My Bloody Valentine • Loveless (1991)

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Loveless, ovvero, l’album più importante degli anni Novanta. Forse anche il più bello, ma ciò sta alla sensibilità dell’ascoltatore stabilirlo. Concetti come “stratificazione” e “muro di suono” non possono che ambire a significare musica come quella prodotta da Kevin Shields, artista che merita il rispetto dei giganti del rock, ma che può tranquillamente passeggiare indisturbato per le vie principali delle sue città (Dublino e Londra), perché nessuno lo riconoscerebbe, o quasi…
Loveless rappresenta la sublimazione di una scena e il momento forse definitivo del rock tutto, almeno quello legato alla forma canzone, uccisa non da involuti e pedanti sogni di progressive, ma dalla devianza sonora eretta con riverberi, feedback, nastri fatti girare al contrario ed altri espedienti tecnici che fanno di Shields un guitar hero nel senso più autentico del termine. La sua ricerca del suono è pura tecnica, ingegno, sebbene non abbia nulla a che fare con la velocità di esecuzione. Si tratta semmai di una questione di pazienza e meticolosità, la stessa che ad oggi – ottobre 2008 – ci fa attendere con un minuscolo barlume di speranza il giorno della pubblicazione di un seguito di questo capolavoro, ormai prossimo alla maggiore età.
Loveless vola etereo lassù dove nessuno può osare oltre, sebbene di shoegaze, la divertente parola che etichetta questo genere, ormai si sentano citazioni ovunque, anche dove non c’entra niente: in tanti anni non si è più ascoltato nulla di così avvolgente.
Si dice che Shields fosse del tutto insoddisfatto della prima resa delle canzoni scritte per Loveless. D’altronde veniva da un album – Isn’t Anything – che da solo gli avrebbe potuto valere poi un posto di rilievo nella storia del rock degli Eighties. Voleva altro però, qualcosa che varcasse le porte del nuovo decennio senza mostrare troppo il sapore di quello precedente, che terminava con quel post-punk ed industrial discendente della rivoluzione punk e new wave. Nervoso e perfezionista all’inverosimile, Shields aveva fatto sedere a turno al mixer una ventina di ingegneri del suono, per poi farli alzare e pensarci da solo col fido batterista Colm O’Ciosoig. Era stato un giovane Alan Moulder però, già dietro il successo dei Ride di Nowhere, a trovare con Kevin la chiave di volta per entrare. Ciò che trovarono era qualcosa che chiudeva il cerchio iniziato a disegnare da Reed e Cale molti anni prima. Moulder non sapeva di essere destinato a diventare uno dei produttori più richiesti del decennio successivo e anche oltre, firmando il suono di Smashing Pumpkins, Nine Inch Nails, A Perfect Circle e tanti altri i cui fan spesso non hanno mai ascoltato il disco in questione.
Gli scozzesi Jesus & Mary Chain avevano idealmente riaperto la via del rumore con i loro primi singoli, ma la rivoluzione dei My Bloody Valentine partiva da un punto di partenza contrario a quello dei fratelli Reid. Quella di Psychocandy era infatti una scelta sonora nata dal caso e neanche un evento isolato se si presta attenzione al suono della chitarra degli Hüsker Dü in Zen Arcade. Se i Jesus & Mary Chain coprivano di rumore le loro canzoni, sporcandole e rendendole selvagge come del punk primordiale, Kevin Shields arrivava alle canzoni partendo dal rumore, ovvero, tramite la sua ricerca del suono. Erano dunque i suoi espedienti tecnici, salvo eccezioni, a creare la forma, su cui poi le eteree – quale altro aggettivo utilizzare? – melodie della sensualissima Bilinda Butcher completavano l’effetto di straniamento e deviazione. Sembrava che gli altoparlanti dello stereo non funzionassero più, eppure quelle distorsioni, quel rumore a primo impatto assordante ed enarmonico possedeva in realtà qualcosa di piacevole, per non dire… pop. Il volume avrebbe poi avvolto ed inchiodato l’ascoltatore all’epicentro di un vortice sonoro di cui nutrirsi.
Le canzoni facevano il resto. Le parole – perlopiù indecifrabili – per una volta non importavano: il messaggio arrivava lo stesso. Entravano così nell’immaginario del rock dei brani eredi di quelli dei Velvet Underground per seminalità e significanza socio-musicale. Uno dei momenti più alti della musica moderna, così inconsapevolmente. Il compimento dell’idea tutta futurista con cui Russolo aveva ideato l’Intonarumori. Novant’anni di ricerca sonora, da Skrjabin a Pratella, da Janacek ai Throbbing Gristle. Loveless, l’ultimo anello di una catena che in questa direzione difficilmente potrà andare oltre.
“Sometimes”, resa successivamente celebre dallo splendido Lost in Translation di Sophia Coppola di cui Shields aveva curato la colonna sonora, è la versione originale della popolare “Disarm” dei campioni d’incassi Smashing Pumpkins, che ai My Bloody Valentine pagano spesso tributo, anche piuttosto palesemente, nell’arco della loro onesta discografia. “Soon” si gioca con “Fools Gold” degli Stone Roses e “The Only One I Know” dei Charlatans la palma di miglior pezzo da rock club di quegli anni. “Only Shallow” ha rinvigorito il concetto di noise-rock superando i Sonic Youth di tutti i Novanta, il pop di “When You Sleep” e “What You Want” fa mangiare la polvere ai Jesus & Mary Chain. La dissonanza di “Blown a Wish” non ha invece fatto scuola: nessuno è stato in grado di osare tanto, non potendo avvalersi di una voce come quella della Butcher. Figuriamoci se Lush o Catherine Wheel avrebbero mai potuto anche soltanto tentare.
Loveless, in conclusione, sconvolgeva nel 1991 i cardini su cui si era poggiato il rock: non sono più le melodie ad essere distorte e dissonanti, ma i rumori a farsi melodia, in uno straniante effetto ipnotico, che raggiungeva la massima sublimazione del rumore. 

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Info
My Bloody Valentine (1991) Loveless

My Bloody Valentine

Loveless, 1991

Produzione: Kevin Shields, Colm O'Ciosoig

Etichetta: Creation

Archivio:

Tracklist
01. Only Shallow
02. Loomer
03. Touched
04. To Here Knows When
05. When You Sleep
06. I Only Said
07. Come in Alone
08. Sometimes
09. Blown a Wish
10. What You Want
11. Soon
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo