Deftones • White Pony (2000)

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A distanza di qualche anno dalla provvidenziale fine del genere nu metal – sebbene qualcuno non si voglia arrendere a tale idea – è pressoché semplice quando non opportuno andare a selezionare ciò che può essere salvato dalla pattumiera (francamente ben poco) e ciò che invece sarebbe appunto preferibile dimenticare per sempre. Una potenziale lista di capolavori del fenomeno non arriverebbe neanche alle cinque unità: non ci sono opere eccezionali nel nu metal, anche quelli che lecitamente sono ritenuti i capisaldi della scena non sempre sono immuni da possibili critiche. Facendo un rapido conto dunque ecco gli inevitabili Korn dei primi due lavori che, per quanto invecchiati in malo modo e abili a fare presa su un pubblico esclusivamente minorenne (salvo rari casi umani irrecuperabili), hanno di fatto il (de)merito di aver aperto la via a tutta una serie di band prevalentemente americane (anzi, molto americane if you get what I mean) tra cui spiccano i nomi di Snot, Incubus, Limp Bizkit e sì, anche i Deftones da Sacramento.
In questo senso White Pony – terzo disco di Chino Moreno e amici – è probabilmente il punto ad oggi definitivo proposto dal genere, uno dei più grandi dischi della sua scena, o a seconda dei casi, uno dei pochissimi lavori degni di nota a qualche anno di distanza.
Si differenzia dalla classica ibridazione funk/metal definita nu metal e troppo spesso erroneamente attribuita ai Faith No More come invenzione per l’ingente addizione di rumore bianco a puntellare melodie e strutture delle sue undici canzoni, che c’è da dirlo, tranne che per un paio di casi risultano a tutt’oggi inappuntabili, soprattutto dal punto di vista della scelta dei suoni e dell’interpretazione emotivamente hardcore di Camillone Moreno, vocalist e vera mente dietro al progetto di rinnovamento del suono della band che già con Around the Fur (1997) sembrava altrimenti aver detto tutto ciò che c’era da dire in quello stile. Ne è nato un album tinto di toni dark e campionamenti digitali abili a conferire al solito songwriting dei quattro californiani un umore romantico e trasognato, incline al ricordo infantile-adolescenziale come da copione nel nu metal tutto. White Pony risulta però il disco della maggiore età per tutto il carrozzone, l’opera in cui dalle felpe Adidas e le scarpe Puma si passa alla camicia di seta nera e alle Tods.
White Pony – è bene dirlo – è un album superiore anche all’esordio dei Korn. Magari non ha la carica rivoluzionaria di quel fulmine a ciel sereno che è stato l’omonimo primo album dei Rage Against the Machine, ma con esso i Deftones hanno estratto dal cilindro un disco che ha di fatto ferito mortalmente il genere nel tentativo di elevarlo a qualcosa di più che la preferita valvola di sfogo per i minorenni di cultura anglosassone di fine anni Novanta. Non c’è stato nulla, proprio nulla di rilevante dopo di esso. Tutto ciò che è venuto prima va riascoltato e giudicato alla luce scura delle sue note.
L’attacco caricato a molla di “Feiticeria” risulta già un momento topico dell’opera, la furia hardcore di “Elite” – per altro vincitrice di un Grammy quale miglior performance metal – travolge tutti gli altri attori della scena che all’epoca stavano simultaneamente svoltando verso improbabili lidi melodici. L’andatura incerta di “Rx Queen”, retta dal basso di Chi Cheng e modulata su di una melodia che si dice sia stata suggerita a Moreno da Scott Weiland degli Stone Temple Pilots, rappresenta uno dei segnali più evidenti del nuovo corso: le reminiscenze della new wave inglese sono evidenti, non ci sarebbe neanche il bisogno di momenti ancor più espliciti quali la tenera “Teenager” – guidata dai campionamenti di Frank Delgado, membro aggiunto della band.
Se poi andiamo ad analizzare i più noti highlight, ci si rende conto che White Pony è effettivamente una proposta destinata a restare. Si passa dalla cavalcante “Knife Party” – in cui ha del clamoroso lo stop con voce trattata, colpi violenti al drumkit di Cunnigham e chitarre a cercare riverberi e note altissime – alla notte fonda del singolo “Change (in the House of Flies)”, sino al lento batticuore finale di “Pink Maggit”, poi resa volgare dalla versione crossover chiamata “Back to School”, usata come titolo principale di un successivo EP.
A contendersi la palma di miglior pezzo del disco sono tuttavia altre due canzoni. La prima è “Digital Bath”, che fosse solo per il titolo meriterebbe il premio. Si tratta di un brano in cui i nostri riescono a canonizzare la forma di quel che avrebbe potuto essere diventato il nu metal, se solo i protagonisti ne fossero stati capaci. C’è da annotare che gli stessi Deftones non sono più riusciti a tenere il timone verso queste precise coordinate, almeno nei due alterni e testardi successivi tentativi. “Digital Bath” è un momento di rara perfezione estetica nella musica dei caotici Duemila, di cui probabilmente resterà una delle migliori canzoni in assoluto.
L’altro vertice di White Pony e della discografia dei Deftones è “Passenger”, in cui Chino Moreno duetta con Maynard James Keenan dei Tool, autore per altro di testo, melodia e impostazione del tempo della canzone, che in studio Terry Date non riusciva a rendere concreta. In pratica, l’ha scritta Keenan. Il ritornello è un’autentica onda anomala che si infrange sull’incolpevole ascolatore, fino a quel momento assuefatto al cantato sospirato o urlato di Moreno. Un brano rabbioso, disperato, enorme che supera a mani basse il demagogico duetto fra Vedder e Cornell in “Hunger Strike” dei Temple of the Dog. Chino si limita a spalleggiare l’interpretazione di Keenan, a cui concede entrambi i ritornelli.
Roll the window down – this
Cool night air is curious
Let the whole world look in
Who cares who sees what tonight?
Roll these mysty windows
Down to catch my breath and then
Go and go and don’t just
Drive me home then back again
E’ il momento più alto del nu metal, ed è opera di un personaggio che col nu metal non aveva nulla a che spartire. E’ tutto dire.
Ad ogni modo, non importa che in White Pony ci siano anche due episodi che al cospetto dei brani fin qui citati risultano minori, ed il riferimento va a “Korea” e “Street Carp”, sfuriate di matrice hardcore che stonano un po’ con l’atmosfera del disco, pur arricchendolo di altri colori. Si tratta comunque di un album formidabile, talmente sorprendente che pure i Deftones hanno impiegato più del dovuto (il testardo albo successivo) a capirne il valore intrinseco, senza per altro riuscire minimamente a riavvicinarvisi (Saturday Night Wrist).
Ai fondamentalisti del genere – sempre meno via via che crescono – va dunque chiarito che questo è uno dei pochi lavori degni di essere ricordati della stagione nu metal, mentre ai fieri profani è bene segnalare White Pony come miglior episodio di tutta una scena, attiva dal 1994 e artisticamente morta proprio con l’uscita di questo album.
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Info
Deftones (2000) White Pony

Deftones

White Pony, 2000

Produzione: Terry Date, Deftones

Etichetta: Maverick

Archivio:

Tracklist
01. Feiticeria
02. Digital Bath
03. Elite
04. Rx Queen
05. Street Carp
06. Teenager
07. Knife Party
08. Korea
09. Passenger
10. Change (in the House of Flies)
11. Pink Maggit
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo