Nick Cave and The Bad Seeds • The Good Son (1990)

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La redenzione di un uomo dopo una vita di dissolutezza e depravazione.
Potrebbe sembrare la trama (neanche particolarmente originale) di un film melodrammatico. Questo, tuttavia, è anche il filo conduttore di The Good Son, album capolavoro del 1990, con cui un Nick Cave tutto nuovo, finalmente disintossicato e non più schiavo dell’eroina, volta definitivamente le spalle ad un passato fin troppo oscuro. Dopo gli incendiari esordi con i Birthday Party, a tutti gli effetti una delle formazioni più cattive di tutti i tempi, Nick aveva intrapreso una carriera solista ricca di riconoscimenti e soddisfazioni, caratterizzata da dischi di assoluto rilievo, come l’allucinato From Here to Eternity (1984) e Tender Prey (1988).
È solamente con questo lavoro, però, che si presenta per la prima volta davanti al pubblico un artista completamente diverso, capace di trovare nella Fede una nuova fonte di ispirazione e di allontanare da sè, pur tra mille umanissimi dubbi, quei fantasmi che fino a quel momento avevano popolato la sua mente. The Good Son, quindi, non è altro che la storia di un uomo che sta cercando, attraverso una ritrovata spiritualità, di dare finalmente delle risposte a tutte quelle domande che da sempre lo avevano tormentato.
I nove brani che compongono il disco sono altrettante parabole sulla perdizione, in cui si racconta di anime inquiete, di abbandoni e di sofferti ripensamenti. Ciò che rende autenticamente grandi questi racconti è proprio la profonda umanità che traspare da ognuno di essi: Cave non è un Illuminato che dall’alto indica agli altri la retta via, bensì un’anima maledetta che, tra innumerevoli difficoltà ed evidenti contraddizioni, tenta di salvare se stessa dalla dannazione eterna.
In questo viaggio dentro di sè, alla perenne ricerca di pace e equilibrio, il Nostro è accompagnato, al solito, dai fedeli Bad Seeds, guidati anche in questa occasione dal geniale Blixa Bargeld alle chitarre e dal talentuoso Mick Harvey al basso.
Il disco si apre con “Foi Na Cruz”, malinconica ballata col ritornello interamente scritto in lingua portoghese, in cui la nuova dimensione mistica di Cave emerge fin da subito in maniera evidente: in fondo al tunnel è sempre possibile vedere una luce, Dio è pronto ad offrire una possibilità di redenzione a chiunque. Sulla stessa falsariga si sviluppa la successiva The Good Son, sentita e sofferta, che inizia con un toccante gospel eseguito a cappella per poi proseguire inerpicandosi in un continuo saliscendi di emozioni e stati d’animo tra loro opposti e contrastanti: da un lato l’apparente serenità e il filo di speranza che sembrano trasparire dal ritornello, dall’altro lato il ritmo ossessivo e la durezza delle singole strofe, dove sono la chitarre taglienti di Blixa ed il recitato sopra le righe di Nick ad essere protagonisti assoluti della scena. Angeli e demoni, cadute negli inferi ed inaspettate resurrezioni.
Segue l’accorata “Sorrow’s Child”, brano commovente e disperato allo stesso tempo, una sorta di preghiera messa in musica. Lo specchio di un’anima che vuole sconfiggere definitivamente il suo lato oscuro e autodistruttivo. È quindi il turno di “The Weeping Song”, immaginario dialogo tra un padre e un figlio, interpretati rispettivamente da Blixa e Nick, che si guardano intorno e prendono amaramente coscienza dell’insensatezza delle proprie esistenze e di tutto ciò che li circonda. Tutt’altra atmosfera si respira invece in “The Ship Song”, pezzo in cui Nick gioca a vestire i panni del romantico crooner d’altri tempi, dando vita ad una ballata assolutamente eccezionale, per delicatezza e forza espressiva. I demoni del passato tornano invece ad affacciarsi per un attimo in “The Hammer Song”, in cui Cave dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, di essere un artista dai mille volti, capace di calarsi in maniera sempre credibile in situazioni tra loro diversissime. Proseguendo nell’ascolto, arriviamo quindi alle atmosfere cupe e languide di ”Lament”, brano reso unico dai raffinatissimi arrangiamenti dei Bad Seeds, che nell’occasione regalano ai posteri una indimenticabile lezione di classe e buon gusto. Dopo le travolgenti ritmiche da saloon di “The Witness Song”, ennesima prova dell’eclettismo di Cave e soci, questo memorabile disco si conclude con la dolcissima “Lucy”, toccante canzone d’amore che sfuma in una sognante coda strumentale.
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Info
Nick Cave and The Bad Seeds (1990) The Good Son

Nick Cave and The Bad Seeds

The Good Son, 1990

Produzione: Nick Cave and The Bad Seeds

Etichetta: Mute

Archivio:

Tracklist
01. Foi Na Cruz
02. The Good Son
03. Sorrow's Child
04. The Weeping Song
05. The Ship Song
06. The Hammer Song
07. Lament
08. The Witness Song
09. Lucy
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo