Wire • 154 (1979)

articolo di
La leggenda vuole 154 come uno degli album presenti nelle ultime playlist di John Lennon, certamente lo scarafaggio più attento alle correnti e alle novità del rock. Il nome Wire significava punk per coloro che lasciavano a digiuno la coscienza musicale, sperimentazione intorno alla forma canzone per chi invece ne aveva seguito il percorso sin dagli esordi ruvidi e imprecisi di Pink Flag. Sarebbe stato 154 a chiudere il loro trittico dei Settanta, presentandosi pronto a raccogliere tutte le critiche entusiaste della stampa britannica che da tempo – quello necessario a rendersi conto del valore delle due precedenti pubblicazioni – lavorava ai preparativi della loro celebrazione.
Mentre per Melody Maker 154 era un “Tour de Force musicale” da cinque stelle, il New Musical Express riconosceva la netta supremazia dei Wire nell’attuale panorama pop, rilevando come il 95% delle produzioni musicali contemporanee era da ritenersi neanche degno di essere confrontato con la freschezza geniale della band londinese. Per il Record Mirror 154 era il disco che Bowie ed Eno avevano fallito nel creare con Lodger.Cosa avesse di tanto particolare l’album è presto detto: 154 fotografava lo status di maturità di una band che a fronte di costanti progressi aveva raggiunto il proprio momento, il culmine di un percorso e a ben vedere oggi, uno dei capitoli più elevati di un’intera stagione del rock. Fosse solo una questione di originalità superiore a quella di tutti i loro contemporanei, saremmo comunque qui a lodarli. Ciononostante 154 racchiudeva delle tremende melodie nel proprio sperimentalismo destrutturante del pop. Il caso più clamoroso era quella “15th” così ammiccante da essere temuta dalla stessa band che ne impedì la pubblicazione separata su singolo perché ritenuta pericoloso specchietto per le allodole.

Colin Newman e soci arrivarono a 154 in uno stato ben diverso sia da quello teso e frustrato dell’era Pink Flag – in cui i limiti tecnici misero a dura prova l’umore dei quattro strumentisti – sia da quello rilassato di “Chairs Missing”, in cui la maggior confidenza con le tecniche di registrazione aveva facilitato ampiamente la buona riuscita delle sessioni. L’insuccesso del tour di spalla ai Roxy Music (o meglio, a ciò che rimaneva dello spirito di quel gruppo) disilluse non poco i Wire che vedevano nello sbando – in ogni senso – della creazione di Bryan Ferry la loro possibile futura fine. Se gli eroi si erano ridotti così male, loro che eroi stavano per diventare rischiavano di ridursi a qualcosa di lontanissimo dalle loro ambizioni. Fu così che 154 nacque come un disco in cui la band suonava divisa, fratturata, lontana da una direzione comune prestabilita. Addirittura il produttore Mike Thorne suggerì di lavorare principalmente ad una manciata di singoli piuttosto che ad un album visto che la EMI non sembrava intenzionata ad accondiscendere qualcosa di lontano dalla presunta retta via del mainstream dell’epoca.

Le registrazioni di 154 risultarono dunque un’esperienza psicologicamente prosciugante, che portò tuttavia ad un album in cui il punk andava anche oltre le venature dark dei Joy Division di Unknown Pleasures: 154 realizzò un’ideale tanto popolare quanto sperimentale, a fronte di una investigazione artistica risultante da un lato dalla maturazione tecnica, dall’altro dalla progressiva apertura a nuove possibilità espressive, nonché dalle sovracitate ed impreviste vicissitudini.

Con 154 i Wire resero intellettuale il genere più grezzo per eccellenza, il punk. Robert Smith subì il fascino di brani come “Single K.O.” o “The Other Window”, altri come i Sonic Youth aggiornarono il loro repertorio con alcune delle soluzioni dei Wire. In “On Returning” invece la band sembrava aver trovato nuove possibilità al canonico metodo di composizione punk, prevedendo ciò che di lì a poco The Edge avrebbe tirato fuori dal manico della sua chitarra. Ancora sporco punk nei due minuti di “Two People in a Room”, ma c’è qualcosa di diverso nell’aria, facilmente più oppressiva ed epilettica.
L’album risulta infatti dominato da tonalità buie e pre-industriali: si ascolti la melodia latentemente pop di “A Mutual Friend”, delicata ma costretta entro sonorità robotiche di scuola Pere Ubu. Lo stesso si può affermare delle percussioni disordinate di “Once Is Enough”, in cui non c’è neanche bisogno del tappeto di tastiera di sfondo connettivo, altrimenti presente in buona parte del resto delle composizioni. E’ invece un brano a cui basta il blues deviato della chitarra di Bruce Gilbert e l’interpretazione posseduta di Newman per ergersi alto sopra il frastuono da intonarumori futurista. Curioso poi che l’altro – oltre al già menzionato “15th” – pezzo più orecchiabile del lotto avesse un titolo di ardua memorizzazione, vale a dire “Map Ref. 41 Degrees North 93 Degrees West”, come a chiamarsi fuori volontariamente da qualsiasi passaggio radio: un suicidio commerciale, nonostante i cori innodici e un motivetto, questo sì, di facile memorizzazione.

I Wire stavano nobilitando un’intera scena, superandosi e dando alle stampe uno dei capisaldi della stagione new-wave e post-punk. Se si dovessero elencare anche solo cinque album in grado di fotografare quanto accadeva a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta, in Gran Bretagna come nel resto del mondo, 154 sarebbe di certo nella lista.

Social
Info
Wire (1979) 154

Wire

154, 1979

Produzione: Mike Thorne

Etichetta: EMI

Archivio:

Tracklist
01. I Should Have Known Better
02. Two People in a Room
03. 15th
04. Other Window
05. Single K.O.
06. Touching Display
07. On Returning
08. Mutual Friend
09. Blessed State
10. Once Is Enough
11. Map Ref. 41 Degrees North 93 Degrees West
12. Indirect Enquiries
13. 40 Versions
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo