla coscienza unitaria), solo che lo slancio che caratterizzava Ænima qui è svanito per lasciare il posto all’amara constatazione di quello che siamo noi uomini oggi (“Right in Two”): non solo non ci stiamo evolvendo ma stiamo addirittura regredendo, non “Forty-Six & 2” ma “Right in Two”. Dal punto di vista musicale il brano si apre con un delicato arpeggio di Jones completato dagli armonici di Chancellor al basso, Maynard decanta un testo eretto su una melodia nella quale si evince quanta sia stata importante l’esperienza con gli A Perfect Circle per la sua maturazione come artista. Le tablas di Danny Carey fungono da trampolino di lancio per il devastante crescendo finale – nel pezzo più lento e melodico del disco, i Tool inseriscono anche il momento più pesante della loro discografia – in cui affiorano altri ricordi di “Forty-Six & 2”: ormai non è più un caso. “Intension” è il brano che introduce il trittico finale, forse il più sottovalutato del lotto: costruito inizialmente sul basso effettato di Chancellor e sulle percussioni di Carey, è poi sublimato da un arpeggio a-spaziale di Adam Jones a cristallizzare il tempo: altro vertice assoluto, ormai sono diversi.
A ormai tre anni di distanza dalla sua pubblicazione, 10,000 Days si è confermato con il tempo come l’ennesimo capolavoro del quartetto di Los Angeles, un vero e proprio gioiello che si è rivelato soltanto a chi è stato capace di aspettarlo e sviscerarlo pazientemente. Gli sforzi  sono stati ripagati.
 Recensione di Antonio Pagano, Cristiano Marinelli e Andrea Bonomi Sauvignon
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Tool – Ænima (1996) / Lateralus (2001) / 10.000 Days (2006)

Tool

Ænima/Lateralus/10.000 Days, 1996/2001/2006

Produzione: David Bottrill, Tool

Etichetta: Volcano

Archivio:

Tracklist
Ænima
01. Stinkfist
02. Eulogy
03. H.
04. Useful Idiot
05. Forty Six & 2
06. Message to Harry Manback
07. Hooker With a Penis
08. Intermission
09. Jimmy
10. Die Eier von Satan
11. Pushit
12. Cesaro Summability
13. Ænema
14. (-) Ions
15. Third Eye

Lateralus
01. The Grudge
02. Eon Blue Apocalypse
03. The Patient
04. Mantra
05. Schism
06. Parabol
07. Parabola
08. Ticks & Leeches
09. Lateralus
10. Disposition
11. Reflection
12. Triad
13. Faaip de Oiad

10.000 Days
01. Vicarious
02. Jambi
03. Wings for Marie, Pt. 1
04. 10,000 Days (Wings, Pt. 2)
05. The Pot
06. Lipan Conjuring
07. Lost Keys (Blame Hofmann)
08. Rosetta Stoned
09. Intension
10. Right in Two
11. Viginti Tres
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo